Poesie in dialetto romagnolo di Triestino Cortesi

Le poesie, recitate da Mirco Cortesi, con commento musicale e rumori di ambiente, le puoi scaricare facendo click quizip e quizip.
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Ivo_Cortesi

.

Raccolta di scritti “ironico-satirici” in versi e in dialetto romagnolo di

Triestino Cortesi (Ivo)


Ivo, il piu’ giovane di quattro fratelli, nacque nel 1916. Rimasto orfano di padre all’eta’ di un anno (il padre mori’ in guerra nel 1917), Ivo conobbe un’infanzia difficile, purtuttavia decorosa, durante la quale forse soffri’ anche la fame.

Nonostante le difficolta’, la madre riusci’ ad allevare tutti i suoi figli e ad adottarne perfino un altro, un cugino di Ivo, pure lui rimasto orfano di entrambi i genitori, Artemio, che poi gli rimase affezionato e riconoscente per tutta la vita. Ogni anno Artemio veniva a trovare il suo cugino Ivo, e in casa era sempre una festa quando cio’ avveniva.

Ivo non parla nelle sue poesie dei suoi anni d’infanzia e di adolescenza, questo periodo non gli piaceva. Preferisce ricordare gli anni ’50 fino agli anni ’90, quando la gente finalmente conosce un periodo di prosperita’, dopo gli orrori delle due guerre mondiali.

Mentre si leggono le poesie si delineano i personaggi, che sono i tipici abitanti di un paesino di montagna, di cui tutti potrebbero affermare di conoscere come i vicini di casa propria. Sono personaggi universali.

Abbiamo il dottore, il prete, il suonatore della banda, la donna chiacchierata, quella un po’ sfrontata e maliziosa, quella un po’ goffa; il buonuomo religioso e devoto, il buontempone che non paga l’affitto. Anche le vicende raccontate sono tessute su piccole cose, che Ivo descrive perfettamente, con semplici e rapidi tratti di penna. A volte le situazioni sono reali: la processione del Venerdi’ Santo, la gita a Roma, la prova della banda, la passeggiata subito fuori del paese, la donna che alza la gonna per attraversare il fiume a piedi nudi. Altre volte invece abbiamo situazioni simboliche: il sasso che parla alla goccia d’acqua, la mosca ambiziosa che parla alla lumaca.

Fra tutte le composizioni ne spiccano due, un po’ piu’ lunghe e articolate delle altre: “Zinardona la va a la gita” e “Vichett en Paradis“.

La snoora Zinardoona la va’ a la gita e’ una storia colma di comicita’ che si intuisce fin dalle prime battute, in un crescendo continuo fino al parossismo in cui, al pari dei fuochi d’artificio, con il gran botto finale si conclude la vicenda, e l’epilogo infine smorza le grasse risate in un sorriso benevolo e divertito.

Vichett en Paradiis invece e’ una bella interpretazione sul tema del viaggio soprannaturale. Ivo non era tipo da slanci mistici e arcane rivelazioni, cosi’ il viaggio di Vichett si risolve in una totale e completa riaffermazione del mondo terreno, a scapito di quanto si affermi essere il Paradiso luogo dell’eterna beatitudine. Questo mondo terreno, che ancora una volta risulta fatto di piccole soddisfazioni quali una cena in compagnia, una bevuta, il ritorno a casa propria in mezzo alla sua famiglia e agli amici; questo mondo rimane l’unico autentico, quello per cui vale la pena di vivere e continuare a vivere.

In ultimo bisogna accennare alla caratteristica di Ivo di trasformare in simpatia anche le situazioni piu’ difficili, come una osservazione inopportuna o i rapporti con persone moleste.

L’ultima parte della sua produzione letteraria e’ un continuo proclamare di
“Evviva”, “Festeggiamo”, “Brindiamo”, sintomi di una solida personalita’ solare. Ogni occasione, anche la piu’ banale, e’ motivo di festa e di allegria, occasione di gioia.

Questa capacita’ di vedere le cose sempre al meglio, e’ una grande qualita’ umana che pur bisogna riconoscergli, una caratteristica degna di essere messa in evidenza affinche’ si possa trarre esempio da lui e dal suo comportamento.

Ivo e’ morto nel 2004.
Se andrete a visitarlo, al cimitero di Portico di Romagna, vi accogliera’ con un sorriso.



Nota:  Se si incontrano difficolta’ ad ascoltare le poesie, tasto destro sull’altoparlante, poi scegliere “apri collegamento”.

ascoltaL’odoor de feen L’odore del fieno
ascoltaChi ch’on veed drett Chi non vede diritto
ascoltaLa mosca e la lumega La mosca e la lumaca
ascoltaIndovinello = (Zvaneno) Indovinello = (Zvaneno)
ascoltaE vanitoos (il vanitoso) Il vanitoso
ascoltaLa nostra Dotoressa La nostra dottoressa
ascoltaLa costanza da’ speranza La costanza da’ speranza
ascoltaE Bidee d’la zi Carlota Il bide’ della zia Carlotta
ascoltaLa proposta ed Balaren La proposta di Balaren
ascoltaL’oc ed Scapuzoon L’occhio di Scapuzon
ascoltaMarioon ch’la traversa e fioon Marion attraversa il fiume
ascoltaLa snoora Zinardoona la va’ a la gita La Signora Zinardona va alla gita
ascoltaA Ugo Maestri .
ascoltaAgostino pescatore valmaggiore1c
Chi diis ch’o se sta ben Chi dice che si sta bene
ascoltaRacconto .
ascoltaLa banda de paéés La banda del paese
ascoltaVichett en Paradiis Vichett in Paradiso
ascoltaL’è mei ed toot sté zétt E’ meglio tacere
La chegheda La cagata
ascoltaLa famiia di “V D O O L L” La famiglia dei P I O P P I
ascoltaFine anno 1994 .
ascoltaLa Schola Cantorum di Portico .
ascoltaFesteggiamenti e ricorrenze Portico 1997 .
ascoltaLettera della Befana per la piccola Irene .
ascoltaI Dirigenti e Impiegati di Banca a Portico .
ascoltaCompleanno Centenario di Enrico Monti .
ascoltaAuguri per le Feste Natalizie del 2001 Passo del Muraglione
ascoltaDialogo (in versi) .
Anniversario del matrimonio di Franco e Ornella .
Battesimo della neonata Sofia G. .
Epitaffio .
Riapertura “Bar dello Sport” a Portico .
150 anni di suore a Portico .
Auguri per il matrimonio di Piero B. .
Lettera di benvenuto al reverendo “Don Michele” .
Cinquantesimo anniversario di matrimonio .
Inizio anno duemila .
A L.B. .
Pranzo del 13 agosto 1995 .
Pranzo del 27 agosto 1995 .
Pranzo del 10 agosto 1999 .
Pranzo del 17 agosto 1999 .
Pranzo del 13 agosto 2000 .
Pranzo del 20 agosto 2000 .
Pranzo del 22 agosto 2000 .
Festeggiando le nozze d’argento di Marco e Grazia Poggi .
Lettera al Prof.Giulio Poggi .
Il compleanno del Prof. Giulio Poggi .
Il compleanno del dott.Antonio Bacchin .
Scritta d’addio a Don Davide .
Stornello .

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La raccolta si apre con la descrizione della armonia della natura associata al lavoro umano, visti entrambi come strumenti di abbellimento del creato e ringraziamento a Dio per cio’ che ci ha donato. La persona, che sa di essere ormai giunta al termine del suo cammino, si concede un attimo di contemplazione e lascia un messaggio alle generazioni future.

ascolta   L’odoor de feen

On bel dèè ed prèmavera
ch’a n’avèva gnènt da fèè
os fasèva quasi sèra
ch’a m’andèva a zirandlèè
so per l’èrta de stradoon
mèè ch’a iò na zèrta etàà
am pogèva te bastoon
oservènd en qua en làà
a guardèva la campagna
beela, vèrda tòta en fiòòr
che ensem a la montagna
l’è el blèzi de Signoor.
.
Mentre a oserve on nid d’usleen
om razonz òn caar ed fèèn
con i bòò tachèè ai timoon
a la guida d’on garzoon
ch’o cantèva spenserèè
anca s’l’èra tòòt sudèè,
e da om per bèn com l’èra
om dasèè la bona sèra.
.
Quant che e caar om pasèè bseen
o lasèè n’odòòr ed fèèn
ch’o s fasèva ancoor sentìì
dòp che e caar l’èra sparii.
Me a sentee c’l’odòòr co feva boon
aì respir di mi polmon
perché la era eria pura
co la deva la natura.
E bel quèdrè pr’on pitòòr
e garzoon e caar coi bòò e lavòòr.
.
Stènd accèè n’meditazioon
a sentèè l’armòòr de toon
-ma on n’èra on armòòr normèèl
com ol faa e temporèèl-
col faseva on bastardazz
a caval d’on motoraaz
c’ò pasèè mei tant en frètaa
co pareva ona saiètaa
ma o lasèè, apena pasèè
on puzaaz d’òglie brusèè
che dai tanf, no v’ne fi chèès
am dovèt tapè e nèès.
.
Mè a pensèè: vè d diferenza
e caar di bòò l’eria bona e lavòòr, la pazienza
stètrè o lasa per la strada
sol che pozz d’eria enquineda.

Finale del racconto e morale

A sti zuvne spensierèè
mè a vrèb tant augurèè
ch’en t’la vita, lòng e viazz
fra tènt énn on dèè ed mazz
sentis dii
ch’i n’à lasèè
per la streda de puzaaz d’oglie brusèè,
ma i è stèè brèv zitadeen
ch’i à lasèè odòr ed feen.

(NOVEMBRE 1985)

L’odore del fieno

Un bel giorno di primavera
che non avevo niente da fare
si faceva quasi sera
che andavo a gironzolare
su per la salita dello stradone.
Io che ho una certa eta’
mi appoggiavo al bastone.
Osservando in qua e in la’
guardavo la campagna,
bella, verde, tutta in fiore,
che insieme alla montagna
sono le bellezze di Dio.
.
Mentre osservo un nido di uccellini,
mi raggiunge un carro di fieno
con i buoi attaccati al timone
alla guida di un garzone
che cantava spensierato
anche se era tutto sudato,
e da uomo perbene quale era,
mi diede la buona sera.
.
Quando il carro mi passo’ vicino,
lascio’ un odore di fieno
che si faceva ancora sentire
dopo che il carro era sparito.
Io sentii che quell’odore faceva bene
al respiro dei miei polmoni,
perche’ era aria pura,
che la dava la natura.
Che bel quadro per un pittore:
il garzone, il carro coi buoi, il lavoro.
.
Stando cosi’ in meditazione,
sentii un rumore come di tuono,
-ma non era un rumore normale,
come lo fa il temporale-,
che lo faceva un raggazzaccio
in sella a un motoraccio,
che passo’ cosi’ in fretta
da sembrare una saetta,
ma lascio’, appena passato,
un puzzaccio d’olio bruciato
che dal tanfo, non fatevene caso,
mi dovetti tappare il naso.
.
Io pensai: “Guarda che differenza:
il carro dei buoi, l’aria buona, il lavoro, la pazienza;
quest’altro lascia per strada
solo quel puzzo d’aria inquinata”.

Finale del racconto e morale

A questi giovani spensierati
io vorrei tanto augurare
che nella loro vita, lungo il viaggio
fra tanti anni in un giorno di maggio
si sentano dire
che non hanno lasciato
per strada un puzzaccio d’olio bruciato,
ma sono stati bravi cittadini
che hanno lasciato odore di fieno.

(NOVEMBRE 1985)

Ivo_Cortesi

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Favola moraleggiante. Una sferzata agli atteggiamenti eccessivamente pessimistici.

ascolta   Chi c’on veed drett

On péél di fil d’la luus
éélt drét e snel
on dèè o s rispechiéva
t’ l’aqua de ruscel
e l’onda la i vòòs dii
en toon anca ensoleent
“Tun vii tu séé tot tòòrt
t’ce bròòt tun serve a gnént”
.
E péél più educhéé
i déss “Mo lasa andéé,
se propie tu vii méél
méttét on péér d’ociéél,
tu séé come chi tiip
ch’i n ne mai bòòn t’sté zétt
e i véd encòsa tòòrt
anca dov l’è tòòt drétt.

DICEMBRE 1985

Chi non vede diritto

Un palo dei fili della luce,
alto, dritto e snello,
un giorno si rispecchiava
nell’acqua del ruscello
e l’onda gli volle dire,
in tono anche insolente:
“Non vedi che sei tutto storto,
sei brutto, non servi a niente!”
.
Il palo, piu’ educato,
le disse: “Ma lascia andare,
se proprio ci vedi male,
mettiti un paio d’occhiali!
Sei come quei tipi
che non sono mai capaci di stare zitti,
e vedono tutto storto
anche dove e’ tutto dritto!”.

DICEMBRE 1985

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Un’altra favola moraleggiante, semplice e immediata. Qui la sferzata e’ alla vanagloria.

ascolta   La mosca e la lumega

Una mosca ambiziosa
la voléva silenziosa
sota l’ombra d’ona pianta
che d’la fròòta l’aveva tanta
e la s’fermè dréé na lumega
ch’la suceeva ona mugneega.
.
La s metèè on pòò a tiir
per potela ciapéé en ziir
tant ch’la i gèè “Pora sgrazieda
tu séé propie sfortuneda
tun n’è gli ééli da voléé
tun n’è el gambi da ziréé
s’tutt trovess te mez d’la strééda
tu véréb sobet sciazééda
è padròn ch’o tà créé
on n’à propie savù féé.
.
Bréév l’è stéé e mi padron
ch’o m’à fat a perfeziòòn
tant ch’a nn’ò dificoltàà
a viazéé en qua en làà
sia pianèèn o velocità
per trovéé magné com fàà.
Entaant adèès con el mi éél
a véégh dov lèè on vés ed méél
e am ne fèèz ona magneeda
da stéé bèèn toot la giorneda.”
.
La lumeega quasi oféésa
la s spianèè piò longa e stéésa
e la i gèè
“Tèè va puu, mè a rèst a qua
ch’a so bsen a la mi caà
e a rengrezie e zéél
s’a so fata senza e gli éél
anzi a t’eugur tant guadaagn
tant a tèè che ai tu compaagn.”
.
Fine e morale della favola.
La mòòsca la volééva
la lumééga l’ai guardééva
e la vest che ch’la sgraziééda
anzichéé andéé ai guadaagn
en te vòòl la fòò sbadééda
l’andèè a fnii t’na téla ed raagn.
La lumééga l’andèè ent l’òòrt
e la mosca l’andèè a la moort !!!
.
Morale del racconto.
Chi deride i difetti altrui
e ignora quelli suoi
ha il giudizio di colui
che per strada, perse i buoi.

LUGLIO 1994

La mosca e la lumaca

Una mosca ambiziosa
volava silenziosa
sotto l’ombra d’una pianta
che di frutta ne aveva tanta
e si fermo’ dietro una lumaca
che succhiava una prugna.
.
Si mise un po’ a tiro
per poterla prendere in giro,
tanto che le disse: “Povera disgraziata,
ma sei proprio sfortunata!
Non hai le ali da volare,
non hai le gambe da girare.
Se ti trovassi in mezzo alla strada
verresti subito schiaccata!
Il padrone che ti ha creato
non ha proprio saputo fare.
.
Bravo e’ stato il mio padrone,
che mi ha fatto a perfezione
tanto, che non ho difficolta
a viaggiare in qua e in la’,
sia lentamente come in velocita’,
per trovare il cibo che mi conviene.
Intanto adesso con le mie ali
vado dov’e’ un vaso di miele
e me ne faccio una mangiata
da star bene tutta la giornata!”.
.
La lumaca, quasi offesa,
si dispose ancor piu’ lunga e distesa,
e le disse:
“Te vai pure, io resto qua,
che’ son vicino a casa mia,
e ringrazio il cielo
che son fatta senza ali
anzi, ti auguro tanti guadagni,
sia a te che al tuo compagno”.
.
Fine e morale della favola.
La mosca volava,
la lumaca la guardava,
e vide che quella disgraziata,
anziche’ andare al guadagno,
nel suo volo fu sbadata,
ando’ a finire in una tela di ragno.
La lumaca ando’ nell’orto
e la mosca ando’ alla morte !!!
.
Morale del racconto.
Chi deride i difetti altrui
e ignora quelli suoi
ha il giudizio di colui
che per strada, perse i buoi.

LUGLIO 1994

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Negli anni ’70 era di moda il flipper. Vi giocavano adulti e bambini. Quanti scossoni a quella macchina piena di luci, per dirigere la pallina d’acciaio verso le zone di maggior punteggio! Il nome del personaggio e’ immaginario, ma la vicenda e’ sicuramente reale.

ascolta   Indovinello = (Zvaneno)

Basta stei en compagnia
sobte ot spira simpatia
On ne bròt on ne sgarbéé
le obedient ma ò vò zughéé.
.
Tot i dèè apena magnéé
en te bar tu l vii arivéé
tanti vòòlt per fé piò en frééta
ven zòò en biciclétaa
per zughéé en ch’el machinèèn
che i s’angòla i su suldeen.
.
Lu ch’lè élt pòc piò d’na spana
per zughéé o sta dréét t’la scrana
e pu quant ch’la n gne ven bona
tu l sent dii “Brota giandoona!”
.
Oramai s’an nii endvinéé
et chi ch’a iem parléé
sti atenti ai nostre dii
che av geem per fév capii
sa bele féé e gl’operazion de più e de meno
e e su nòm ades tòt il saa ch’le …………………….
ZVANENO

GENNAIO 1986

Indovinello = (Zvaneno)

Basta stargli in compagnia
e subito ti ispira simpatia.
Non e’ brutto, non e’ sgarbato,
e’ obbediente, ma vuole giocare.
.
Tutti i giorni, appena mangiato,
lo vedi arrivare al bar.
Tante volte, per fare prima,
viene giu’ in bicicletta,
per giocare in quelle macchinine
che si ingoiano i suoi soldini.
.
Lui, che e’ alto poco piu’ di una spanna,
per giocare sta dritto sulla sedia,
e quando non gli viene bene
lo senti dire: “Brutta ghiandona!”
.
Ormai, se non avete indovinato
di chi abbiamo parlato,
state attenti alle nostre parole,
che’ vi diciamo per farvi capire:
sa gia’ fare le operazioni del piu’ e del meno.
e il suo nome adesso tutti sanno che e’ ….
ZVANENO

GENNAIO 1986

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Qualcuno a volte e’ indisponente e interviene a sproposito. Una cosi’ colorita similitudine, invece di farci partecipare allo sdegno, ci strappa un sorriso… e cosi’ sia 🙂

ascolta   E vanitoos (il vanitoso)

Pr’avéé dét trè parooli e sgnurèèn
adèss chi saa e chèè o sèè figuréé
on vééd ch’ò péé la mosca de mulèèn
che per avéé e bèèch enfarinéé
e per voléé dai sààc enfèèn ai stéér
lèè las credeeva che la fòss e molnéér.

LUGLIO 1988

Il vanitoso

Per aver detto tre parole, il signorino,
adesso chissa’ cosa si e’ immaginato.
Ma non si accorge che sembra la mosca del molino,
che per avere il becco infarinato
e per volare dal sacco fino al setaccio,
lei si credeva di essere il mugnaio!.

LUGLIO 1988

E molnéér
Il mio nonno Anacleto faceva il mugnaio. Qui e’ ritratto accanto alle macine per il granturco e l’orzo. Le sementi dall’alto scendevano lentamente dentro le macine di pietra che stanno dietro la sua schiena. Le tre manopole alla sua sinistra, montate ognuna su un pilastro, aprivano le saracinesche dell’acqua che, entrando nelle turbine che si trovano sotto i suoi piedi, facevano girare le macine. La farina invece usciva per forza centrifuga e cadeva nelle vasche che sono proprio dietro di lui. (foto Pier Luigi Farolfi)

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Dopo anni di dottori tuttofare, un po’ dentisti, un po’ ortopedici, arriva in paese una giovane dottoressa.

ascolta   La nostra Dotoressa

La nostra dotoressa
da poc la s’è sposeda
anch s la va pooc a meessa
l’a nnè n’anma adaneeda
chè con amor la cura
toot queent i suu pazieent
useend la steesa amsuura
coi povre e i benesteent.
.
Quei ch’i è amaléé a leet
l’ai vaa trovéé a caa
tota preocupeeda
ch’in veega ai moond ed laa.
Se i segue la su cuura
pianeen, pianeen i s’arfaa
e oi paasa la paura
d’andéé ai mond ed laa.
.
La i èè on tiip aleegre
la faa bon viis a toot
coi grèès e con i meegre
coi bèèl e con i broot.
E se puu t’la vii arabieeda
per via de troop lavoor
fai féé ona fumeeda
e l’artoorna d’boon umoor.
.
La i haa puu i solit pazieent
ch’i è da léé ogni momeent
i l’aspeeta t’l’ambulatoorie
gnanc c’la dééss i castroon coi mlorie
e quand di méél in n’ha encioon
i diis c’l’amsura la presioon.
.
E aloora per libereela
da s’ti envéélid de cumoon
permetèèmze ed sugerìì
ona meeza soluzioon;
meet en vendita i enveelid
t’ona liquidazioon,
chi ed queest on compra trii
ch’la i en feeza paghéé oon.
.
Ma peròò a i hoo on timoor
oi saràà on compradoor???
On gnè etre che speréé
c’o si toiaa e nost Signoor.
.
Se la guida e fòòristreeda
léé ch’la i èè on pòò pzineena
anch s la ièè toota spetneeda
tu la vii apeena apeena.
Ades a quèè a deeg spetneeda
perchèè a sòò che la su noona
la la i ha sempre ciameeda
“Ecco quàà la mi SCAVCIOONA”
.
Mèè peròò a la vreeb avdèè
soola te meez d’la streeda
ch’l’a s trovees a dovéé cambiéé
de gipoon na gooma bugheeda.
Scometeema ona cucagna
che da soola l’a n se sgavaagna???
.
La i è apasioneeda
d’andéé a zerchéé i foong
e quei che la preferess
i è queii dai gamboon loong.
(per féé capìì ai vool
purzeen e prataiool)
e i diis ch’la i cnoss been
i boon e quei coi vleen.
Ma an potreeb mè vèès dubioos
se a mangiarli mi invita
che o i fòòs fra queei ch’la m coos
ona “FALLOIDE AMANITA”?
.
Adees peròò tireema el conclusioon
ed sté poore zibaldoon
A chieed a la dotoreesa
che l’a m voia perdonéé
se en s’tla mi satira
a i ò esageréé
.
ALOORA:
D’la nostra dotoressa
noon a sem teent conteent
anca se l’a n n angeesa
anca s’ l’an chééva i deent
e per noon ch’la i è careena
come s la foos na diiva
ai vleen dii sera e mateena
“EVIVA, EVIVA, EVIVA”.

FEBBRAIO 1993

La nostra Dottoressa

La nostra dottoressa
si e’ sposata da poco.
Anche se non va tanto a messa
non e’ un’anima dannata,
che’ con amore cura
tutti i suoi pazienti;
usando la stessa misura
coi poveri e i benestanti.
.
Quelli che sono a letto ammalati
li va a trovare a casa,
tutta preoccupata
che non vadano all’altro mondo.
Se seguono la sua cura
pianino pianino si rimettono in salute
e passa loro la paura
d’andare all’altro mondo.
.
Lei e’ un tipo allegro,
fa buon viso a tutti,
ai grassi e ai magri,
ai belli e ai brutti.
E se poi la vedi arrabbiata
a causa del troppo lavoro,
falle fare una fumata,
e ritornera’ di buon umore.
.
Ha poi i soliti pazienti
che sono da lei ogni momento.
L’aspettano sempre in ambulatorio,
neanche desse i marroni bolliti con l’alloro!
E quando non hanno mali da dichiarare,
allora le chiedono di misurare la pressione.
.
E allora, per liberarla
da questi “invalidi comunali”,
permettiamoci di suggerire
una mezza soluzione;
mettere in vendita gli invalidi
in una liquidazione,
chi ne compra tre di questi,
gliene faccia pagare uno!.
.
Pero’ ho un timore:
ci sara’ un compratore???
Non rimane altro che sperare
che se li prenda Nostro Signore.
.
Se guida il fuoristrada,
lei che e’ un po’ minuta,
anche se e’ tutta spettinata,
la vedi appena appena.
Adesso qui dico spettinata
perche’ so che la sua nonna
l’ha sempre chiamata:
“Ecco qua la mia TRASCURATONA!”
.
Io pero’ la vorrei vedere
sola, per la strada,
se dovesse trovarsi a cambiare
una gomma bucata del gippone.
Scommettiamo una cuccagna
che da sola non se la leva???
.
E’ appassionata
d’andare a cercare i funghi;
e quelli che preferisce
sono quelli dal gambo lungo.
(per far capire al volo:
porcini e prataioli).
E dicono che conosce bene
quelli mangerecci e quelli velenosi.
Ma non potrei io avere un dubbio,
se a mangiarli mi invita,
che ci sia fra quelli che mi cuoce
una “FALLOIDE AMANITA”?
.
Adesso pero’ tiriamo a concludere
questo povero zibaldone.
E chiedo alla dottoressa
che mi voglia perdonare
se nella mia satira
ho esagerato.
.
ALLORA:
Della nostra dottoressa
noi siamo tanto contenti,
anche se non ingessa,
anche se non leva i denti,
e per noi, che e’ carina
come se fosse una diva,
vogliamo dire sera e mattina
“EVVIVA, EVVIVA, EVVIVA”.

FEBBRAIO 1993

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Un’altra breve storia, pungente e immediata come le favole di Fedro.

ascolta   La costanza da’ speranza

“Tu n’séé stòfa, gozla isolédaa,
ed baat te maas ed la scarpédaa?
.
L’è piòò ed zènt ènn che tu lavòòr
te faat apena on pécle fòòr”.
.
La i déss én bréév
la pòzaa ed sòta ch’la la ricéév.
.
r’spond la gòzla.
“La mi costanza l’a’m da speranza;
.
Con piòò ed zènt ènn de mi lavòòr
a so riuscida a féé ste fòòr
.
e fra méll ènn a pens e a spéér
d’avéé scavéé e mas entéér”.

1985

La costanza da’ speranza

“Non sei stanca, goccia isolata,
di battere nel masso della scarpata?
.
Son piu’ di cent’anni che lo lavori
e hai fatto appena un piccolo foro!”.
.
Le disse in breve
la pozza di sotto che la riceveva.
.
Risponde la goccia.
“La mia costanza mi da’ speranza;
.
Con piu’ di cent’anni del mio lavoro
sono riuscita a fare questo foro,
.
e fra mille anni penso e spero
d’avere scavato il masso intero”.

1985

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Il personaggio e’ immaginario, ne’ e’ esistita una zia di nome Carlotta. In dialetto romagnolo si usa dare dello zio e della zia a tutti coloro che godono di simpatia e benevolenza. In un paese c’e’ sempre quella donna di cui si mormora che…, e se non c’e’, allora la si inventa e si fa volare la fantasia.

ascolta   E Bidee d’la zi Carlota

Av racont d’la zi Carlota
che durant la bela età
la i è steda on po’ sveltota
os po’ dii che tòòt il sa
e adees la ià di dèè
ch’la s’arcòrda et quél c’la fèè.
Quest o fòò tra dmenga e lòòn
ch’la s faseva e bidèè te fiòòn
e senza enciòn pudoòòr
las laveva zòò ch’l’odòòr
e la géva stènd chinééda
“Te t’se stéda fortunéda,
an t’ò fat manché mai gnént
sodisfat tè tanta zènt,
e tè svolt e tu lavoor
senza orérie a toot e gli òòr
tu le faat ai lòòm ai buur
dréta, stesa, puntléda ai muur,
e ogni taant, (porca mariana)
tu faseva crichéé la scraana”.
Arcordend sempre cla mòòsa
las sentiva on pòò comosa,
tant che a mèèz de su languòòr
oi scapèè d’ed dré on armòòr.
La Carlota la s fermèè,
lai pensèè e la gèè arsentiida:
“Te sta zéét, sta zéét e boon
che durant la zoventòò
tè avùù la tu porziòòn”.

(AGOSTO 1985)

Il bide’ della zia Carlotta

Vi racconto della zia Carlotta
che durante la bella eta’
e’ stata un po’ svelta.
Si puo’ dire, che’ lo sanno tutti.
E adesso ha dei giorni
in cui si ricorda quello che fece.
Questo fu fra domenica e lunedi’
quando si faceva il bide’ nel fiume,
e senza alcun pudore
si lavava giu’ quell’odore.
E diceva stando chinata:
“Tu sei stata fortunata,
non ti ho fatto mancare mai niente.
Hai soddisfatto tanta gente,
e hai svolto il tuo lavoro
a tutte le ore e senza orari.
L’hai fatto al buio, alla luce,
dritta, distesa, appoggiata al muro,
e ogni tanto, (porca mariana)
facevi scricchiolare la sedia!”.
Ricordando sempre quella mossa,
si sentiva un po’ commossa,
tanto che a mezzo del suo languore
le scappo’ da dietro un rumore.
La Carlotta si fermo’,
ci penso’ e disse risentita:
“Te sta’ zitto, sta’ zitto e buono!
che’ durante la gioventu’
hai avuto la tua porzione!”.

(AGOSTO 1985)


E bidèè d'la zi Carloota

Discorso in occasione di una recita pubblica della poesia.

Su invito della Floriana, presidente della Pro Loco, ho accettato di presentarmi qui alla festa degli anziani a leggere un paio di mie scritture in versi dialettali romagnoli, che io scrivo per diletto, cosi’, alla buona.

Leggero’ per prima una scritta breve intitolata

“E bidèè d’la zi Carloota”

poi seguira’

La banda de paéés

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Anche questo e’ un personaggio immaginario. Balaren si potrebbe tradurre con “Ballerino”, cioe’ incostante, inaffidabile. Balaren e’ un uomo semplice, magari un po’ furbetto, tuttavia simpatico, tanto che anche il padrone di casa alla fine lo lascia nell’appartamento, gratis.

ascolta   La proposta ed Balaren

Il ciameva Balaren
l’era semp senza quatren
perché quand quich d’on o n’eva
t l’osteria sempre o còréva
anch se l’ost che birichèn
oi metéva l’aqua te veen.
.
Balarèn l’éra on om sòl
senza mòi e senza fiòòl
ed caa l’éva òna stanza sòla
che e padroon l’éra Mengòòla.
.
L’è stéé sempre amiigh de padroon
òn paghéva mai la pisoon,
fen da tant (o péé òna fòòla)
l’éra stòff anca Mengòòla,
che anch s’on gnéra enciòòn contraat
oi mandèè l’aviis de sfraat.
.
Balaren a cla broota novità
o rmastè cme on bacalà
on steva drett, on steva en sdéé
l’eva smess enfema ed béé
fen con epp l’ispirazioon
ed sisteméé la situazioon
Enfaati dop qui’ch dèè en t’la piazòòla
Balareen o véd Mengòòla
e oi diis:
“Mengòòla, per e sfraat at fèèz òna proposta,”
Oi dimla puu.
Sent:
“Tu se stéé sempre on boon padroon,
piutost che déém e sfraat,
RADOPPIA LA PISOON!!!!”

AGOSTO 1995

La proposta di Balaren

Lo chiamavano Balaren
era sempre senza soldi,
perche’ quando ne aveva qualcuno
correva sempre nell’osteria,
anche se l’oste, quel biricchino,
gli metteva l’acqua nel vino.
.
Balarèn era un uomo solo,
senza moglie e senza figli,
come casa aveva una stanza sola,
di cui il padrone era Mengòòla.
.
E’ sempre stato amico del padrone,
non pagava mai l’affitto,
fino a che (sembra una fola),
era stufo anche Mengòòla,
che’ anche se non c’era alcun contratto,
gli mando’ l’avviso di sfratto.
.
Balaren a quella brutta novita’
rimase come un baccala’;
non stava dritto, non stava seduto
aveva smesso perfino di bere
finche’ non ebbe l’ispirazione
di sistemare la situazione.
Infatti, dopo qualche giorno, in piazzola,
Balareen vede Mengòòla
e gli dice
“Mengòòla, per lo sfratto ti faccio una proposta,”
Oi dimmela pure.
Senti:
“Sei stato sempre un buon padrone,
piuttosto che darmi lo sfratto,
RADDOPPIA L’AFFITTO!!!!”

AGOSTO 1995

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Ecco un altro personaggio immaginario. La traduzione di Scapuzon e’: inciampone, cioe’ uno sbadato che inciampa sui suoi stessi piedi. E’ un uomo semplice e devoto, ma solo per le feste religiose piu’ importanti.

ascolta   L’oc ed Scapuzoon

Il ciaméva “SCAPUZOON”
perchèè l’eva sol ch’l’oc bon
on n’éra on giévle on n’éra on saant
e t’la géésa o i andéva ogni taant.
Te paiéés ed Scapuzoon
i usa féé ona procesioon
la ièè quéla de vénér saant
che i la faa ogni aan costaant
l’a iè l’ònica procesioon
c’oi partecipa anch Scapuzoon
questa ch’a racunteen
la iè quéla ch’la iep la fèèn
perchèè e pòre Scapuzoon
i armetèè quasi l’oc boon.
Quest o fòò quand en t’la gesa
coi microfono a elta voos
i invidèè tot i credèènt
a baséé e Signor t’la cròòs
c’ol mostréva e caplaan
con i ciòòd ti péé e tel mààn.
Os fèè avanti anch Scapuzoon
con preghièra e devozioon
per poséé t’la cròòs e béés
e aviéés con l’anma en péés,
ma en te mentre ch’o s’anchèna
l’ép on gran spuntèèl t’la schéna
da bòrdèll mei tant birbòòn
ch’i faseva di simitòòn,
e lu o casca propie en mòòd
ed piciéé l’oc bon tè ciòòd
che e Signor l’eva ti péé.
.
Scapuzoon o s’élza e o diis trést:
“Alèè, at salut Crést
ades a chi s’è vést, s’è vést”.

SETTEMBRE 1985

L’occhio di Scapuzoon

Lo chiamavano “SCAPUZOON”
perche’ aveva solo un occhio sano.
Non era un diavolo, non era un santo,
e in chiesa ci andava ogni tanto.
Nel paese di Scapuzoon
si usa fare una processione,
e’ quella del Venerdi’ Santo
che la fanno costantemente ogni anno.
E’ l’unica processione
cui partecipa anche Scapuzoon.
Questa che raccontiamo,
e’ quella che fu l’ultima
perche’ il povero Scapuzoon
ci rimise quasi l’occhio sano.
Questo fu quando in chiesa,
col microfono ad alta voce,
invitarono tutti i credenti
a baciare il Signore in croce,
che lo mostrava il cappellano
con i chiodi nei piedi e nelle mani.
Si fece avanti anche Scapuzoon
con preghiera e devozione,
per posare sulla croce il bacio
e andarsene con l’anima in pace,
ma nel momento in cui si inchina,
ebbe un gran spintone nella schiena,
da bambini cosi’ birboni
che facevano delle sciocchezze,
e lui cade proprio in modo
da picchiare l’occhio sano nel chiodo,
che il Signore aveva nei piedi.
.
Scapuzoon si alza e dice triste:
“Alè, ti saluto Cristo
adesso chi s’e’ visto s’e’ visto!”.

SETTEMBRE 1985

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Ai tempi in cui le donne indossavano le gonne lunghe, poteva essere uno spettacolo andarle a vedere mentre attraversavano il fiume, perche’ dovevano scoprire le gambe. Cosi’ lo zio Luchetto (che e’ zio di niente, come ho spiegato piu’ sopra) non si lascia sfuggire l’occasione. Ma viene seccamente liquidato.

ascolta   Marioon ch’la traversa e fioon

I la ciamééva e Marioon
la stééva ed laa de fiòòn
la viééva dòp ai méés ed maaz
a paséé e fiòòn a guaaz
per fé prema ‘ndéé ai paiéés
pr’el fazèndi ‘el su spéés
quésta ch’la iè capitéda
l’è stéé en t’ona traversééda.
.
Ona noot ai Muraioon
l’éra vnuu on aquazoon
ch’o fè créés la matèna
e livèèl d’l’aqua te fiòòn
e Marioon ch’l’an s’néra dééda
oramai ch’la s’éra sviééda
la téntèè la traversééda.
.
Quant ch’la ièè n mez ai ragoon
l’aqua l’ariiva ai mutandòòn
che a chi teemp per no dé en t’l’ooc
i arivééva quasi ai znooc
e Marioon, tira pu sòò! Tira pu sòò!!
Ma anch l’aqua l’avniva sòò!!
Adèès fra i deent la borbotééva
e on se saa se la biastmééva o sla preghééva
tant ch’la iééra tòòta préésa
d’no caschéé là longa e stéésa.
.
Zi Luchett, te pòònt en sdéé
os godééva e bel avdéé
aspetènd ogni momeent
la finéél d’l’avenimeent
ma on stèè al moosi ch’o urlèè:
“O Marioon, atenti che fra poc la béé!!!”
.
Marioon aloora stiziida
l’arspòònd tòòta d’on fiéé:
“Lasa ch’la bééga, l’è pòòc ch’la ià magnéé!!!.

1985

Marioon che attraversa il fiume

La chiamavano Marioon
stava sull’altra riva del fiume.
Cominciava dopo il mese di maggio
a passare il fiume a guado
per far prima ad andare al paese
per le sue faccende e le sue spese.
Questa che e’ capitata
e’ stata durante un attraversamento.
.
Una notte al Muraglione
era venuto un acquazzone
che fece crescere la mattina
il livello dell’acqua nel fiume,
e Marioon che non se ne era accorta,
ormai che si era avviata
tento’ l’attraversamento.
.
Quando e’ in mezzo alla corrente
l’acqua le arriva ai mutandoni
che a quei tempi, per non dar nell’occhio,
arrivavano quasi al ginocchio,
e Marioon, tira su! Tira su!!
Ma anche l’acqua veniva su!!
Adesso borbottava fra i denti
e non si sa se bestemmiava o pregava,
da tanto che era tutta presa
di non cadere li’ lunga e distesa.
.
Zi Luchett, a sedere sul ponte,
si godeva il belvedere
aspettando a ogni momento
la fine dell’avvenimento.
Ma non pote’ resistere e urlo’:
“O Marioon, state attenta che fra poco quella beve!!!”
.
Marioon allora, stizzita
gli risponde tutta d’un fiato:
“Lascia che beva, e’ da poco che ha mangiato!!!.

1985

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Passo del MuraglioneEcco un’altra “zia”, Nardona questa volta, immaginaria pure questa. La storia si svolge indicativamente durante gli anni ’50 del secolo scorso. La gente riprende a godere di un certo benessere, cosi’ si organizzano delle gite in pullman. Dove si va di solito? A Roma a vedere il Papa. Il Passo del Muraglione divide la Romagna dalla Toscana. Gli ultimi chilometri prima di raggiungere la cima sono costituiti da una serie di tornanti a gomito che provocano nel viaggiatore un terribile senso di nausea.

ascolta   La snoora Zinardoona la va’ a la gita

A la snoora Zinardoona
fioola d’la poora Zita
oon aan oi vens l’idea
d’andé a féé ona giita
ch’i la ieeva organizeeda
con empeegn e con fervoor
dal dooni e da i oomne
de rioon de sgnor prioor.
.
Quand che la Zinardoona
la s signèè fra i parteent
queii d’l’organizazioon
i restèè on poo titubeent
on mutiiv per l’avanzeeda etàà
e on per i enconvenieent ch’la iàà.
.
Ma anca coi cunsii contrerie
on gne fòò gnéént da féé
ormai la ieeva deciis
la i voos partecipéé.
.
La gita d’andéé a Roma
la richiedeeva duu dèè d’viaaz
la dmenga e e sabet preema
c’o cascheeva e prem ed maaz.
.
E veener preema d’la parteenza
la sgnoora Zinardoona
la oseerva l’astinenza
eseend na bachetoona
e per stee n peera coi Signoor
la magnè i manfrigle coi fasool.
.
E dèè dòòp a ora preesta
la i è stiida da la feesta
la sèè méésa e stii piò boon
che l’a s méét t’el procesioon
e per vèèss piòò oserveeda
la s’è toota profumeeda
e la riceev i cumplimeent
d’la combrecola di parteent.
.
Entaant ch’la i è n’aspetatiiva
tu la vìì toota giuliiva
soota braaz la ià e fagoot
fazoléét e camisa da noot.
.
Ariva la corieera
fra i preem la monta sòò
per trovéé on post davanti
e vèès comda a calé zòò.
.
Inizia la partenza
la snoora Zinardona
la s faa e segn d’la croos
la preega la Madoona
e entant la pensa
ch’la vedràà
tanti cosii modeerne
e tanta antighitàà.
.
L’è zaa paséé mez ora ed viaaz
lee la s faa on gran coraaz
perchèè contra ai dìì d’la zeent
l’a n nà ncioon enconvenieent
ma o riiva el preemi curvi
ai péé de Muraioon
la snoora Zinardoona
la s seent on pòò ed magoon
la faa la disinvoolta
e la fa coont ed gneent
ma ormaai l’è toot na svoolta
ecco i enconvenient.
La teen el gambi strééti
perchèè la ne vò dìì
che fra e gli etri cosii
oi scapa anch la pipìì.
.
O ariiva l’ultma cuurva
en vééta ai Muraioon
la snoora Zinardoona
l’a n teen piò e magoon,
la faa ferméé e pulman
per potéé calé zòò
perchèè la sent che dentra
l’a n né po’ propie piòò.
.
La vaa sveelta a i sporteel
la méét i péé per teera
os sent on graan armoor
o péé ch’a sema en gueera.
D’ed zòò dal péért da baas
la péé on contrabaas
mentr os sent tra booca e nees
come quand c’os fa n travees.
.
E os veest e n peet ai moont
com o faa n canoon d’na foont
tanti t ch’el coosi
a paséé via d’vool
e piò com veen en meent
l’è l gòòsi di fasool.
.
Doop quant ch’la s fòò scargheeda
la fèè na pasegeeda
e adees geendla fra noon
la fòò anch fortuneeda
perchèè t cumbinazioon
dèè foora dai curvoon
e suu conzitadeen
Pireet ed Sibadleen
ch’l’era l’onic d’la valeeda
che o zireeva per la streeda
co i cavaal e baruzeen
come a i teemp di nòòst nuneen
e luu e poreet
l’eep la bontàà
d’arporteela endréé a càà.
.
Questa l’è la moreel
che a la geem en te fineel:
quant ch’o s’ha na zeerta etàà
l’è mèii stees entorne a càà
perchèè la snoora ch’la i era partida
toota aleegra n te pulmeen
l’artornèè a càà pentiida
coi cavaal te baruzeen.
.
Questa la iè l’aventura
che oi capitee a la gita
a la snoora Zinardoona
fiola d’la poora Zita.

(GENNAIO 1993)

La signora Zinardona va alla gita

Alla signora Zinardoona
figlia della povera Zita
un anno le venne l’idea
di andare a fare una gita,
che era stata organizzata,
con impegno e con fervore,
dalle donne e dagli uomini
del rione del signor priore.
.
Quando la Zinardoona
si iscrisse fra i partenti,
quelli dell’organizzazione
restarono un po’ titubanti;
un motivo per l’avanzata eta’,
e uno per gli inconvenienti che ha.
.
Ma anche coi consigli contrari
non ci fu niente da fare,
ormai aveva deciso
e ci volle partecipare.
.
La gita per andare a Roma
richiedeva due giorni di viaggio:
la domenica e il sabato precedente
che cadeva al primo di maggio.
.
Il venerdi’ prima della partenza
la signora Zinardoona
osserva l’astinenza.
Essendo una bacchettona
e per stare alle regole della religione,
mangio’ i manfrigoli coi fagioli.
.
Il giorno dopo di buonora,
si e’ vestita come per un giorno di festa;
si e’ messa i vestiti migliori,
quelli che si mette nelle processioni,
e per essere piu’ osservata
si e’ tutta profumata,
e riceve i complimenti
della combriccola dei partenti.
.
Intanto che e’ in attesa
la vedi tutta giuliva;
sotto braccio ha il fagotto,
il fazzoletto e la camicia da notte.
.
Arriva la corriera,
fra i primi sale a bordo,
per trovare un posto davanti
e essere comoda a scendere.
.
Inizia la partenza,
la signora Zinardona
si fa il segno di croce
e prega la Madonna;
e intanto pensa
che vedra’
tante cose moderne
e tanta antichita’.
.
E’ gia’ passata mezzora di viaggio,
lei si fa un gran coraggio
perche’ a dispetto delle dicerie della gente
non accusa alcun inconveniente.
Ma arrivano le prime curve
ai piedi del Muraglione,
la signora Zinardoona
si sente un po’ di nausea.
Fa la disinvolta,
e fa finta di niente,
ma ormai la strada e’ tutta una svolta,
ecco gli inconvenienti!.
Tiene le gambe strette
perche’ non lo vuol dire,
che fra le altre cose
le scappa anche la pipi’.
.
Arriva l’ultima curva
in cima al Muraglione,
la signora Zinardoona
non riesce piu’ a trattenere la nausea,
fa fermare il pullman
per poter scendere
perche’ si sente che dentro di se’
non ne puo’ proprio piu’.
.
Va svelta allo sportello,
mette i piedi per terra,
si sente un gran rumore,
sembra di essere in guerra.
Giu’ dalle parti basse
sembra un contrabbasso
mentre si sente fra bocca e naso
come quando si fa un travaso.
.
E si vide nei monti di fronte
come farebbe la canna di una fonte:
tante di quelle cose
passarono via volando!,
il piu’ che mi ricordo
son le bucce dei fagioli.
.
Dopo, quando si fu scaricata,
fece una passeggiata
e adesso, dicendola fra noi,
fu anche fortunata
perche per combinazione
apparve da dietro il curvone
il suo concittadino:
Pireet di Sibadleen,
che era l’unico della vallata
che girava per strada
col cavallo e il baroccino,
come ai tempi dei nostri nonni;
e lui, il buonuomo,
ebbe la bonta’
di riportarla indietro a casa.
.
Questa e’ la morale
che vogliamo dirla nel finale:
quando si ha una certa eta’,
e’ meglio starsene vicino a casa
perche’ la signora, che era partita
tutta allegra nel pulmino,
ritorno’ a casa pentita
col cavallo nel baroccino.
.
Questa e’ l’avventura
che capito’ durante la gita
alla signora Zinardoona
figlia della povera Zita.

(GENNAIO 1993)

La snoora Zinardoona la va' a la gita
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Dedicato a tutti coloro che recano un beneficio per gli altri.

ascolta   A Ugo Maestri

Colonnello e maestro elementare per il compimento dei suoi cento anni. 6 Aprile 1993.

Sonetto

Compiuti i cento anni hai già deciso
di stare ancora in vita tra i mortali
ti auguro di starci tanti annali
anche se so che andrai in Paradiso.
.
Ripenso alle migliaia di scolari
ai quali hai insegnato l’A.B.C.
e ai giovani ventenni -o giù di lì-
che hai messo in riga essendo militari:
.
Questo è un dono dell’Onnipotente
per i tuoi pregi e tutte le virtù
il bene che hai fatto alla tua gente
senza scopo di lucro, -come fù-.
Allor d’esempio a noi sarai sovente
quand’anche in mezzo a noi non sarai più

Triestino Cortesi MARZO 1993

Ivo e Ugo Maestri
Ivo e Ugo Maestri in un momento di tranquillita’ nell’agosto del 1992.
.
.
.
.
.

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Ecco una filastrocca, per bambini. Se si usa un linguaggio infantile, quando arriva il momento di dire: “casca nella vasca”, si finisce per dire una innocente volgarita’: “cacca nella vacca”, e tutto finisce in una risata 8:)

ascolta   Agostino pescatore

Coro: Agostino pescatore
va per prendere una lasca
ma si prende un raffreddore
perché casca nella vasca.
.
Un bel giorno Agostino
di nascosto dalla mamma
va a pesca nel giardino
col retino e con la canna.
Piglia un bruco di farfalla
lo infila nell’amino
poi lo lancia e tiene a galla
nella vasca del giardino.
.
Coro: Agostino pescatore ecc.
.
Mentre intento è alla pesca,
abbaiando con furore,
presso lui un can s’arresta
sì da far tanto rumore.
Agostino ha gran paura
tenta invano di scappare
non s’accorge ahimé sventura
che nell’acqua va a cascare.
.
Coro: Agostino pescatore ecc.
.
E così tutto bagnato
questo neo pescatore
anziché pesce pregiato
si è preso un raffreddore.
.
Coro: Agostino pescatore ecc.

3 DICEMBRE 1971

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Ma sssi, va bene, …ci sono tante altre cose, e tutte non si possono dire, …pero’ anche questa non si poteva dire!! 🙂

Chi diis ch’o se sta ben !!!

Chi diis ch’o se sta ben
Dop una bela adbuda
.
Chi diis ch’o se sta ben dop una bona magneda
Chi diis ch’o se sta ben a vde’ ona dona nuda
Chi diis ch’o se sta ben anca a magne’ na pieda
Chi diis ch’o se sta ben dop na bela durmida
Chi diis ch’o se sta ben sdraie’ sota na vida
Chi diis ch’o se sta ben dop ve lave’ la faza
Chi diis ch’o se sta ben a zirandle’ per piaza
.
Oi e’ tanti etri cosi e toti l’in s’po di’i
Chi fa ste ben la zent e che i fa diverti’
Pero’ oi e’ ona cosa che tent i sla ie’ scordeda
.
L’e’ com o se sta ben
Dop una bela chegheda!

APRILE 1988

Chi dice che si sta bene !!!

Chi dice che si sta bene
Dopo una bella bevuta
.
Chi dice che si sta bene dopo una buona mangiata
Chi dice che si sta bene a vedere una donna nuda
Chi dice che si sta bene anche a mangiare una piada
Chi dice che si sta bene dopo una bella dormita
Chi dice che si sta bene sdraiati sotto una vite
Chi dice che si sta bene dopo essersi lavati la faccia
Chi dice che si sta bene a gironzolare per piazza.
.
Ci sono tante altre cose, e tutte non si possono dire,
Che fanno star bene la gente e che fanno divertire
Pero’ c’e’ una cosa che tanti se la sono dimenticata
.
E’ come si sta bene
Dopo una bella cagata!

APRILE 1988

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Due sono i messaggi di questo breve racconto. Il rispetto reciproco e’ una questione di cultura e non e’ innato nell’uomo. Nella vita bisogna imparare a riconoscere le vere minacce.

ascolta   Racconto

Eravamo in piena estate, me ne andavo in giro lungo il greto del fiume, quando incontro un ragazzo con un bastone in mano, intento ad uccidere un esile serpentello nato da poco. Giù botte a tutto andare, finché quel povero animaletto era ridotto ad una poltiglia.
Il ragazzo mi guardò come se avesse fatto una azione eroica. Io allora gli chiesi perché si fosse accanito così ferocemente contro quella bisciolina così innocua, lui rispose che aveva eliminato un essere che divenendo grande, avrebbe fatto impressione e paura alla gente.
Ingenuo che sei, io replicai, ti accanisci contro un animaletto innocuo e indifeso solo perché la natura lo ha creato non tanto grazioso e non sai che durante la vita dovrai adattarti a vivere con individui, come spacciatori di droga, scippatori, sequestratori, ladri, mafiosi, ecc., fatti a misura d’uomo, ma che sono ben peggiori delle serpi.

1985

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La banda del paese e’ un momento di coesione sociale nella vita di un piccolo paese. Garioon, che si puo’ tradurre con “Torsolone”, e’ un personaggio inventato, ma alcuni sono nomi di persone realmente esistite, e si coglie l’occasione per ricordarne la memoria con affetto e simpatia.

ascolta   La banda de paéés

Te nost paes d’elta romagna
dov molt ben os béé e os magna
e o iè tanta cortesia
con tot quei ch’i ven d’ed via
fra el bel cosii da tnii preseent
i èè la banda di musichèènt,
opereii, pensionéé e studèènt
i rimedia ona tranteena d’element,
toota zèènt senza pretesi
ch’is contenta ed cavéé el spesi
e i soona toot l’aneeda
per pooc piò d’ona mgneeda
perchèè i sona per pasioon
e o ve diis anch Stampanoon
che a luu i à déé on strumeent
che os soona anch senza deent !!!
Ai servizie e a la proova
oi dirééz Tiglio d’la Canoova
con pazienza certuseena
a t’nii enseem toot c’la trantena.
En mèèz a toot chi element
i è di tiip anch stravagheent
che i vréébb sempre scherzéé
e del voolt i è esageréé
come o fòò durant ona proova
ed sonéé ona mercia nòòva
che adees a racuntèèn
per fé riid i grèènd e i znèèn.
.
Oon ed sti tiip il ciama Garioon
l’ha on ooc sol e o sona e trombòòn
e su amiig Fedel il ciama Saiéta
l’è molt bréév con la cornééta
e Carléét e fiool ed Momboon
ch’l’è on bordeel mei tant birboon
che a ogni pròòva en t’la sereeda
luu o cumbèèna ona birbonééda.
Ona sééra, Carleet birbòòn
vèèn a la proova con di fiig matalòòn
e ed nascòòst de vèèc Garioon
o i anfila t’la campana de su trombòòn
e o vaa ai sùù poost contèènt
aspetend gli aveniment.
Os fa òòra ed la pròòva
ed sonéé la mercia nòòva
Tiglio o péécia la bachééta
t’on legii fat a casééta
e o da e via a muus duur
ai complèès di sonaduur.
I taca fòòrt e puu pianèèn
i sassofon e i clarèèn
doop i entra toot i otòòn
i bèès, el trombi, i trombòòn
e puu ed seguit, via via,
i qua qua e quei d’la bateria
che i peecia sempre sicùùr
en ti quirce, t’la grancaasa e te tambùùr.
.
Puntuéél anca Garioon
a temp o soffia en te tromboon
ma con molta meraviia
on sent n’a nòòta scapéé viia
sofia piò fòòrt o gonfia la gòòta
ma on sent scapéé ona nòòta.
Aloora l’ha on presentimeent
méét na maan dentra e strumeent
e o tira fòòra on polpetòòn
ed spapléé fiig matalòòn
élza la man, o la fa avdéé
ai sonadur ch’i è tòòt en sdéé
mentre Tiglio d’la Canòòva
sospèènd per tòòt la pròòva.
.
Garioon o biasica fra i deent
péé ch’o déga el litanii di seent
con la man piena ed figòòn
vaa vers a Carleet birbòòn
perché la emmazinéé
che da luu l’è tòòt scapéé
ma e bordel ch’l’è smaliziéé
ed dree ai mestre o s’è piatéé
en atéésa che Garioon
il fasééss artornéé ai bòòn
mentre entaant l’amiig Saieta
sota braaz con la corneeta
o va empeet a Garioon e o i balbeeta: (parlare al pubblico)
“Va la Garioon, no t’arabiéé
i è schirz ed bordèèl,
sera n’oc e lasa andéé”.
Garioon aloora toot nervòòs
i arspand a élta vòòs:
“Sera l’ooc, sera l’ooc
anca tèè tu séé testerd come on muul,
se mèè a sèr l’ooc, doop a vegh loom coi buus de … ???”
(questa parola la deve pronunciare il pubblico)
.
A sentii ch’la fréés sgarbééda
toot i fèè na gran risééda
tant che en tòòt la compagnia
rtornèè bona armonia
mentre Carleet e fiòòl ed Momboon
per castiig e punizioon
o pulèè coi su capèèl
la campana de tromboon.
.
Quest l’è on ed chi fatèèz
ch’o suceed durant la proova
quant ch’o iè di bastardèèz
chi n’à sempre ona noova.
E aloora nòòn con l’anma en pees
a vlem dii a elta vòòs:
“Viva la banda de nost paiéés”
che quant la soona per la via
la méét sempre d’l’alegriia.
E a fen a tott i nostre augùùr
e bona noot ai sonadùùr.

1993

La banda del paese

Nel nostro paese d’alta romagna
dove molto bene si beve e si mangia
e c’e’ tanta cortesia
con tutti quelli che vengono da fuori,
fra le belle cose da tenere presenti
c’e’ la banda dei musicisti,
operai, pensionati e studenti,
cosi’ rimediano una trentina di elementi,
tutta gente senza pretese,
che si contenta di riprenderci le spese,
e suonano tutto l’anno
per poco piu’ di una mangiata;
perche’ suonano per passione,
e ve lo dice anche Stampanoon,
che’ a lui han dato uno strumento
che si suona anche senza denti !!!
Ai servizi e alla prova
li dirige Tiglio della Canoova,
con pazienza certosina
a tenere insieme tutta quella trentina.
In mezzo a tutti quegli elementi
ci sono dei tipi anche stravaganti
che vorrebbero sempre scherzare,
e a volte sono esagerati,
come fu durante una prova
per suonare una marcia nuova
che adesso raccontiamo
per far ridere i grandi e i piccini.
.
Uno di questi tipi lo chiamano Garioon,
ha un occhio solo e suona il trombone.
Il suo amico Fedel lo chiamano Saiéta,
e’ molto bravo con la cornetta;
e Carléét il figlio di Momboon
e’ un bambino cosi’ tanto birbone
che a ogni prova, durante la serata,
lui combina una birbonata.
Una sera, Carleet birbone
viene alla prova con dei fichi primaticci
e di nascosto dal vecchio Garioon
glieli infila nella campana del suo trombone,
e va al suo posto contento
aspettando gli avvenimenti.
Si fa l’ora della prova
per suonare la marcia nuova,
Tiglio picchia la bacchetta
su un leggio fatto a cassetta,
e da’ il via a muso duro
al complesso dei suonatori.
Iniziano forte, poi pianino,
i saxofoni e i clarini:
dopo entrano tutti gli ottoni
i bassi, le trombe, i tromboni,
e poi di seguito, via via,
i clarinetti e quelli della batteria,
che picchiano sempre sicuri
nei coperchi, nella grancassa e nei tamburi.
.
Puntuale anche Garioon
a tempo soffia nel trombone,
ma con molta meraviglia
non sente uscire una nota.
Soffia piu’ forte, gonfia la gota,
ma non sente uscire una nota.
Allora ha un presentimento,
mette una mano dentro lo strumento
e tira fuori un polpettone
di fichi primaticci spappolati.
Alza la mano, la fa vedere
ai suonatori che son tutti a sedere
mentre Tiglio della Canòòva
sospende per tutti la prova.
.
Garioon biascica fra i denti,
sembra che dica le litanie dei santi;
con la mano piena di fichi
va verso Carleet birbone,
perche’ ha immaginato
che e’ uscito tutto da lui,
ma il bambino, che e’ smaliziato,
si e’ nascosto dietro al maestro,
in attesa che Garioon
lo facessero ritornare calmo,
mentre intanto l’amico Saieta
con la cornetta sotto braccio
va di fronte a Garioon e gli balbetta: (parlare al pubblico)
“Va la’ Garioon, non t’arrabbiare
sono scherzi di bambini,
chiudi un occhio e lascia andare”.
Garioon allora tutto nervoso
gli risponde ad alta voce:
“Chiudi l’occhio, chiudi l’occhio,
anche te sei testardo come un mulo,
se io chiudo l’occhio, dopo ci vedo con il buco del … ???”
(questa parola la deve pronunciare il pubblico)
.
A sentire quella frase sgarbata
tutti fecero una gran risata
tanto che in tutta la compagnia
ritorno’ buona armonia,
mentre Carleet il figlio di Momboon
per castigo e punizione
puli’ col suo cappello
la campana del trombone.
.
E’ questo uno di quei fattacci
che succedono durante la prova
quando ci sono dei ragazzacci
che ne hanno sempre una nuova.
E allora noi, con l’anima in pace,
vogliamo dire ad alta voce:
“Viva la banda del nostro paese”
che quando suona per la via
mette sempre allegria.
E facciamo a tutti i nostri auguri
e buona notte ai suonatori.

1993

La Banda de Paees

Discorso di Ivo per la presentazione della poesia “La Banda de Paees” in occasione di una recita pubblica

Questa scritta sempre in dialetto romagnolo sulla banda del paese, vuole essere un riconoscimento al nostro corpo bandistico e che io ho messo in versi nel mio stile ironico e satirico in senso bonario.
Spero di essere compreso e criticato bonariamente anche da quei personaggi che ho presentato per nome e ai quali chiedo scusa.
In mezzo ho incluso un fatto scherzoso fra uno dei tanti che si fanno i suonatori durante le prove, pero’ avviso che e’ uno scherzo avvenuto non nel nostro corpo bandistico, ma in quello di un nostro paese limitrofo, quindi spero che il tutto sia gradito ugualmente.
Chiedo scusa agli ospiti qui presenti che non sono in grado di capire il dialetto romagnolo.
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Valmaggiore
Il tema del viaggio soprannaturale e’ frequente negli scritti dell’antichita’. Piu’ che il sublime qui prevale l’umorismo, una pacata ironia verso le spiegazioni piu’ grossolane raccontate per secoli e destinate agli orecchi di gente semplice che, comunque, non sarebbe stata in grado di cogliere ragionamenti e descrizioni piu’ elaborati. Vichett combina un sacco di guai, tanto che San Pietro decide di rimandarlo a casa, sulla Terra, con grande felicita’ dello stesso. Sul tema del viaggio soprannaturale vedi anche il mio articolo Poemi e miti della Mesopotamia: Discesa di Inanna al Mondo di Sotto

ascolta   Vichett en Paradiis (zirudela)

Ecco la stòria de zii Vichétt
quel ch’o soneva l’organétt
ch’a la racònt tota d’on fié
a paat che a stiiva ad ascoltéé.
E zi Vichétt ed Carnavéél
o s’amalèè o ste tant méél
che durant la malatia
o stèè tri dèè in agonia
e i fòò dèè long come tri miis
tant che o fèè on viaz te Paradiis.
Oi pareva d’avéé e gli éél
e ed voléé élt en te zéél
fen ch’o ariva an gran portoon
ch’o iè ed guérgia on vèc barboon.
L’è San Piér coi maz ed ciéév
che o l’aspèta e col ricéév.
“Oh! tsèè ariv e mi Vichétt
l’è da tant che a t’aspèèt,
entra, entra e fat coraaz
che tu séé a la fèn de viaaz,
sta sicur che t’staréé ben
tant iè tòòta zènt per ben.
Las ch’a t’evra ste portoon
l’è tant temp ch’on ven enciòòn,
mè a ne sòò, l’è on gran mistéer
ades t’l’enferne ii va vlontéér
l’è toot ona fiumana
quei chi va a rustii t’la fiama”.
.
Vico o èntra la gran pòrta,
ènzle, archènzle a bòca tòrta
ch’il guardéva con sospèèt
perché l’eva i stii da lèèt.
O se svia en t’on stradòòn
ed qua i òmne ed la el dòòn,
fazi séri mateena e séra
tòòti quant colòr d’la zééra
i pareva bona zèènt
pòc aligre e pòc contèènt
ch’i staseva zét e bòòn
sempre ai òrdin de padron.
L’éra toot on armonia
ma con gran monotonia.
.
Vico a fòrza ed zirandléé
oi vens bsògn ed béé e magnéé
dop tanta astinenza
l’era dréé a pérd la pazienza
e d’on trat a élta vòòs
come on ciù sovra n’a nòòs
rugèè: “O zent de Paradiis
senza pasta e senza riis
senza on sit dre na contreda
da potéé fé na pisééda
senza chérne ed bòò e ed vidèèl
né tortèl, né taiadèèl
on zèè on apéélt, on osteria
quest l’è propie porcheria”.
.
A sentii ch’la parolaaza
tòòt e gli anmi in dèè a fnii en piaza
os creè ona confusion
tant che i òmne in dèè fra ‘l dòòn
os formèè on gran casòòt
o paréva on quarantòòt.
Da la sééra a la matèèna
os n’andèè la disciplèna
perché i òmne a stéé fra el dòòn
is n’a dèè chi feva bòòn.
(Tant os sa che quei de zéél
i è stii sol con on véél).
Anch San Piér col cév te maaz
a sentì che gran schiamaaz
o ciamèè e zii a rapòòrt
perché tant l’u nnera mòòrt
e oi déss propie arsentìì:
“O Vichétt, a tè voi dìì
vést che tè en quatre e quatroot
tè creé tòòt ste casoot.
Sa diral e mi padroon
a armescléé con i òmne el dòòn??
Et sicuur e mi Vichétt
mè a cièp on bel cichétt!!
E pu quél ch’o verà toost
per armét el còsi a poost
i dovrà lavoré ensèn
ènzle, archènzle e cherubèn
che i s’anvigia ed dèè ed noot
i saréb sempre a fé el boot!!
E alora a iò penséé
per potéla rimediéé
(vest che el dòti t’un né tanti)
ed fé pért degli anmi santi
mè piutost che tniit a qua
a t’armènd guarìì a càà”.
.
Vico senza pérd de temp
ol rengrezia toot content
oi promett ch’o farà e boon
e ch’o fèza tent salut ai su padròòn.
Sobte os bòòta zòò dai zéél
o s’aiuta con e gli éél
mentre i ènzle da la pòòrta
i l’arciama a bòòca tòòrta:
“Vichétt, en dòòv tu véé
torna endréé, torna endréé!!”
Lu o s’arvòlta con la faza
e o fa on brot gest col braaza,
mentre i ènzle stralunéé
i è tòòt scandalizéé!!!
I s’artira drent’la pòòrta
con la bòòca ancor piò tòòrta.
.
Vico aloora o fa savéé
a toot quei ch’la laséé endréé:
“Anch se i òmne is fa la guèra
mè a stèg mèi coi péé per tèra
en Paradiis av lèss content
ma d’artornéé an l’ho t’la meent”.
E fratant con gran armòòr
o caschèè vérs Vaimazòòr
con spavent di contadèèn
di animéél e del galèèn.
O rugèè spertìì Franzcoon
ch’o faseva colazioon:
“Guérda, guérda en te cavdéél
sa saraal mei ch’l’animéél??
O Menghena, O Marietta,
dim la sciopa, la dopieeta
che a voii tirèè adoos
a c’lanimèèl ch’lèè zo ente foos”
.
“O Franzcoon lasa e grilétt
tu ne vii ch’a soo Vichétt??
T’un me vréé za féé artornéé
dov a sò da pòòch scapéé??”
.
Ch’o t’avnéss on azidènt
tu sé propie e mi parèènt,
quél tè faat, dov tu sé stéé??
Te ona faza d’amaléé!!”
“Se a t’loo da racuntéé
prema dam da béé e magnéé
che a vèngh dov l’è d’la zèènt
ch’in mét gnént et sòòta i dèènt”.
I va en caa, is méét en sdéé
i ciacara i magna i béé,
entaant che Vico o racuntéva
quei d’la caa i esclaméva
e Franzcoon per complimèènt
oi mandeva di azidèènt
oi picéva fòòrt t’la spaala
come o fòòs ona cavala.
Fra ona d’buuda e ona fumééda
is magnèè anch la sciazééda
e Vichétt, pianen pianen
o arcminzèè a sentiis been
perché o fniva l’agonia
d’la su bròta malatia
com o i éva promess San Pieer
quant ch’ol congedè dai zéél
e o s’artrovè te let content
perché ormai on n’eva piò gnent
fra e stupor ed tot la zèènt
i bsèn, i amigh e i parènt,
e en toot c’la compagnia
o artornèè tanta alegria
mentre e nostre zi Vichétt
o arsonèè e su organétt.

(AGOSTO 1985)

Vichett in Paradiso (zirudela)

Ecco la storia dello zio Vichétt
quello che suonava l’organetto,
che la racconto tutta d’un fiato
a patto che stiate ad ascoltare.
Lo zio Vichett di Carnovel
si ammalo’ e stette tanto male
che durante la malattia
stette tre giorni in agonia;
e furono giorni lunghi come tre mesi
tanto che fece un viaggio in Paradiso.
Gli pareva d’avere le ali
e di volare alto nel cielo,
finche’ arrivo’ a un gran portone
dove e’ di guardia un vecchio barbone.
E’ San Pietro col mazzo di chiavi
che lo aspetta e lo riceve.
“Oh! sei arrivato, il mio Vichétt,
e’ da tanto che ti aspetto,
entra, entra e fatti coraggio,
che’ sei alla fine del viaggio,
sta sicuro che starai bene,
tanto e’ tutta gente per bene.
Lascia che ti apra questo portone,
e’ tanto tempo che non viene nessuno,
io non so, e’ un gran mistero,
adesso all’Inferno ci vanno volentieri,
e’ tutta una fiumana
quelli che vanno ad arrostire nella fiamma”.
.
Vico entra dalla gran porta,
angeli, arcangeli a bocca torta,
che lo guardavano con sospetto
perche’ aveva i vestiti da letto.
Si avvia lungo uno stradone,
di qua gli uomini e di la’ le donne,,
facce serie mattina e sera,
tutti del colore della cera;
sembravano brava gente,
poco allegri e poco contenti,
che stavano zitti e buoni
sempre agli ordini del padrone.
Era tutta un’armonia,
ma con gran monotonia.
.
Vico a forza di gironzolare
sente il bisogno di bere e mangiare;
dopo tanta astinenza
stava per perdere la pazienza,
e d’un tratto ad alta voce,
come un cuculo sopra una noce
urlo’: “O gente del Paradiso
senza pasta e senza riso,
senza un sito dietro una contrada
da poter fare una pisciata,
senza carne di bue e vitello,
né tortelli, ne’ tagliatelle,
non c’e’ un ristoro, un’osteria,
questa e’ proprio porcheria!”.
.
A sentir quella parolaccia
tutte le anime andarono a finire in piazza.
Si creo’ una confusione,
tanto che gli uomini andarono fra le donne,
si formo’ un gran casotto
che pareva un quarantotto.
Dalla sera alla mattina
se ne ando’ la disciplina
perche’ gli uomini a stare fra le donne
si accorsero che faceva loro bene.
(Tanto si sa che quelli del Cielo
sono vestiti solo con un velo).
Anche San Pitro, con le sue chiavi nel mazzo,
a sentire quel gran schiamazzo
chiamo’ lo zio a rapporto,
perche’ tanto non era morto,
e gli disse, proprio risentito:
“O Vichétt, te lo voglio dire,
visto che tu in quattro e quattrotto
hai creato tutto questo casotto.
Cosa dira’ il mio padrone
a rimescolare gli uomini con le donne??
di sicuro, caro Vichétt,
io prendo un bel cicchetto!!
E poi quello che verra’ dopo,
per rimettere le cose a posto
dovranno lavorare insieme
angeli, arcangeli e cherubini,
che si invidiano di giorno e di notte,
sarebbero sempre a farsi le botte!!
E allora ho pensato,
per poterla rimediare,
(visto che di doti ne hai tante)
piuttosto che far parte delle anime sante
e piuttosto che tenerti qua,
ti rimando guarito a casa”.
.
Vico senza perdere tempo
lo ringrazia tutto contento,
gli promette che fara’ il bravo
e che faccia tanti saluti al suo padrone da parte sua.
Subito si butta giu’ dal cielo,
si aiuta con le ali
mentre gli angeli dalla porta
lo richiamano a bocca torta:
“Vichétt, ma dove vai,
torna indietro, torna indietro!!”
Lui si rivolta con la faccia
e fa loro un brutto gesto con le braccia,
mentre gli angeli, stralunati,
sono tutti scandalizzati!!!
Si ritirano dentro la porta
con la bocca ancora piu’ torta.
.
Vico allora fa sapere
a tutti quelli che ha lasciato indietro:
“Anche se gli uomini si fanno la guerra
io sto meglio coi piedi per terra,
vi lascio contento in Paradiso
ma di ritornare non ho in mente!”.
E frattanto, con gran rumore,
casco’ verso Valmaggiore,
con spavento dei contadini,
degli animali e delle galline.
Urlo’ spaventato Franzcoon
che faceva colazione:
“Guarda, guarda nel pollaio,
cosa sara’ mai quell’animale??
O Menghena, O Marietta,
datemi lo schioppo, la doppietta
che voglio sparare addosso
a quell’animale che e’ giu’ nel fosso!”
.
“O Franzcoon lascia stare il grilletto,
ma non vedi che sono Vichétt??
Non vorrai gia’ farmi ritornare
dove sono da poco uscito??”
.
Ti venisse un accidente,
ma sei proprio il mio parente!,
Cosa hai fatto, dove sei stato??
Hai una brutta faccia da ammalato!!”
“Se te lo devo raccontare,
prima dammi da bere e mangiare,
che’ vengo da dove c’e’ della gente
che non mette niente sotto i denti”.
Vanno in casa, si mettono a sedere,
chiacchierano, mangiano e bevono.
Intanto che Vico raccontava,
quelli della casa esclamavano,
e Franzcoon per complimento,
gli mandava degli accidenti,
gli picchiava forte nella spalla
come fosse una cavalla.
Fra una bevuta e una fumata,
si mangiarono anche la schiacciata
e Vichétt, pianino pianino,
ricomincio’ a sentirsi bene,
perche’ finiva l’agonia
della sua brutta malattia,
come gli aveva promesso San Pietro
quando lo congedo’ dal Cielo,
e si ritrovo’ a letto contento
perche’ ormai non aveva piu’ niente,
fra lo stupore di tutta la gente:
i vicini, gli amici e i parenti,
e in tutta quella compagnia
ritorno’ tanta allegria,
mentre il nostro zio Vichétt
suono’ ancora il suo organetto.

(AGOSTO 1985)

Vichett en Paradis
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Un proverbio latino recita: “Silentium pro sapientia fuit”, il silenzio era considerato sapienza. C’e’ gente che cerca sempre ogni mezzo per farsi notare e farsi considerare .Al di la’ del contenuto morale, questo racconto e’ un limpido affresco di una Italia popolare di meta’ degli anni ’50 del secolo scorso.

ascolta   L’è mei ed toot sté zétt

Fors an n’avii mai fat chéés
ch’en toot el discusioon
quei ch’ii vò sempre mét e nees
i ha sempre la rasoon
e i ciacara en sdéé o drétt
ma in né mai boon d’sté zétt???
Eben chi ciacaroon
i diis anch di sfrombloon
e i ha la memoria zneena
che queel chi diis la sera
is l’armagna la mateena.
.
Ma lòò o dìì o féé
i ha bsoogn ed fees notéé
e s’t’un gne déé ascoolt
tè tu pèès per un encoolt.
Aloora mè a vooi racuntéé
com o feeva oon per fees notéé.
.
Oon vèc preet ed campagna
znèèn, graas e bragoon
ed solit a la seera
o rposeeva te scranoon
e entaant ch’o reciteeva
el preghieeri ai su Signoor
proopie on se n’arguardeeva
se oi scapeeva ed dréé d’l’armoor.
.
Ona seera ch’l’eva magnéé
d’la zuòla de su òòrt
l’armoor ch’o fèè d’ed dréé
o fòò ed molt piò fòòrt
e oos sentèè per toot la caa
o pareva ch’o soneess on baas en faa.
.
La perpetua ch’la faseeva
el fazeendi on pòò piò en laa
lèè l’armoor l’an s’l’aspeteeva
e la esclama: “Per pietà,
o boia de pizoon,
perché st’el brooti cosii
o faa e mi sgnoor padroon??”
E luu: “O Santo Iddio, per far saper
che sono al mondo anch’io!!!”.
.
Aloora con sti tipeett
ch’i’nnè mai boon d’stéé zétt
e che lòò per fees notéé
in s’n’arguerda gnanc a sofiéé;
stìì fora discusioon
penseend: se lòò i stees zétt
da peert en t’oon cantoon
nòòn a i avressme ed piò oon dréétt
e ed maanc oon ciacaroon!!!!!!!!!!

1992

E’ meglio tacere

Forse non avete mai fatto caso
che in tutte le discussioni
quelli che vogliono sempre metterci il naso
vogliono avere sempre ragione
e chiacchierano seduti o dritti
ma non sono mai capaci di tacere???
Ebbene, quei chiacchieroni
dicono anche delle fesserie
e hanno la memoria corta,
che’ quello che dicono la sera
se lo rimangiano la mattina.
.
Ma loro, o dire o fare,
hanno bisogno di farsi notare,
e se non presti loro attenzione
tu passi per un incolto.
Allora io voglio raccontare
come faceva uno per farsi notare.
.
Un vecchio prete di campagna,
piccolo, grasso e bragone,
di solito la sera
riposava nella sedia a dondolo
e intanto che recitava
le preghiere al suo Signore
proprio non si preoccupava
se gli scappava da dietro un rumore.
.
Una sera che aveva mangiato
la cipolla del suo orto,
il rumore che fece da dietro
fu molto piu’ forte,
e si senti’ per tutta la casa,
pareva che suonasse un basso in FA.
.
La perpetua, che faceva
le faccende un po’ piu’ in la’,
quel rumore non se l’aspettava
e esclama: “Per pietà,
o boia d’un piccione,
perche’ queste brutte cose
fa il mio signor padrone??”
E lui: “O Santo Iddio, per far saper
che sono al mondo anch’io!!!”.
.
Allora, con questi tipetti
che non sono mai capaci di star zitti,
e che per farsi notare
non hanno riguardo neanche a soffiare;
state fuori discussione
pensando: se loro stessero zitti,
da parte in un angolo,
noi avremmo di piu’ un dritto
e di meno un chiacchierone!!!!!!!!!!

1992

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Per un certo periodo Ivo fece per divertimento alcuni spettacoli di burattini. Questa scoppiettante poesia, per il ritmo incalzante e il soggetto tematico di stampo popolare, ha le caratteristiche di quel tipo di produzione artistica.

La chegheda

En te paiéés ed San Fagoot
L’éra prèma ed mezanòòt
En t’la piaza, IUSAFOON,
L’éra zaa divirs dèè
Ch’o la fevaa sempre a lèè,
o scorzéva, ch’l’asasèèn
com’ a strapéé de rigadeen,
m’a n te mèèz d’la su funzion
o dèè fòòra òn pizardòòn
ch’l’era stéé nascost ai buur
aspetend ed dréé d’on muur.
.
Sòptèè ol ciapa per la giaaca
Che birboon ed guergia straaca
E oi diis:
“Bròòta faza da strapaaz
Tu féé avdéé e cuul e e maaz!!!
Finalmeent a to ciapéé
E adees té da paghéé.”
O r spond Iusafoon:
.
“Lasmè andéé, tu m strèèp e béévre
A vòòt féé la maratona
Bròòta faza da cadéévré,
Lasme andéé, porca marcoona”.
.
O cminzèè la discusioon
Tòòt a duu iéva rasòòn
Fasi’ cònt d’avdéé du ghèll
Tant ch’i s dééva di spuntèèll.
L’è za paas la mezanoot
L’è cminzéé a voléé el boot
L’è arivéé parecia zèènt
A godéés l’avenimèènt
E éntaant ch’i riid i guéérda,
chiétre duu i casca en t’la …….òòòòò!!!!!!

AGOSTO 1985

La cagata

Nel paese di San Fagoot
Era prima di mezzanotte
Nella piazza, IUSAFOON,
Era gia’ da diversi giorni
Che la faceva sempre li’,
scoreggiava, quell’assassino
come a strappare una stoffa,
ma nel mezzo della sua funzione
arrivo’ una guardia comunale
che era sta nascosta al buio
aspettando dietro a un muro.
.
Subito lo prende per la giacca
Quel birbone di guardia stanca
E gli dice:
“Brutta faccia da strapazzo
Fai vedere il culo e il mazzo!!!
Finalmeente ti ho preso
E adesso devi pagare.”
Gli risponde Iusafoon:
.
“Lasciami andare, mi strappi il bavero
Vuoi fare la maratona?
Brutta faccia da cadavere,
Lasciami andare, porca marcoona”.
.
Cosi’ comincio’ la discussione
Entrambi avevano ragione
Immaginate di vedere due galli
Da tanto che si davano degli spuntelli.
E’ gia’ passata mezzanotte
Sono cominciate a volare delle botte
E’ arrivata parecchia gente
A godersi l’avvenimento
E intanto che ridono guardano,
gli altri due che cascano nella …….òòòòò!!!!!!

AGOSTO 1985

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Non conviene mai contrariare uno scrittore o un poeta. Potrebbe scrivere un’invettiva che rimane per tutti i secoli a venire. 🙂

ascolta   La famiia di “V D O O L L”

I la ciama la famiia di “VDOOLL”
Me a deg c’o sarebb mèèi dii: quela di “GROOLL”.
I ha d’la prepotenza e d’l’ambizioon,
con d’l’ignoranza e mél educazioon,
per avee du mitre ed tera en veta ai moont
i vrebb chi fòss tratéé come di còònt.

Se i compra un fazolett o ona zinestra,
o tòc ch’il fèza avdéé da la finestra.
I ha una casééta en te zèntre abitéé,
in tròòva on muradòòr che o la vééga a fnìì ed maséé.
I ha méss so la sérva, da quant ch’i ha méll frèènch,
in sàà che i sòld ch’i ha lòò, o i ha tòòt quant la zèènt.

La “V D O O L A” piò anziana, la sta chiusa tòòt la smaana,
la dàà a tòòt dispusiziòòn e guida,
perchèè la pènsa ed vèès la piò istruida.
La ieva avùù istruziòòn da la “A” a la “ZEETA”
Da la su maan ch’la iéra “analfabééta”.
Perciò i è fiòòl et plebèè o cuntadèèn
Per grézia ed nòòn, che a i deridèèn.

Da tòòt i artigièèn, che lòò i s’è servìì,
quant l’éra ora et paghéé, i ha sèmp trovéé da dìì.
Pensìì soltant come i guardarééb méél,
se i fòòs parèènt lontaan d’on generéél.
Per nòòn is fa piaséé ch’i stèga tel su illusiòòn,
purchèè ch’i stèga sempre tant lontààn da nòòn,
che avlèèm ripéét ancòòra:
I la ciameva la famiia di “VDOOLL”
Ma mèèi o sarébb dìì: “quela di GROOLL”.

Luglio 1997

La famiglia dei “P I O P P I”

La chiamano la famiglia dei “PIOPPI”
Io dico che sarebbe meglio dire: quella dei “GRULLI”.
Hanno della prepotenza e dell’ambizione,
con dell’ignoranza e male educazione,
solo per aver due metri di terra in cima a un monte
vorrebbero essere trattati come dei conti.

Se comprano un fazzoletto o una ginestra,
devono per forza farlo vedere dalla finestra.
Hanno una casetta nel centro abitato,
non trovano neanche un muratore che la venga a finire di accomodare.
Han preso la serva, da quando hanno mille lire,

non sanno che i soldi che hanno loro, li hanno tutti.

.
La “P I O P P A” piu’ anziana, sta chiusa tutta la settimana,

da’ a tutti disposizione e guida,
perche’ pensa di essere la piu’ istruita.
Aveva avuto istruzione dalla “A” alla “ZETA”
dalla sua mamma che era “analfabeta”.
Percio’ sono figli di plebei o contadini
per grazia di noi, che li deridiamo.

Da tutti gli artigiani, da cui loro si sono serviti,
quando era ora di pagare, hanno sempre trovato da discutere.
Pensate soltanto come guarderebbero male,
se fossero parenti lontani di un generale.
A noi ci fanno piacere a stare nelle loro illusioni,
basta che stiano sempre lontano da noi,
che vogliamo ripetere ancora:
La chiamavano la famiglia dei “PIOPPI”
Ma meglio sarebbe dire: “quella dei GRULLI”.

Luglio 1997

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Cosa rimane di una festa di Natale dopo che e’ passato tanto tempo, e parte di quella gente non c’e’ piu’, e quelle case ora sono fredde e vuote? E’ inevitabile che le liete frasi della poesia si coprano, col tempo, di un velo di struggente malinconia: la legna scoppiettante nel focolare e una musica malinconica sono gli elementi che accompagnano questa poesia.

ascolta   Fine anno 1994

Passato a Portico di Romagna

Siam venuti anche quest’anno
a passar la fine d’anno
festeggiando l’ultime ore
tutti in casa del Dottore
che durante la riunione
offrirà anche il cenone.
.
Che ci stappa mamma Gina
dei “BIBENDUM” in cantina??
Certamente per far botti
due bottiglie a mezzanotte,
mentre avrà sopra ai fornelli
il pentolon dei passatelli.
Poi senz’altro l’abbuffata
ci sarà nella nottata
per entrar nell’anno nuovo
pieni zeppi come un uovo.

ALLORA

Auguriamo a tutti quanti
di passarne ancora tanti
fine d’anno in compagnia
tutti in pace e allegria
con salute prosperosa
vita lunga e danarosa.
Ringraziando in quantità
la gradita ospitalità.

31/12/1994 Triestino Cortesi

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ascolta   La Schola Cantorum di Portico!!!!!!

Siam tre bassi e sei tenori
delle suore siamo i cantori
che in chiesa abbiam cantato
varie feste “a perdifiato” !!!
.
Siamo stati criticati
che non siam tanto intonati
ma son balle della gente
che di musica non sa niente

perche’ altri intenditori
disser “sono professori” !!!
e Don David che e’ il curato
si e’ con noi congratulato !!!
.
Fieri siam di aver cantato
quel che a lungo ci ha insegnato
con pazienza certosina
sia di sera o di mattina
con impegno e con fervore
la Suor Carla con amore.
.
Ed e’ un fatto constatato
che Suor Carla ha insegnato
oltre al canto in italiano
il latino “gregoriano” !!!
poi con cenno della mano
ci comanda: “il forte, il piano”.
.
Questi sono i sei tenori
che e’ la squadra dei migliori
“Elio, Piero, Angelone,
Marcellin, Pietro e Tiglione”.
Poi i tre bassi (i sottomano)
“Ivo, Mirco e Germano”
che si danno un po’ da fare
per non farsi sopraffare.
.
Ora che vi abbiam svelato
chi siam noi che abbiam cantato,
qui finisce la storiella,
sia brutta o sia bella,
che offriamo gentilmente
.
agli amici e alla gente
e sperando via via
duri questa “compagnia”,
e allora: noi gridiamo con ardore,
con impegno e con amore,

T a n t i   e v v i v a   p e r   l e   S u o r e

poi finisca in allegria
la storiella e “cosi’ sia”.

Portico, Maggio 1997

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ascolta   Racconto in versi con spunti ironico-satirici di festeggiamenti e ricorrenze di eventi religiosi tenutisi a Portico di Romagna il mese di settembre 1997

Sono stato incaricato
da amici e vicinato
d’illustrare l’avvenimento
che si svolge nel convento
delle suore del mio paese
questo di’, sette del mese.
Io non so se saro’ degno
di assumere questo impegno
ma comunque accettero’
e qualcosa vi diro’:
si deve festeggiare solennemente
l’istituzione e altro ricorrente,
cioe’, anni di suore e del Convento
e quelli del curato del momento,
e che io di ognuno, per diletto
in breve citero’ pregi e difetto
cercando di poter indovinare
dove l’anima sua potra’ andare.
Allora: per primis e ante omnia
dal mio cuor sincero,
arrivi un festante augurio
e alle Suore e al Clero.

Descrizione dei festeggiati

1) Il Convento

La famiglia delle Suore

accogliente a tutte l’ore,
venne a viver qui da noi
gia’ da settant’anni in poi,
con il fine in preminenza
di elargir beneficenza.
.
Le attivita’ qui svolte sono tante,
ch’e’ impossibile citarle tutte quante
quindi dobbiam pensare, cari amici,
quanti di noi han tratto benefici;
i piu’ anziani poi, ci ricordiamo
quando c’era una scuola di ricamo,
.
frequentata da ragazze del paese
che traevano qualcosa ogni mese.
E quanto amor profuso ai piu’ piccini
quando l’asilo c’era dei bambini!!
che lo frequentavan volentieri
con merende nei cestini e nei panieri.
.
L’istituto che or funziona a quattro mani
e’ la Casa di Riposo per anziani,
dove vengono ognor ricoverati
gli anziani bisognosi e abbandonati,
ivi trovan conforto ed assistenza
fin quando e’ lor concessa l’esistenza.
.
Allora, or si festeggi “la Comunita’
con tanti evviva e tanti (ip ip urra’)
.
2) Suor Aspasia
La suora che parliamo nel momento
la piu’ anziana ora e’ del Convento.
M’han detto pure che lei, (Madonna Santa)
degli anni che e’ suora son sessanta!
Far satira con lei non ci conviene
perche’ dobbiamo dire solo bene.
.
Allora le vogliamo augurare
che viva ancor tant’anni per l’altare.
E oggi noi vediamo nel suo sorriso
l’anima sua salire in Paradiso.
Mentre auguriamo a lei, vita giuliva
le mani le battiam, con tanti evviva.
.
3) Suor Fidalma
Ed ora parlerem di Suor Fidalma
che se rabbia non ha, e’ sempre calma!!!
I suoi trascorsi a noi, son quasi ignoti
perche’ da 55 anni ha preso i voti.
Ci han detto che quand’era giovincella
oltre che tanto buona, era anche bella.
.
Allor vogliam che resti ancor con noi
che ci consideriamo figli suoi.
E poi, si fara’ ancor la Lotteria
quando se ne sara’ andata via????
Lei che con tanto amor cura i vecchietti
sovente se anche lor son noiosetti!!
.
Non sbuffa se qualcuno, li’ per li’,
si fosse fatto addosso la pipi’!!!
E allora, sia merito e clemenza
a chi sopporta ognor tanta pazienza!!!
Facciamo tutti a lei un gran sorriso
mandiam l’anima sua in Paradiso.
Or con fervore e forza da titani
diciamo evviva e le battiam le mani.
.
4) Suor Rita
Di quella che parliamo insieme ora
festeggia 40 anni che e’ suora,
si tratta della Suor Rita Pantone
che del Convento e’ quasi padrone!!!
Anche se voce gira nel Convento
dove si parla d’un pignoramento!!!
.
Noi non vogliamo qui male pensare
potrebbe esser chiacchiera da comare!!
Lei sempre e’ occupata e operosa
lavora tanto e poco si riposa,
sappiam che fra le tante sue mansioni
c’e’ anche quella di riscuoter le pensioni!!
.
Poi sempre cerca di mandare a messa
tanti vecchietti e la professoressa.
E se qualcun di lor si sente male,
e’ pronta a trasportarlo all’ospedale.
Frequenta puntuale l’Oratorio
allora, evitera’ il Purgatorio?
.
Tanto e’ gentile e sempre fa buon viso
ma si’ che si guadagna il Paradiso!
Allora, in allegria non ci pensiamo
quello che riservarci puo’ il domani
poi tutti insieme, evviva le gridiamo
battendo con ardore anche le mani.
.
5) Suor Carla
Parlando di Suor Carla (poverina)
che alta e’ poco piu’ di una bambina,
non e’ coi festeggiati del quartetto
ma qui l’abbiamo inclusa per rispetto
perche’ ogni di’ si da’ tanto da fare
per servire la chiesa e l’altare.
.
E’ attaccata tanto al suo armonio
lo adora come fosse un Sant’Antonio!!!
Basta notare con quanta passione
del “Santus” suona a noi l’introduzione !!
Qui ha creato con i suoi sudori
una famosa scuola di “cantori”.

L’anima sua dove andra’ a finire
Sinceramente non lo saprei dire!!!
Pero’ si sappia che la nostra mente
a lei pensando e’ di umor giuliva,
e ancor si sappia che sinceramente
noi le battiam le mani con evviva!!!
.
6) Don Davide.
Parliamo or del Curato (magrolino)
che chiameremo qui Don Davidino!!!
Do lui che non e’ conte ne’ contessa
dei dieci anni festeggiam la Messa.
Cosa possiam di esso rilevare?
E’ bravo sacerdote e tanto ci sa fare.
.
L’anima sua vorremmo andasse in Cielo
se fosse un po’ piu’ breve nel Vangelo…
Poco s’impegna ancor che un affare
vada a finir dritto o vada storto.
A lui che non gli piace comandare
dice: “Io sto coi frati e zappo l’orto!”
.
Se a un pranzo con voi
gli aveste fatto invito
disdicetelo e poi
pagategli un vestito!!
.
E potreste ben pensare
di aver fatto un affare
perche’ ormai (orca paletta)
si sa che e’ una buona forchetta!!!
.
Pero’ e’ bravo a organizzare le funzioni
e sa intonare bene le canzoni.
E noi ci auguriamo ben di cuore
poter chiamarlo presto “Monsignore”.
E allora dove andra’ l’anima sua?
.
Se in Paradiso andra’ non mi pronuncio
e se potessi dirlo, vi rinuncio!!!
Di lui che riscontriamo tanti pregi
e non abbiam da lamentar difetti,
allora amici miei, cari ed egregi
facciam gli evviva a lui e ai chierichetti.
.

Supplica

Madonna del Sangue, del Ciel regina
che sei per tutti noi Madre divina,
i religiosi che qui festeggiamo
proteggili per noi, che t’invochiamo!!!
Fa’ che elargiscano i servizi suoi
tant’anni ancora a favor di noi,
e concedi a Suor Fidalma, Carla e Rita
Don David ed Aspasia: “lunga vita“.

Finale

Qui finisce il mio canto
spero sia gradito tanto…
E se non merito “buono”
sono a chiedere “perdono
I religiosi da noi festeggiati
spero che amici miei sian restati!!!
.
Se di lor troppo avessi ironizzato
tanto lo sanno che io ho scherzato.
Poi raccomando a loro, in amicizia
servite sempre “Domino” in letizia.
.

Conclusione

Visto che qui noi finiamo,
a voi tutti auguriamo
di poterci ritrovare
sani e vivi per “brindare
dopo un pranzo e tutti in fila
all’Anno Santo del “duemila“.
.
Gridando: “Evviva, evviva, evviva”

SETTEMBRE 1997

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ascolta   Lettera della Befana per la piccola Irene

lasciata in mano al pupazzo Pinocchio

Caro Pinocchio,
Pinocchio
se pure vedi che ho le scarpe tutte rotte,
sono venuta anche da te, in questa notte,
a lasciarti questa calza, per l’Irene

alla quale, i nonni, voglion tanto bene,
anche se, coi suoi capelli tutti ricci,
qualche volta, a casa loro, fa i capricci.
Ma l’Irene, ch’e’ ormai grande, da oggi in su,
i capricci, in casa loro, non fara’ piu’.
.
E allora, son sicura che in casa e fuori,
sara’ buona con i nonni e i genitori.
Adesso, in coro, noi diciamo tutti insieme,
che vogliamo tanto bene, all’Irene !!!!!!
.
La Befana ????????????

Portico, 6 Gennaio 2001

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ascolta   I Dirigenti e Impiegati di Banca a Portico

Sono tre i dipendenti, fissi qui
della Cassa dei Risparmi di Forli’
son modesti, assai gentil, senza pretese,
nel servir la clientela del paese,
sempre pronti a consigliarti come agire,
se tu avessi dei risparmi da investire
e indicarti come agir, secondo i tempi
per potere ottener finanziamenti !!!!!
.
C’e’ l’anzian, Vincenzo, il direttore,
cordialmente ti riceve a tutte l’ore.
Poi c’e’ Lotti, il ragionier, col suo sorriso
ti trasloca dall’Inferno al Paradiso ???
C’e’ poi Carlo, il cassiere assai gentile !!!
specie con la clientela femminile !!!!!
con la quale, noi vogliam tanto sperare,
che non passi oltre al “quantum” deve dare ???
.
Questi sono i locali tre bancari
con noi sempre assai gentili e tanto cari,
che dovrebber far carriera certamente,
come augura a lor tutta la gente.
Per salire con onor tutte le scale,
fino a giunger “D I R E T T O R E G E N E R A L E” ???
.
Per l’Ente Bancario
Per le sue tante laute elargizioni
erogate a Enti e popolazioni,
tutti quanti, ringraziamo, notte e di’,
l’Ente “Cassa dei Risparmi di Forli'”.

Ignoto. ???

APRILE 1999

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ascolta   Compleanno Centenario di “Enrico Monti”

6 Ottobre 1998


Pizzino Enrico Monti

Compiuto hai cent’anni, Enrico mio,
e festeggiam con te, noi, queste ore,
primo fra tutti, tu, ringrazia “D I O”,
e poi ringrazia anche le tue “SUORE”,
che ti hanno ospitato con riguardo,
per farti arrivare a sto traguardo
che oggi ancor pochissimi mortali,
arrivano a viver tanti annali,
mentre mi sembra di sentir nell’aria
tu dia inizio a stirpe
“C E N T E N A R I A ???”

Sappiam che tanto amato hai queste valli,
coi suoi torrenti, fiumi, strade e ponti,
attraversati in sella a dei cavalli.
Ma piu’ di tutti hai amato “I MONTI” !!!!
in mezzo ai quali pure tu sei nato,
e che da loro hai tratto anche il “CASATO” !!!!!
che si trasmette ancor, di padre in figlio,
per una fila lunga quasi un miglio !!!!!

Eri ventenne, ti chiamo’ la guerra,
nei piu’ begli anni della gioventu’
e quando ritornasti alla tua terra,
ancora sacrifici e nulla piu’.
Pero’ le tue virtu’ e la costanza,
misero in evidenza le tue doti,
che poi t’incoraggiarono abbastanza
per aver: moglie, figli e nipoti.

Questi ultimi, oggidi’ lo constatiamo,
son tanto affezionati alla radice ,
il bene che ti voglion, lo vediamo,
quando son qui con te, ognun lo dice.
Spesso loro son da te, qui all’Ospizio:
Carla, Roberta, Luisa e Maurizio.

Se non vi son fra i tuoi, MARCHESI e CONTI ????
Tu fiero vai pero’, di tutti “I MONTI” !!!!!

FINALE

Io che ho gettato questi versi,
alcuni giusti e altri un po’ traversi,
adesso allor daro’, sia bene o male,
a questa cerimonia il gran finale,
cercando di attenermi alla storia
che fa finire i salmi tutti in gloria !!!

Enrico mi ha pregato, lui lo sa,
di ringraziare tutti questi qua,
ricorda ognor di un destin distorto
che gli rapi’ la moglie; e un figlio morto;
ma vivi ancora ha i sentimenti
per le amate figlie, ognor viventi,
che del padre loro han le doti,
avendogli donato bei nipoti.

Vuol ringraziare prima di ogni cosa,
l’autorita’ civile e religiosa,
con loro anche tutti i componenti
che vita han dato ai festeggiamenti.
Vuol salutare tutti i suoi parenti,
i qui presenti e quelli ai quattro venti.
I paesani suoi, anche i non buoni,
e tutti gli abitanti di Bocconi.
Vuol salutare ancor, sentitamente,
tutti gli amici e chi non ha in mente.

E ALLORA,

avanti s’avanzin le bottiglie da stappare,
che con ENRICO noi vogliam gioire,
e tutti insieme a lui vogliam B R I N D A R E !!!!!
CHE VIVA ANCOR TANT’ANNI IN AVVENIRE !!!!!!

e poi,
DEGLI ANNI E DELL’ETA’ C’IMPORTA UN “FICO !!!!”
C’IMPORTA SOL GRIDARE:
E V V I V A E N R I C O !!!!!!!!!!

OTTOBRE 1998

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ascolta   Auguri per le Feste Natalizie del 2001

Come te non c’e’ nessuno,
puntual, Duemilauno
che ci lasci nel finale,
con la festa del “NATALE
.
a cui segue senza inganno,
fine, e buon principio d’anno.
Prima dell’Epifania,
che ogni festa porta via !!!!!!
.
(Pero’ non pensate male,
qui inizia il Carnevale !!!!!!
dove ogni scherzo vale !!!!!!)
.
Questo vengo a ricordare
Perche’ voglio augurare
Che passiate in “LETIZIE”
Le tre feste natalizie !!!
.
E assieme ai vostri cari,
in salute e con DENARI !!
di passarne, come ora,
tante, tante altre ancora !!!

Portico, Natale 2001

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Dialogo (in versi) recitato il giorno 6 giugno 1998 nelle Scuole Elementari di Portico di Romagna, da Cortesi Triestino in occasione della giornata celebrativa di fine anno scolastico 1997/98 con l’intervento degli anziani del paese coi quali e’ stata organizzata una mostra d’antiquariato d’uso locale.

ascolta   INTRODUZIONE

Passata e’ gia’ piu’ di una settimana
che io incontrai la maestra Floriana,
mi disse, fra italiano e dialetto:
“Vi chiedo (per piaséé) un lavoretto”.
.
Io restai sorpreso e (fuori mano)
risposi, fra dialetto e italiano:
“(Orca paia) che puo’ fare ‘sto MATUSA
che ormai l’e’ pio’ antig ed la GRATUUSA”?
.
E lei col suo solito buon fare,
riprese gentilmente a parlare:
“Dobbiamo festeggiar (quattro quattrotto)
la fin di scuola anno novantotto,

con un raduno, il giorno sei del mese,
insieme agli anziani del paese.
Quindi dobbiam dir quattro parole
a chi ha frequentato queste scuole.”
“Maestra ho capito, accettero’,
quattro parole, spero, vi diro'”.

SALUTO AI PRESENTI

Per prima cosa, io saluto tutti quanti:
bidella, cuoca, alunni e insegnanti.
E’ ora che lasciate queste stanze,
e andiate a godervi le vacanze.

DIALOGO CON GLI SCOLARI

Alunni, voi dovete ricordare
gli impegni che avete avuto per studiare !!!!
Pensate che avete anche S U D A T O !!!!
per avere, notte di’, sempre studiato !!!!
.
I verbi poi dell’ “ESSERE ed AVERE”
nei pomeriggi e anche nelle sere !!!!
nei giorni poi di pioggia o di sereno,
operazioni far, del piu’ e del meno.
Di queste poi e’ meglio non parlare:
“dividere” e poi “moltiplicare” !!
.
Non altro avete fatto, sol studiare,
e’ proprio ora di lasciare andare !!!!?
Questi insegnanti son troppo esigenti,
studiate pur, non sono mai contenti !!!!
.
Ora noi salutiam nonni ed anziani,
che son venuti qui alla vostra festa,
sapendo pur che fra oggi e domani,
potrebbero scordarsi anche la testa.
.
Teniamoli pero’ in evidenza,
che insiem son patrimonio di SAPIENZA !!!!
Vedete a parte, dove vi mostriamo,
quante cose da lor, fatte a mano ?
.
E quante cose lor, sapevan fare,
se anche a scuola non usava andare !!!!
Poi tanti allor, sia dentro e fuori il letto
sapevano parlar solo il dialetto.
.
Alunni, a voi, io dico: “Per diletto,
perche’ non imparate anche il “DIALETTO” ????
La lingua che la gioventu’ non usa,
cara alle nonne, nonni e MATUSA !!!!
.
Vi cito, per esempio, qualche “DETTO”,
del nome di pietanze in DIALETTO:
“E BUSTREENG, E SANGUINAAZ,
I CASTROON, EL ZREESI ENGUAAZ,
I TORTEEL, EL PAPARDEEL,
E CHEEF FREED, E ZAMBUDEEL. !!!!
Imparate anche il “DIALETTO”, se non altro, per DILETTO !!!!!

FINALE

Or pero’ mi sento stanco,
ve lo dico schietto e franco,
credo e spero che ora sia
di lasciar la Compagnia.
.
E poi penso e non mi vanto,
d’aver abusato tanto,
or mi butto, bene o male,
a recitar il gran finale.
.
Adesso, ringraziamo gl’insegnanti
che qui han faticato tutti quanti,
(come a piedi andar da Pisa a Lucca)
per mettervi qualcosa “NELLA ZUCCA” !!!!
E quel “QUALCOSA” un di’, vi servira’,
se nella vostra mente, restera’.

GLI EVVIVA

Contento son, di questo vostro invito,
son lieto perche’ tanto mi e’ gradito,
insieme a me, vi prego di gioire,
per gli “EVVIVA” che stiamo per dire.
.
Adesso insiem gridiamo tutti quanti:
“Evviva” ai maestri ed insegnanti.
Siam giusti e trattiam tutti alla pari,
diciamo: “Evviva” a tutti gli scolari.
Se noi scolari a volte siam monelli,
“Evviva” a voi diciam, cuoche e bidelli.
Diciamo: “Evviva” e lor battiam le mani,
a tutti i nonni, nonne e anziani.

FINE

Le scuole

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Anniversario del matrimonio

di Franco e Ornella


Pizzino Franco e Ornella

Pur se d’anni n’abbiam tanti
Ci troviamo tutti quanti
Tre cognati, tre sorelle
A mangiar le tagliatelle
Con arrosto e buon vino
Alla Taverna di Renzino.
.
Mangiam pur ché tanto al banco
A pagare ci va Franco
Col permesso dell’Ornella
Tanto cara, tanto bella.
.
Festeggiamo Sant’Antonio??
No, il loro matrimonio
Ché segnato nel datario
Oggi e’ l’anniversario,
.
E allora in quantita’
Auguriamo felicita’
Con saluto vigoroso
Vita lunga e prosperosa.

18 AGOSTO 1994

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Battesimo della neonata Sofia G.

Nella Basilica di Santa Maria all’Impruneta (Firenze)
avvenuto il 23 Settembre 2001

Alleluia, Alleluia, Alleluia,
la giornata e’ giocosa, non e’ buia.
Perche’ in chiesa vien battesimata
S O F I A, nostra cara neonata.

Con Luca e Simona, genitori,
Ornella e Franco, nonni protettori,
S O F I A, che oggi vien battesimata,
sara’ nell’avvenire fortunata.

Noi, che alla cerimonia siamo assenti,
diciamo “EVVIVA” a tutti voi presenti.

Zii Ivo e Bruna

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.
Tutti, in vita, meditiamo almeno una volta su quale puo’ essere l’ultimo messaggio da lasciare ai posteri. Ivo mori’ senza clamore, a casa sua, nel giro di un’ora, senza lasciare guai, se di questo si preoccupava. I posteri lo ricordano con affetto.

Epitaffio

e che dovrai varcare quel traguardo
Passante ch’hai gettato qui lo sguardo,
.
Ricordati che in eterno non vivrai
.
E che dovrai varcare quel traguardo
.
Dal quale indietro non si torna mai.
.
Percio’ finche’ sei in vita abbi riguardo,
.
Di non lasciare da morto, anche dei guai!!!.
.

LUGLIO 1998

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.
Tenere chiuso il Bar puo’ essere causa di depressione collettiva 🙂

Riapertura “Bar dello Sport” a Portico

Da mezzo mese, il Bar della Maria,
e’ stato chiuso per lavori urgenti,
e si vedevan, sparsi in ogni via,
tutti i piu’ fedeli suoi clienti.
.
Oggi, 30 giugno, riapertura,
tutti i clienti, son senza paura
di non poter far, la consumazione,
e la partita a carte fra persone.
.
Allora, noi diciamo in ALLEGRIA,
EVVIVA AL BAR, EVVIVA ALLA MARIA!!!!!!!!
.
Portico 30/06/2001

IGNOTO!!!

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.
Si festeggiano i 150 anni di permanenza delle suore a Portico, anche se il convento e’ stato costruito intorno al 1500.

150 anni di suore a Portico

Alleluia, Alleluia, Alleluia.
Questa festa e’ radiosa, non e’ buia.
Benvoluta con impegno e con amore,
da Suor Rita e da Suor Carla, nostre suore.
.
Suor Rita, ch’e’ badessa del convento,
ha programmato quest’avvenimento,
Suor Carla, con pazienza e con amore,
ha istruito della “Schola” ogni cantore,
usando una pazienza “certosina”
e faticar cosi’, sera e mattina,
come a piedi andar da Pisa a Lucca,
per metter lor qualcosa nella “zucca”.
.
Noi fedeli, oggi, a cuor contento,
porgiamo a loro gran ringraziamento.
Da 150 anni e’ gloriosa
questa istituzione religiosa.
Per tanti 150 anni ancora, allora,
noi auguriam che sia cosi’, ancora.
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Or, prima di finir, metto la mano al petto,
chiedendo scusa di questo discorsetto,
sperando che da voi, in tutta unione,
mi sia concessa piena assoluzione.
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Allora, alla gloriosa “Istituzione”
coi meritevoli suoi componenti,
in coro a lor gridiamo, in tutta unione,
“Evviva a loro, per tutti i quattro venti!!!”

Portico, 24 giugno 2001
Ivo

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Auguri per il matrimonio di Piero B.

Auguri sporti a Piero B. in occasione del suo matrimonio.
Maggio 1998
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O caro e stimatissimo “Piero”,
di quel che stai per far, siane fiero.
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A te e Roberta, auguri in quantita’,
vita felice e prosperita’.
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E auguriamo ancora, tutti in coro,
di festeggiare poi “LE NOZZE D’ORO”.

Triestino e Bruna Cortesi

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Nella piccola comunita’ del paese l’arrivo di un prete dalla pelle nera aveva suscitato unanime curiosita’. Ci voleva un discorso di benvenuto.

Lettera di benvenuto al reverendo “Don Michele”
Nuovo parroco di Portico di Romagna
(Con spunti ironico-satirici in senso buono)

Tutti lo sanno, ormai, non e’ un mistero,
che a PORTICO abbiamo un “PRETE NERO”.
E’ bravo, buono, dolce come il miele,
si chiama: REVERENDO DON MICHELE.

Da noi, che e’ stimato e benvoluto,
dove possiamo gli daremo A I U T O.
Anzi pregherem per l’anima sua che salga in cielo,
se sara’ un po’ piu’ breve nel “VANGELO”!!!!!!

E poi, poiche’ e’ un po’ di bassa voce,
preghiam le SUORE: usate il PORTAVOCE!!!!
Poiche’ da piu’ di mezza chiesa in giu’
Quel che lui dice, non si sente piu’.
Allora gli auguriamo, noi con le SUORE,
di poterlo chiamar presto “MONSIGNORE”
sperando non arrivi una follia
che presto ce lo voglia portar via.

Per dire cio’ ho studiato giorno e notte,
per dare un colpo al cerchio e uno alla botte.
Scusate se avro’ detto qui bene o male,
di Quaresima mischiata al Carnevale,
ma e’ piuttosto mia malattia,
usare assieme satira e ironia.

Adesso assieme a voi alzo le vele,
poi, tutti quanti gridiam, oggi e domani,
EVVIVA al Reverendo DON MICHELE
Battendo, tutti insieme, a lui le MANI.

EVVIVA DON MICHELE!!!!

Ivo
Portico, OTTOBRE 2001

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Nelle foto, Ivo E Bruna all’epoca del loro matrimonio, nel 1948.

Cinquantesimo anniversario di matrimonio

Bruna nel 1948
Discorso di saluto di Triestino Cortesi, tenuto agli ospiti presenti al pranzo servito all’Albergo Ristorante “VECCHIO CONVENTO” in Portico di Romagna il 13 Aprile 1998 per la ricorrenza del cinquantesimo anniversario di matrimonio di Triestino e Bruna Cortesi.

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Signori ospiti, cari figlioli, nipoti e parenti tutti.
E’ con immensa gioia che oggi, io e la mia qui consorte BRUNA, vi riceviamo per festeggiare assieme il cinquantesimo anniversario del nostro matrimonio, avvenuto precisamente il 10 APRILE dell’anno 1948.
Noi vi siamo grati e vi ringraziamo della vostra personale partecipazione a questa ricorrenza di cui, per grazia di Dio, ci e’ stato concesso di raggiungere felicemenete questo traguardo.
Vogliamo anzitutto rivolgere un particolare ringraziamento ai qui presenti reverendi: Don Ernesto Leoni, che fu il celebrante del nostro matrimonio e che poi consegui’ l’avviamento dei nostri figli, Manuela e Mirco, ai loro riti religiosi del Battesimo, Cresima, Eucarestia e matrimonio di Manuela; e l’attuale nostro parroco, Don Davide, organizzatore e celebrante dell’odierno rito religioso.
Ivo e Bruna nel 1948
Non dimentichiamo poi di ringraziare le Sorelle Suor Rita e Suor Carla (loro oggi sono assenti per impegni inaspettati sopravvenuti), che tanto gentilmente si sono prestate per la buona riuscita dell’odierna cerimonia religiosa.
Alla nuora, Dr. Renata B., che di sua spontanea volonta’ si e’ tanto prodigata per sollevarci dalle molte incombenze richieste da queste circostanze, va il nostro piu’ affettuoso ringraziamento.
A parenti e amici, che, dalle loro residenze, hanno intrapreso anche lunghi viaggi per essere oggi qui presenti e partecipare a questa cerimonia, va tutta la nostra riconoscenza.
Infine io pero’, devo rivolgere un mio particolare ringraziamento alla consorte BRUNA, che tanto si e’ prodigata in questi cinquanta anni per la famiglia (marito, figli, nipoti), superando le inevitabili difficolta’, a volte impreviste, che si presentano nel corso della vita e riuscendo cosi’ a mantenere unita la nostra famiglia, come possiamo verificare al giorno d’oggi.
Per questo mi sento in dovere di esserle riconoscente, cosi’ ora colgo l’occasione di questo felice avvenimento per farle dono di un modesto ricordo, che qui le consegno sperando le sia di gradimento.
Ora, io e la Bruna, vi invitiamo a concludere questi festeggiamenti a nostro favore, offrendovi un modesto pranzo mentre auguriamo a tutti tanta prosperita’ e felice e lunga vita.

Grazie e buon appetito.
Ivo

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Sono rimasti fra le sue carte decine di biglietti della seconda parte della composizione, quella dello zampognaro. Ma a chi voleva darli?

Inizio anno duemila
Scritta riguardante l’inizio dell’anno duemila
e il “G I U B I L E O”

Finalmente, bene o male,
siamo su, in cima alle scale,
Inizio anno duemila
tutti, Tizio, Caio, Leo,
ch’attendiamo il “GIUBILEO”
che inizia la trafila
allo scoccar del “DUEMILA”.
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Noi diciamolo, purtroppo,
ora e’ a un tir di schioppo,
ed e’ ognun di noi contento
di assister tale evento
che puntuale, senza inganni,
si ripete ogni mill’anni.
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Noi che non possiam sperare
di poterlo replicare
tutti allor, con gran portento,
assistiamo a tale evento
che ci ha colti per la via,
tutti in pace e in allegria.

E allora,

or mi provo, bene o male
a descrivere il finale
che gradito, spero sia,
alla vostra cortesia.
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Auguro a tutti, prima d’ogni cosa,
LA VITA SANA, LUNGA E PROSPEROSA,
a voi e familiari, tutti in fila,
vi porti tanto bene “IL DUEMILA”,
e poi, cantando a voce assai giuliva,
auguri porgo a VOI,

con tant’ E V V I V A

(prego scusare gli errori)

Portico, DICEMBRE 1999
Ivo

BUON NATALE E FINE ANNO DUEMILA

Io son lo “zampognaro” con LA “P I V A”
Vengo a cantar, con voce assai “GIULIVA”
Il “Buon Natale” a voi, con tanti “E V V I V A”.
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Allora, visto che le rime vanno (???)
Auguro Buona Fine e Buon Principio d’Anno.

Auguro ancora:

a voi e i vostri cari, tutti in fila,
salute e prosperita’, oltre il “D U E M I L A”

Ivo

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Ivo aveva sempre una parola di conforto da consumare per gli altri. Quale esame doveva dare questa bambina? L’ammissione alla banda del paese? (non richiede esame…) 🙂

A L.B.

Auguro tanto a “L.B.”
Che sempre possa aver tanti “quattrini”.
La sua famiglia e’ del mio rione,
ci rispettiamo tanto, in buona unione.

Quindi e’ per me come le mie nipoti.
Maestri, prego, or datele bei voti.
Quando lei non sara’ piu’ sotto “balia”,
vogliam che sia eletta “Miss Italia”.

Portico, MAGGIO 1998
Ignoto

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Pranzo del 13 agosto 1995

Per rendere questo gradito ritrovamento un poco piu’ animato, mi sono permesso di scrivere, cosi’ alla buona, una satira in versetti, dove elenco in senso umoristico, un po’ i pregi e difetti di tutti noi. Spero che venga accettato il tutto in modo benevolo e scherzoso, e di questo vi ringrazio. Per zio Beppe e Maria che, per tardiva inclusione nel mazzo, non sono stati inclusi nel canto, ho scritto un contentino a parte.
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Versi, versacci e versetti in senso ironico, umoristico e satirico scritti da un poetaccio in occasione del pranzo consumato il 13 agosto ’95 al ristorante “Monte Busca”in Tredozio (FC), offerto alle sorelle L.: Bruna, Edda e Ornella, e rispettivi coniugi da “Giuliana L.”.

Bene o male anche quest’anno
Siamo giunti al “Ferragosto”
Per mangiar, se non m’inganno
Pasta al forno con arrosto,
tagliatelle e del buon vino,
al “Monte Busca” da Renzino.
Ci siam tutti ritrovati,
due, tre, quattro CASATI,
ma chissa’ se fra i piu’ buoni
c’e’ il casato dei LEONI ???
perche’ fra il ceto “UOMO”
c’e chi non e’ “GALANTUOMO”.
Si’, le donne, laboriose,
molto brave, ma noiose,
e di queste per diletto,
citeremo “pregi e difetto”.
Poi ad ognuna venga dato
Il suo voto meritato.

Zia Lea, la piu’ anziana,
e’ la mamma di Giuliana,
lei sta sempre chiusa in tana
per l’intera settimana;
causa malattie avute,
e’ cagionevole di salute,
percio’ devesi privare
tanti cibi del mangiare,
ma nei pranzi a tutte l’ore
e’ disposta a farsi ONORE !!!
e per questa sua virtu’
le daremo “NOVE PIU'”.

Or parliam di zia Ornella,
la piu’ giovane sorella
che non lascia viver Franco
quando viene a casa stanco,,
ma anche lui, di tanto in tanto,
non e’ poi “STINCO DI SANTO” !!!!!
Ma pero’ teniamo in mente
Che e’ tanto brava gente,
e cosi’ per non dir peggio
diamo lor , nove in pareggio.

Viene ora la zia BRUNA
Nata in cattiva luna
(secondo lei) perche’ deve
sopportar sera e mattina,
con pazienza certosina
pochi i pregi e piu’ i difetti
dell’autor di ‘sti versetti,
che fra verita’ e inganni,
sta con lei da cinquant’anni.
Percio’ a loro, senza frode,
diamo dieci senza lode.

Ora viene la zia EDDA
Che d’inverno e’ sempre fredda,
presto a letto va di sera
perche’ e’ tanto mattiniera,
non inganna e ti consola,
ha una parola sola !!!!!
Dura e’, non indietreggia
Se mette il dito nella ????…eggia????

Ma pero’, Santa Madona,
la e’ pu méi tanta boona
e tant been la vòò ai “Stelen”
se anch del voolt i è nuiuseen.
E aloora ed vòòt ch’ai dèèn???
Déés con lode, ch’oi sta been.
Ma pero’, Santa Madonna,
e’ poi cosi’ tanto buona
e tanto bene vuole agli “Stelen”
se anche a volte sono noiosini.
E allora, che voto gli diamo???
Dieci con lode, che ci sta bene.

Qui finisce il mio canto,
e se v’ho annoiato tanto
si consoli tutto il branco
perche’ questa settimana
a pagare andra’ al banco
la carissima “G I U L I A N A”,
mentre insiem battiam le mani
come fosse una fiumana
e gridiam oggi e domani
viva, viva la G.
e per lei e il suo invito
da ognun di noi gradito
per punteggio senza frode
diamo a lei “TRENTA E LODE”.

Se di tutti ci siam detti
Sia i pregi che i difetti,
si finisca in allegria
questo pranzo e “COSI’ SIA”.

Triestino Cortesi
Portico di Romagna

Aggiunta improvvisata al “canto” satirico scritto per il pranzo del 13 agosto 1995, consumato al ristorante “Monte Busca”.

Poiche’ al pranzo prenotato
Son gli inviti aumentati,
e gli aggiunti, via, via,
son zio Beppe e zia Maria,
lor ci scuseranno tanto
se non son nel primo canto.
Ma il poeta da strapazzo
va a rimescolare il mazzo
e dalle carte, salta fuori
che e’ Beppe il “RE DI CUORI”.
Chi pensava, ieri sera,
ch’ei facesse tal carriera !!!!
Qui noi tutti contenti
gli porgiamo i complimenti,

AUGURANDO

Sia a lui, che alla sua sposa,
vita lunga e prosperosa.

Ma ancora con sorpresa
dice il mazzo che se Beppe
imitare vuole un RE (???)
deve offrire a tutti quanti
gli invitati, UN BUON CAFFE’.

Noi allora, a cuor sereno,
gli daremo “DIECI MENO”.

13 agosto 1995
Ivo Cortesi

(postilla: il caffe’ fu offerto, ma non si sa da chi !!!)
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Pranzo del 27 agosto 1995

Versi scritti in occasione del pranzo consumato il 27 agosto 1995 al ristorante “Monte Busca” in Tredozio (FC) e offerto ad amici e parenti da

Orazio S.

Dei tre pranzi fatti assieme
questo quarto e’ gran finale,
dica ognun o tutti insieme
se ha mangiato bene o male
le abbuffate, ormai tante,
allo stesso ristorante.
Ma finor, tutti compatti,
si son detti soddisfatti.

Il pranzo ch’oggi consumiamo,
ce lo offre lo S.,
che noi tutti ringraziamo
e gli auguriam tanti quattrini,
e ringraziamo i donatori precedenti
quelli fuori e i qui presenti.

Ma l’augurio piu’ importante
che fo’ a tutti e tutte quante

E’

Ritrovarci vivi e sani
sia i giovani che gli anziani
a consumare in armonia
altri pranzi in allegria,
sparpagliati o tutti in fila

QUI, NELL’ANNO DUEMILA !

AGOSTO 1995
Triestino Cortesi

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Ivo firmava con cura ogni suo scritto. Nell’immagine: una bella firma svolazzante.

Pranzo del 10 agosto 1999 al “Monte Busca”

Io che sono per la via
degli “USA E GETTA VIA
perche’sono un matusa

PIO’ ANTIGH D’ONA GRATUSA !!! PIU’ ANTICO DI UNA GRATTUGIA !!!

Or mi provo, col mio fare !!!
a volervi ringraziare
dell’avere voi gradito
questo nostro caro invito
di un pranzo (in buona luna)
da noi nonni, “IVO e BRUNA”.
Firma di Ivo
Tutti voi, intervenuti,
siete i nostri benvenuti
e una, piu’ di tutti noi insieme,
che e’ la nipotina “IRENE
a cui voglion tanto bene.

Scritto in fretta ha questo andazzo (????)
il poeta da strapazzo
non gli resta che augurare
di poterci ritrovare
tutti in piedi e tutti in fila
insiem nell’anno DUEMILA (????)

Ivo

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Pranzo del 17 agosto 1999 al ristorante “Montanera”

Ci troviamo amche quest’anno
a festeggiare il “FERRAGOSTO”
e mangiar, se non m’inganno,
tagliatelle con arrosto,
e la solita bevanda nera,
al ristorante “MONTANERA”.

Io e Bruna, siam d’invito
come ospite gradito
perche’ offerta dagli STELLINI
di noi parenti e affini,
e da Giuseppe Ulivi
sempre amici di noi vivi (???)

a cui ci si raccomanda
che a tavola non usi i piatti
come quelli della “BANDA”…….

Chiedo scusa se ho abusato
di avere un po’ sballato….
ma in questa compagnia
ogni cosa passa via….

A me non resta piu’ che fare
di dovervi ringraziare
augurando che arriviate, sani e salvi per la via,
a festeggiare il millennio “DUEMILA” !!!!!!

Ivo

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Nella foto: Ivo e Bruna nel 1948

Pranzo del 13 agosto 2000 al ristorante “Monte Busca”
Offerto da Ivo e Bruna

Cari congiunti e parenti,
Ivo e Bruna nel 1948

io e Bruna vi ringraziamo d’avere accolto il nostro invito per partecipare a questo pranzo in nostra compagnia qui, al ristorante “Monte Busca” dove, di solito, fu gia’ offerto fra di noi per diversi anni, sempre nel mese di agosto.

Noi abbiamo cercato di mantenere l’usanza anche perche’ questo e’ il mese delle ricorrenze, e cioe’, il compleanno di Bruna e della zia Edda, del matrimonio di zia Ornella con Franco e di Renata con Mirco, tutti qui presenti.

Purtroppo un destino avverso quest’anno ci priva della presenza di due nostri cari, cioe’ il Dott.Bacchin e la zia Lea, assenti per motivi di salute e ai quali, noi oggi rivolgiamo il nostro pensiero e il nostro affettuoso augurio di tempi migliori prima possibile, mentre ai qui presenti auguriamo di poterci ritrovare tante volte uniti come oggi per festeggiare queste ricorrenze, in buona salute e prosperita’.

Con cio’, non ci rimane che augurare “BUON PRANZO A TUTTI”.

Ivo e Bruna

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Edda e Orazio, invocati qui, non si faranno aspettare a lungo. Infatti due giorni dopo arriva puntuale l’invito e conseguentemente la dedica di Ivo

Pranzo del 20 agosto 2000 al ristorante “Monte Busca”
offerto da Franco e Ornella

Offertoci da Franco e Ornella
ci troviamo ancora oggi, allegramente
in giornata solatia e molto bella,
per pranzi offerti vicendevolmente.

Con questo, che e’ dopo il Ferragosto,
noi non siamo, con i pranzi, ancora a posto.
Perche’ manca quel di Edda e Orazio,
che pero’, non ci faran morir di strazio !!!!!
ed io penso, con la mente assai distesa,
che sara’, poi alla fine, una sorpresa !!!!!

E allor, io dico con sincerita’,
non pensiamo ora a quello che sara’,
ma mettiamo in buon umor la nostra mente
consumando questo pranzo, allegramente,
perche’ offerto viene a noi, da buona gente.

Auguriamo noi a loro e ai discendenti,
di vivere anni ancora CENTOVENTI !!!!!

Ivo

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qui le tre sorelle sono: Bruna, Edda e Ornella.

Pranzo del 22 agosto 2000 al ristorante “Montanera”
Offerto da Orazio e Edda

Col pranzo che offron oggi, Edda e Orazio,
agosto e feste ormai non han piu’ spazio
e si e’ verificata la sorpresa
che io pensai, con mente assai distesa.

Perche’ gli zii a pranzo ci han portato
A un ristorante alquanto rinomato.
Noi mangerem con loro allegramente,
come insieme ha fatto tanta gente.

Cosi’ si e’ verificato
di mantener l’usanza del passato.
Questo vorremmo ancor, per il futuro,
ma, essere indovini, e’ un po’ duro !!!!!

Potremmo avere cambiamenti vari,
su alcune proprieta’ immobiliari !!!!
e ostacolarci tanto nel futuro,
rendendoci il raduno alquanto DURO !!!!!

E allora, noi pensiam solo al presente
che vivi e sani abbiam BRACCIA E MENTE !!!!
Saper che abbiam sposato tre sorelle,
che brillano per noi, come tre stelle (????)

E allora,
insieme ci auguriamo, senza inganni,
di vivere con loro, ancor cent’anni !!!!!!!

Io, per quel che scrissi e per il presente,
mi scuso e fate come fosse NIENTE !!!!!

Ivo

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Festeggiando le nozze d’argento di Marco e Grazia Poggi

12 Agosto 2000

Io che sono per la via
Degli “usa e getta via”,
son felice e son contento
di assistere all’evento
degli amici “MARCO e GRAZIA”
festeggiar nozze d’argento,
qui in collina, su in alto,
nella chiesa di “Montalto”.
Recitar l’assai gioiosa
cerimonia religiosa
per la gente qui presente
da un prete compiacente
che i piu’ non conosciamo,
ma che tanto ringraziamo.

Tutti quanti, i qui presenti,
siam felici e assai contenti,
agli sposi, poter loro augurare
di potersi tante volte ritrovare
con i figli, i nipoti e i pronipoti
” e di cio’ noi facciam loro tanti voti”,

trovarsi a guidare una veloce “Alfa Romeo”
festeggiando, fra cent’anni, un Giubileo

Ivo

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Ivo e Giulio si stimavano reciprocamente. Quando Ivo mori’, Giulio venne per l’ultimo saluto durante la veglia funebre e, compostamente piangendo, ne abbraccio’ la salma piu’ volte.

Lettera d’auguri e d’amicizia al Prof.Giulio Poggi dal coetaneo Triestino Cortesi (Ivo)

Ho voglia di parlare di te, oggi,
mio caro Professore “GIULIO POGGI”,
che da un po’ ti vedo sollevato,
da quando, “SCUOLA CANTO” hai frequentato.

Io che t’invitai a prender parte,
sapevo che ami “MUSICA” come “ARTE”,
e qui, i cantori, tutti in amicizia,
ti dicon, “Serviam DOMINO in letizia.

Questo io penso abbia assai giovato
dal sollevarti l’oggi e il passato,
che un mal crudel, purtroppo ha costretto
la tua consorte a viver sempre a letto,
lasciandoti, purtroppo, isolato
anche col figlio “CHECCO” handicappato.

Allora tu, continua a frequentare
“Scuola di Canto”, senza mai mancare
e fa’ che tutti sentano ogni tanto,
che esprimi a gran voce il tuo canto.

Se i salmi che cantiamo sono tanti,
controlla tu li abbia tutti quanti,
e a fine “MESSA”, non dimenticare
d’accogliere l’Ostia Santa dall’altare.
Poiche’ sei stato e sei anche al presente,
devoto, osservante e assai credente.

Io vorrei finire qui il mio canto
Sapendo pur che avro’ abusato tanto,
voglio or salutare i figli tuoi,
a te affezionati tanto, “come vuoi”.

Persone loro sono, intelligenti,
stimate e rispettate dalle genti.
Auguro a loro, prima d’ogni cosa,
la vita lunga, sana e prosperosa.

Per te, mio caro Giulio, insieme a CHECCO,
prego tu vinca al “LOTTO” un terno secco.

E ALLORA (???)

Io sono lo “ZAMPOGNARO” con la piva
ch’augura il “BUON NATALE”,
CON TANTI E V V I V A

FINE

Portico di R.
NOVEMBRE 1999

Ivo

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Il compleanno del Prof. Giulio Poggi
Tenore e membro della “Schola Cantorum” di Portico

Poiche’ gli anni compie oggi
Il professore “Giulio Poggi”,
son presenti, qui, quest’anno,
a festeggiare il compleanno,
i cantori “latinorum” (????)
della qui “Schola Cantorum”

per passare un paio d’ore
insieme al caro “professore”,
sempre pronto a tutte l’ore
con la voce da “TENORE”
per esprimere la sua arte
recitando la sua parte.

Fieri siam che tal portento
Sia con noi ogni momento,
che fa il canto forte e piano,
in latino e italiano.
E suor Carla, direttice,
la vediam di cio’ felice,
nell’avere ogni momento,
sempre pronto tal portento òòòòòòòò
che mantiene unito il coro
con la sua ugola d’oro (????????).

E allora,

se ho qui inclusa una bugia,
finiam pure in allegria,
poiche’ e’ per noi onore
festeggiare il professore,
augurandogli allora,
tanti compleanni ancòra,

che li possa festeggiare, come oggi,
in famiglia, tutti insieme, con i “POGGI”.

E noi, che gli vogliamo tanto bene,
gridiamo a lui evviva, tutti insieme.

Ignoto???
Portico, MAGGIO 1999

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Il Compleanno del dott.Antonio Bacchin

Ci troviamo insiem quest’anno
Per un pranzo con “BUON VIIN”,

festeggiando il compleanno
del dott. ANTONIO BACCHIN,

che noi tutti ringraziamo
e poi, tanto auguriamo

prima d’ogni altra cosa,
vita lunga e prosperosa.

Poi, con voce assai giuliva,
tutti a lui gridiamo:

E V V I V A

17 OTTOBRE 1999
Ivo

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Dalla “Schola Cantorum” di Portico, scritta d’addio a Don Davide, per il suo trasferimento.

I componenti la “SCUOLA di CANTO”
che li prepara Suor Carla ogni tanto (???)
hanno appreso con grande sgomento,
del nostro “Don Davide” il trasferimento.

A loro rimane sol ricordare
Le Sante Messe, dovute cantare,
ma poi, qualche volta, “ORCA PALETTA!!!”
insiem, ci scappava, qualche cenetta !!!

E allora (???)

resta ai cantori solo augurare
che Don Davide serva tanto l’altare,
superi in breve, le tante “TRAFILE”,
per comandar la “CURIA VESCOVILE” !!!!!

Portico, 31 ottobre 1999
Ivo

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Un messaggio enigmatico sta a conclusione della rassegna di scritti di Ivo. Sono diversi foglietti, scritti a mano, in grossi caratteri, tipico di una persona che sta perdendo la vista. Negli ultimi anni Ivo infatti era diventato quasi cieco. Ho detto enigmatico, ma forse era solo una canzoncina quella che gli era passata per la mente, una di quelle che si canticchiano senza motivo. Non lo sapremo mai.

Stornello

stornello

Fior di giaggiolo
Fate sempre la polenta nel paiolo
Perche’ cosi’ fa sempre il boscaiolo.

Fior di giunchiglia
Quando la moglie e’ una brava figlia
Sapra’ tener da conto la famiglia

Fior di ginestra
Se tanto sta la moglie alla finestra
Poi non arriva a cuocer la minestra

APRILE 2000

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Conosci te stesso

Conosci te stesso

Frammenti da un’opera perduta di Porfirio

Conoscere se stessi per conoscere il mondo. Conoscere il mondo per conoscere se stessi.

L’animo umano e’ un microcosmo. L’Universo e’ un macrocosmo.

Contemplare l’Universo per riconoscere il divino.

Indagare se stessi per riconoscere quale parte di noi e’ piu’ assimilabile al divino.

Per Porfirio, filosofo del tardo paganesimo, non ci sono dubbi: la parte assimilabile al divino e’ l’intelletto.

E’ malinconica la filosofia del tardo paganesimo. Mi sorprende per il suo assoluto ascetismo.

Se la parte assimilabile al divino e’ l’intelletto, tutta la corporeita’ viene ad acquisire una importanza secondaria, anzi, addirittura nociva.

Io non approvo quest’ultima conclusione. Perche’ rifiutare la parte corporea di noi se questa c’e’ e ci e’ stata donata?

Mentre invece, che l’animo umano sia un microcosmo in cui si riflette l’intero Universo, questo mi piace considerarlo.

Invito ad ascoltare le parole di Porfirio, che mi sono dilettato a recitare, accompagnare con brani musicali, e infine corredare di immagini, assecondando una certa mia attitudine all’introspezione e alla contemplazione.

Tutto eseguito con quel pizzico di malinconia, che pure e’ parte di me stesso, e in cio’ mi accomuna agli ultimi pensatori del tardo paganesimo.

Riferimenti

Rock anni 70 – Storia di un amico

Rock anni 70 – La storia di un amico

Scritto da Mirco Cortesi

Scarica questo racconto, in formato PDF, facendo click qui pdf.

Copyright Creative Commons Attribuzione – Non commerciale CC BY-NC http://creativecommons.org/licenses/

Premessa

Guardando con gli occhi di un bambino, il mondo sembra bello, il sole caldo e le persone indaffarate a svolgere il proprio lavoro. Poi si cresce, in un attimo si diventa adulti, la vita ti travolge offrendo passioni, emozioni, speranze e ideali, che spesso non trovano la via per risolversi felicemente e si concludono amaramente fra un rimpianto e una delusione.
mesembriantemo Tutto viene inghiottito, risucchiato come acqua che svanisce gorgogliando da un lavandino appena stappato. Una mano invisibile, una volonta’ tragica, sembra sempre attenta a porre un freno e un limite alle velleita’ degli uomini, quasi a voler ostinatamente ribadire la fragilita’ della nostra vita.

-Non e’ cosi’! Non e’ possibile!-, gridi mentalmente. Ti volgi indietro e guardando il passato, ti accorgi di quanti si sono fermati e non ce l’hanno fatta, intrappolati da vane illusioni, sogni di liberta’ e di onnipotenza tragicamente interrotti. “E’ perche’ hanno confuso gli ideali con la realta’”, vorresti ribadire, “non hanno distinto l’utopia dalla concreta possibilita’ offerta dalle circostanze”. Rincuorato da queste considerazioni e spinto dalla forza del ragionamento, ti senti di aggiungere: “infatti, proprio dal divario fra utopia e realta’ l’uomo trae spunto per cercare sempre nuovi modi di conseguire un risultato migliore. Tenendo gli occhi fissi all’utopia e calando questa nella realta’, si costruisce il cammino infinito dell’uomo verso il progresso e il miglioramento della societa’ e della vita; si costruisce la storia”. Bene.

Ma ti volgi a considerare quelle speranze infrante, quei sogni interrotti e quelle persone che in qualche modo hai lasciato dietro di te; persone un castello di sabbia che hanno creduto e non ce l’hanno fatta; e la malinconia ti assale. Come una placida onda del mare che si infrange sulla riva dopo che l’hai vista gonfiarsi minacciosamente, ma poi ti lambisce languidamente e lentamente si ritrae; cosi’ ti assale l’onda delle speranze nel momento in cui ci si affaccia alla vita e i sogni dei bambini sembrano poter diventare una realta’. Placidamente l’onda si ritrae, senza danni apparenti, ma il castello di sabbia che avevi appena costruito ora e’ livellato. Ti sembrava cosi’ carino, pur se goffo e fragile, con le torri larghe e basse e le merlature un po’ sbriciolate; ti sembrava non dovesse mai finire, non dovesse mai crollare, ma ora non c’e’ piu’. “E quegli ideali?”, ti chiedi, “quelle convinzioni? E quei grandi slanci con la voglia di cambiare tutto?”

Gianni

Gianni era il mio amico. Lo chiamero’ Gianni, un nome di fantasia.
Per tutta l’infanzia sono andato a giocare a casa sua e sua madre ci dava sempre un panino a merenda, con la marmellata fatta da lei, marmellata di bacche di rosa canina (“el pizanculi”, lei le chiamava in dialetto romagnolo). E suo padre rientrava stanco verso sera dal lavoro, e si sedeva su una sedia, in cucina, appoggiando i gomiti sulla tavola e la testa fra le mani, sfinito.
Io e Gianni giocavamo nei dintorni di casa sua, nel giardinetto che si affacciava sulla campagna circostante, e li’ costruivamo capanne simulando la vita nella foresta. Si andava nel pollaio a molestare le galline, con grande rammarico di sua mamma che implorava di non farlo piu’ perche’ le galline spaventate smettevano di fare l’uovo.

All’eta’ di circa dieci anni, in ottobre si passavano i pomeriggi nel bosco a raccogliere le castagne. Si attraversava il prato fiorito fiume con quel traballante ponte di ferro lastricato di assi di legno, residuo del passaggio del fronte durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma noi non avevamo conosciuto la guerra e saltavamo allegramente su quelle assi proprio per farlo traballare, e poi correre all’impazzata sulla riva opposta, inerpicandoci sulla montagna.
Raccoglievamo le castagne nelle cosiddette zone libere, andando a volte anche nelle zone protette dal contadino, e li’ le castagne erano piu’ belle, grosse, gonfie e rotonde. Stavano a terra su un sottobosco pulito da sterpi ed erba alta, e sembravano dirci: “prendimi, prendimi!”. Ci importava poco che il contadino ci avrebbe severamente sgridato se ci avesse visto a raccoglierle; non capivamo nulla della sua fatica per tenere pulito il sottobosco, della fatica di guadagnarsi da vivere.
A volte si tornava a casa con un bel sacco gonfio di castagne, stanchi fino all’inverosimile, ma contenti e felici dell’avventura vissuta.

Durante le scuole elementari Gianni aveva mostrato qualche difficolta’, sembrava insofferente di qualcosa. La maestra l’aveva messo in un banco separato dagli altri per poterlo gestire ed educare meglio. I suoi risultati scolastici erano alterni. Forse era un bambino un po’ ribelle, forse avvertiva qualche irrequietezza interiore, ma per me era un grande amico, anche se una volta mi colpi’ il suo disegno in cui aveva ritratto una foresta intricata di rami spogli vanamente protesi verso l’alto.

Le scuole medie finirono ed erano appena iniziati gli anni ’70 del secolo scorso quando il vento della liberta’ dalle Rolling Stones convenzioni, la protesta scolastica e le lotte sindacali cominciavano a mescolarsi alla rivoluzione della nuova musica rock, che andava diffondendosi attraverso la radio e soprattutto tramite i giradischi coi dischi a 45 giri, frastornandoci e inondandoci di suggestioni di liberta’, cui non sapevamo dare il giusto significato.

Fu un’altra avventura l’inizio delle scuole superiori, e Gianni, assegnato ad una sezione di un certo prestigio, ma solo perche’ aveva scelto di studiare tedesco invece dell’inglese, e il tedesco si studiava solo nella sezione A, dimostro’ fin dall’inizio le sue difficolta’. Accanto a qualche bel voto comparvero dei pessimi risultati in altre materie. E Gianni comincio’ a sbandarsi.

Aveva conosciuto degli amici che lo avevano assecondato nelle sue aspirazioni di liberta’. Erano i tempi delle comuni e della vita giorno per giorno, fra musica e qualche fumatina non di solo tabacco, e lui si fece trascinare da queste amicizie che lo avevano iniziato all’esperienza della droga e dell’alcool.
La scuola ando’ a rotoli, Gianni smise di frequentare, ma continuo’ a incontrarsi con i suoi amici che gli insegnarono anche un po’ di arti marziali, gli insegnarono a tirare calci e pugni, a rispondere con violenza alla violenza che cominciava a circondarlo come una nebbia subdola e sottile.
Assumendo droga trovava qualche attimo di fuga dalla realta’ di una vita che per lui stava lentamente degradandosi, ma lui non se ne accorgeva. A volte, trovandosi di notte in citta’, si rifugiava nei dormitori pubblici e il giorno dopo riprendeva a frequentare le sue amicizie.

Gianni cercava qualcosa di diverso dalla noia di una occupazione, qualcosa di piu’ avvincente di un lavoro modesto ed onesto come quello di suo padre, qualcosa di piu’ avvincente di una vita tranquilla.
I gruppi rock di cui tutti noi ascoltavamo la musica, ci incitavano a perseguire questo sogno di liberta’: dalle convenzioni, dalle istituzioni, da ogni vincolo. Ci dicevano che questa liberta’ esiste. Erano gli anni in cui si leggeva “Sulla strada” di Jack Kerouak, e si sognava di viaggi in autostop fino a qualche lontano paese esotico. Si ascoltava Heroin di Lou Reed, ci si emozionava quando i Doors cantavano contro la guerra in Vietnam, e i Black Sabbath ci meravigliavano con il loro irriverente album Paranoid.
E c’era anche Janis Joplin, e pure lei cantava di una assoluta liberta’: “Ragazza!”, diceva nelle sue canzoni, “domani piangerai, ma oggi fa’ cio’ che vuoi e cogli l’attimo del divertimento, l’attimo del piacere!”.

Io, Gianni e i gruppi rock di allora non ci accorgevamo che la vita richiede poi il conto. Quell’assoluta liberta’ che credevamo di cogliere, aveva un prezzo. Gianni non ha mai riconosciuto che in queste frasi stava un messaggio subdolo, se interpretato letteralmente, un significato oscuro e distorto. Perche’ l’uomo non e’ libero in questo mondo, la liberta’ va prima conquistata e poi difesa con ogni mezzo, e la vita che abbiamo a disposizione e’ una sola e non va sprecata. Ma qual’e’ il limite fra una giusta aspirazione e una esagerazione?

Gianni si era pure innamorato, proprio durante il periodo in cui aveva frequentato le scuole superiori. Questo era un fatto normale. E’ il periodo in cui l’amore sboccia all’improvviso, come un fiore al primo sole caldo dell’estate. Pure la ragazza era follemente innamorata di lui, di quel ragazzo ribelle, cosi’ diverso da quelli… come me per esempio, vestiti per Janis Joplin benino, normali e scialbi, che vanno a scuola e magari vengono promossi, anche se non in maniera brillante.
Quel ragazzo la incuriosiva e suscitava in lei quel senso di madre che la spingeva a proteggerlo, facendole confondere l’amore con la maternita’. Ma quando si accorse che Gianni l’avrebbe trascinata in una incerta avventura, lei lo lascio’, e Gianni prosegui’ la sua corsa, in discesa.

La droga e l’alcool gli avevano ormai cotto il cervello. Si puo’ dire, e’ risaputo che alla lunga gli effetti sono questi. Incapace di far fronte ai suoi bisogni e senza rispetto per se stesso, Gianni si aggirava per il paese farneticando di magia e astrologia. Ormai era come un nomade, ma senza la ricchezza culturale che contraddistingue questi gruppi umani. Era un nomade solo nell’aspetto dimesso e nell’abbigliamento stravagante. In casa sua madre era disperata.
Un giorno incontrandomi per strada, lei scoppio’ improvvisamente a piangere, lasciandomi imbarazzato e confuso. Supplicandomi di aiutare il suo Gianni, mi ricordo’ gli anni d’infanzia passati assieme, io che ero sempre stato il suo migliore amico. Mi imploro’ di aiutarlo ad uscire dal tunnel in cui si era cacciato. Singhiozzava, quella madre sconsolata. Il suo unico figlio era stato catturato in una trappola insidiosa. Perche’ Gianni non sapeva riconoscere il limite fra liberta’ e compromesso, fra sogno e realta’. Ma chi, fra quelli di allora, fra cui pure io, sapeva riconoscere quel limite? E io cosa potevo fare? Chi poteva aiutare Gianni?
Parlargli era inutile, non ascoltava. La societa’ era solo attenta a punirlo nel caso avesse abusato di droga ed alcool. In paese, pur cercando d’aiutarlo offrendogli qualche lavoretto, lo sbeffeggiavano chiamandolo “Zepron”, cioe’ zeccolone, pieno di zecche, per l’aspetto incoerente e selvatico che stava assumendo. Purtroppo quelle persone, pur nella assoluta mancanza di grazia con cui lo apostrofavano, quelle persone avevano ragione: Gianni avrebbe dovuto rinunciare a qualche liberta’, trovarsi un lavoro, guadagnarsi da vivere.

Per poterlo aiutare avrei dovuto stargli vicino, stare in sua compagnia. Lui avrebbe dovuto stare in compagnia della comunita’ del paese dove viveva. Io e lui avremmo dovuto ritornare nel campo dietro casa sua e distenderci sull’erba a godere dei caldi raggi del sole sulla pelle, e sentire il canto degli uccelli con la brezza che ti accarezza il corpo. Avremmo dovuto ritornare a fare passeggiate nel bosco, e raccogliere castagne, e scappare all’impazzata mentre il contadino ci correva dietro con un lungo bastone nodoso, imprecando e urlando frasi di minaccia. Ma entrambi eravamo cresciuti e la vita ci stava trascinando come un fiume in piena, separandoci uno dall’altro.

Gianni fini’ in una comunita’ di recupero. I suoi genitori nel frattempo erano morti. Sua madre probabilmente di crepacuore vedendo il suo unico figlio cosi’ trasformato. Suo padre, rimasto vedovo, consunto dalla fatica e ormai stanco di vivere, era morto in un ricovero per anziani.

Gianni ormai era solo. Erano infranti i suoi sogni di liberta’, infrante le speranze di cavalcare la vita forzandola al proprio volere. Anche la vicenda di molte delle star del rock si era conclusa tragicamente. Nella comunita’ di recupero per intossicati da droga e alcool pero’ Gianni non voleva starci. Non voleva accettare di restare chiuso dentro quel recinto dorato che gli era stato costruito intorno. Non poteva uscire e doveva sottostare alla opportuna disciplina di quella comunita’. Gli stavano insegnando le regole di vita, ma lui non voleva accettarle e non capiva perche’ l’avevano rinchiuso. Lui voleva essere libero.
Gli epigoni della droga e dell’alcool gli avevano lasciato lo strascico di una profonda crisi depressiva. Questa gli veniva curata con medicine calmanti e sonniferi. Insieme con la depressione cominciarono ad affiorare istinti suicidi Black Sabbath e Gianni venne trovato alcune volte con una lametta da barba ficcata in gola, con la quale aveva tentato di uccidersi.

Non poteva piu’ rimanere in comunita’. Andai a trovarlo una volta, dopo che erano passati alcuni anni da questi episodi. Era in una comunita’ di recupero psichiatrico. Lo trovai fra i malati di mente, farneticava un po’, ma rispose cordialmente al fiume di domande che gli rivolsi. Fece fatica ad alzarsi dal letto, come se si fosse appena svegliato da una potente dose di sedativi.
Era adagiato sul letto in una modesta stanzina di due metri quadri che conteneva oltre al letto solo un comodino, ma questo abbastanza grande da appoggiarci una valigia.
Parlammo per qualche ora, ricordando i tempi passati, e parlammo di musica. Lui mi rammento’ quella bella canzone di Lou Reed: “Rock’n Roll” che lo faceva sempre emozionare tutte le volte che, passando sotto casa mia nei tempi addietro, sentiva che la ascoltavo col giradischi al massimo del volume.
Mi chiese di andare fuori a bere un bicchiere di vino e dovetti negare. Mi chiese di uscire a fare una passeggiata, e dovetti negare ancora. Tuttavia quell’incontro mi commosse profondamente e la settimana successiva comprai un giradischi con una raccolta di CD dei Rolling Stones e il CD di Lou Reed con Rock’n Roll, e portai tutto a lui.
Nell’istituto mi guardarono stupiti e meravigliati mentre entravo con quella gran scatola di cartone, ma accettarono il regalo che avevo fatto al mio amico, e lui pure lo accetto’ volentieri.

Ci salutammo con calore ed amicizia ed io ero felice d’aver fatto un’azione buona, una di quelle cose per cui anche sua madre sarebbe stata contenta e mi avrebbe guardato con tenerezza dall’alto del cielo dove ora riposa. Volevo tornare a trovarlo ancora tante volte e volevo cercare di recuperarlo con la mia compagnia, andando a scambiare qualche risata e qualche battuta in quella sua stanzina minuscola, ma mi fu impedito.

Mi fecero comunicare dalle suore del convento del mio paese (perche’ non me lo dissero direttamente in quell’istituto? The Doors chissa’…) che non era bene andassi a trovare Gianni perche’ lui era ormai irrecuperabile e non rispondeva razionalmente alle persone che lo assistevano. Mi impedirono di continuare questa iniziativa facendomi capire senza mezzi termini che Gianni doveva essere accudito dalle persone addette all’Istituto e non doveva frequentare la gente di fuori, soprattutto se non erano parenti o affidatari.
Ma perche’, mi sono sempre chiesto? Perche’ non potevo cercare di fargli compagnia? Gianni non aveva piu’ nessuno che lo assistesse e lo proteggesse, e nonostante tutto doveva stare isolato. Forse aveva qualche lontano parente che ne stava curando la parte burocratica all’interno dell’Istituto, ma dei suoi amici d’infanzia ero rimasto solo io e ora si voleva che anche questo legame con l’esterno, per Gianni, venisse reciso.

Comunque rinunciai a continuare a frequentarlo. Non me lo sono mai perdonato. A volte bisognerebbe non dar retta a chi ti sta dando buoni consigli. Non seppi piu’ nulla di lui, ma forse non ebbi la volonta’ di interessarmi, non ebbi la forza di proseguire, frastornato da quegli strani impedimenti cui ero stato sottoposto, e in cuor mio ancora oggi giace un vago rimorso di non aver fatto abbastanza per lui.
Dopo qualche anno seppi che era stato internato in un ospedale psichiatrico, dove le persone esterne non possono assolutamente entrare. Mi dissero che i dottori ora stavano cercando di curarlo.
Ma Gianni non aveva bisogno di medicine. Gianni aveva bisogno di compagnia, aveva bisogno di affetto, di amore, aveva bisogno di sentirsi parte della comunita’ di quegli esseri umani cui anche lui apparteneva. Anche se in gioventu’ aveva rifiutato sprezzantemente la societa’, in cui era nato e cresciuto, per rincorrere il mito della liberta’ da ogni vincolo, per seguire chi gli diceva che se voleva fare una cosa, quella poteva farla, se desiderava una cosa, quella poteva avere, bastava solo la forza di volonta’ per perseguire l’obiettivo; Gianni aveva bisogno della comunita’ di esseri umani come ne abbiamo bisogno tutti. Ebbene ora Gianni era solo, isolato ed emarginato. Aveva ingenuamente creduto a quanto gli veniva proposto e aveva bruciato la sua vita come si brucia un fiammifero. Ma di fiammiferi ne aveva uno solo.

Nel frattempo, dei suoi amici di bevute e di arti marziali, chi aveva potuto, aveva cercato di venirne fuori. Lui pero’ no, lui non c’era riuscito, ed era andato dritto alla meta.

Una vicenda curiosa

Avevo preso due belle piante in vaso dalle scale di casa e le avevo portate ai miei genitori, la’ al cimitero. Ormai eravamo in maggio, il tempo cominciava a stabilizzarsi e si poteva iniziare a portare fuori quelle piante per sistemarle accanto alle lapidi . Tutto era normale e tranquillo in quel luogo. E che cosa doveva esserci di strano li’? Se c’e’ una novita’, e’ perche’ si e’ aggiunto un nuovo cumulo di terra. Allora, incuriosito, ti avvicini e vai a vedere abbassandoti un poco per leggere il nome, e scopri che anche quella persona la conoscevi, e ora e’ li’. Con un po’ di cinismo pensi: “Eh, prima o poi tutti finiamo qua”. Mi vengono in mente le parole di mio babbo che non voleva andare al cimitero perche’ diceva che un giorno avrebbe dovuto starci fino a farsene venire a noia, e poi rideva, e io sorridevo insieme a lui.
E c’era anche quel mio zio, cosi’ orgoglioso di abitare nel paese vicino, distante appena 12 chilometri dal mio. Lui
Lou Reed - Rock'n Roll Animal disprezzava tanto il mio paese, ma solo per campanilismo, e diceva che dove abitavo io non ci sarebbe stato neanche da morto!
E invece e’ li’, penso, ogni volta che gli passo accanto per raggiungere la tomba di mia madre. Perche’ da morto e’ finito proprio li’, in quel paese tanto disprezzato, e li’ ci sta, e anche ottimamente. “Hic manebo optime”, qui rimarro’ ottimamente, dichiara quella parte di me un po’ beffarda che rimbomba nella mente mentre mi avvicino, ricordando quell’antico proverbio latino. Ma poi mi fermo davanti a lui, e guardo quella foto che lo ritrae in un abbigliamento antiquato, con la giacca da cacciatore, il panciotto e l’orologio rotondo con la catena che gli pende dal taschino.

Mio babbo mi guardava sorridendo anche quel pomeriggio, da quella foto incollata sulla pietra, con la sua camicia a righe e le bretelle che gli scendono mollemente dalle spalle. “Come va?” gli dissi anche quel pomeriggio, mentre posavo a terra il vaso, “Hai fatto la partita a carte coi tuoi amici del bar?” Mi piace parlare cordialmente davanti alla lapide, come se lui possa sentirmi o possa commentare cio’ che gli viene chiesto. I suoi amici del bar, pensavo, erano tutti li’, tutti in fila uno accanto all’altro, chi piu’ chi meno distante da lui.
A volte mi piace aggirarmi fra le lapidi, ma mi viene sempre una grande tristezza quando lo faccio perche’ quella gente adulta, che ho conosciuto da bambino, ora la ritrovo li’. E c’e’ quello che ti guarda con gli occhi un po’ stralunati, quello con la benda nell’occhio, ricordo di un triste evento di guerra; oppure quello che continua a mostrare con orgoglio i cavoli del suo orto, e quello che continua a suonare i piatti della banda. C’e’ quello che ha la cazzuola da muratore murata sulla lapide; il lavoro lo insegue anche da morto, verrebbe da pensare, in realta’ e’ caduto dall’impalcatura mentre lavorava e non si e’ rialzato piu’. E c’e’ pure la nonna di quell’altro mio amico, quella povera donna che io ho sempre visto cucire. Lo faceva per guadagnarsi da vivere, e ora cuce anche li’, curva su quella vecchia macchina azionata a pedali, uno di quei modelli Singer del periodo del Fascismo.
Ma c’e’ anche quel grande latinista, un intellettuale che ha tradotto diverse opere dal latino medievale, e ha pure scritto dei romanzi. Ora la sua tomba giace dimenticata, senza foto, e le erbacce coprono il nome e le date di nascita e di morte. “Eh”, penso io, “e’ proprio vero che la cultura non paga!”.

All’inizio non mi ero accorto di lui, quello strano individuo ormai non piu’ giovane, che si aggirava curiosando fra le tombe. Si abbassava a leggere le scritte, guardava le foto e poi proseguiva sulla tomba successiva. Velvet Underground - Heroin Sembrava che cercasse qualcosa, “o forse qualcuno!”, ho pensato io, orgoglioso di questa brillante intuizione, senza accorgermi che in realta’ era cosi’ ovvia da rasentare la stupidita’. Perche’ era chiaro che cercava qualcuno.

“Salve!”, dissi allora avvicinandomi, incuriosito dal suo comportamento. Si era fermato accanto alla tomba di Gianni e lo stava guardando con attenzione. Sembrava mostrasse un po’ di emozione, ma quando lo guardai piu’ attentamente ogni disagio era scomparso, e vidi solo un uomo che guardava una tomba.
“Lo conosce?” gli chiesi. “Si, lo conoscevo” mi rispose lui, e subito mi chiese: “E lei lo conosce?” “Certo!” risposi prontamente. “Eravamo grandi amici durante l’infanzia”
Che strano, pensai. Due sconosciuti si incontrano davanti ad una tomba per scoprire che entrambi condividono un pezzo della propria storia pur non essendosi mai incontrati fino a quel momento. Restammo un po’ in silenzio, poi lui continuo’: “Ma come ha fatto a finire qui?”, indicando la foto di Gianni.
“Eh, e’ una lunga storia”, risposi io. “Aveva cominciato a sbandarsi, una volta iniziate le scuole superiori. Perche’ deve sapere che io andavo sempre a giocare da lui quando ero un bambino, e la sua mamma ci preparava la merenda….” e gli raccontai un po’ quello che ho gia’ raccontato, e mentre parlavo sentivo l’emozione che saliva creandomi un groppo in gola, fino a quando non riuscii piu’ a trattenermi e scoppiai a piangere singhiozzando come un fanciullo. Parlavo e singhiozzavo, e le parole mi uscivano a scatti, e non potevo trattenermi, non riuscivo a darmi un contegno. Non conclusi il discorso, non riuscii a dirgli che sentivo quasi come una mia colpa se Gianni ora era li’, e non ero stato in grado di sottrarlo all’ingrato destino.
Lui non disse nulla. Mi lascio’ sfogare mentre cercavo di dare spiegazioni. Ascolto’ in silenzio pure mentre badavo a esprimere il concetto che era stato sempre uno spirito ribelle, ma alla fine la troppa liberta’ ha un prezzo, … e pure quei cantanti di allora esprimevano dei concetti distorti…, e ci venivano veicolati dei falsi messaggi e…
Lui continuo’ a tacere, ma sembrava conoscesse alla perfezione quanto stavo dicendo, sembrava che non mostrasse emozione ed era li’ impassibile, mentre io pigolavo come un pulcino. Mi vergognai d’essermi lasciato prendere dall’emozione. Mi sforzai di riprendere il controllo e dopo un po’ ci riuscii e smisi di piangere.
“Gia’…” disse lui dopo una pausa, continuando a fissare la lapide e la foto di Gianni che ci osservava con i suoi grandi occhi e la folta massa di capelli ricci. In quella foto non si capisce se sorride o ha le labbra contorte in una smorfia di malinconia. Restammo un po’ in silenzio, in piedi, uno accanto all’altro. Entrambi guardando la foto, forse per evitare di guardarci in faccia, magari col timore di scoppiare nuovamente a piangere, questa volta tutti e due invece che io solo. Quell’uomo non aggiunse altro. Dopo un po’ ritornai alle tombe dei miei genitori e lo lasciai solo. Lui rimase ancora qualche tempo a fissare la foto, immobile, mentre cominciava a soffiare la brezza fresca della sera. Poi si avvio’ in silenzio verso l’uscita.

Non ho mai saputo chi fosse, ne’ l’ho mai piu’ rivisto da allora. Chi era? Magari un suo amico. Magari uno di quelli che aveva condiviso mesembriantemo con lui le speranze tradite di un mondo di liberta’ assoluta. Magari era quello che gli aveva insegnato le arti marziali. Magari era quello che aveva dormito accanto a lui nel dormitorio pubblico. E pensare che ero andato a fargli tutti quei discorsi sui pericoli della vita, tutte quelle frasi moraleggianti sulla necessita’ di trovarsi una sistemazione invece di rincorrere vane illusioni.
Non aveva detto nulla. Sapeva benissimo quanto stavo dicendo. Anzi, forse ne sapeva anche piu’ di me. Quelle vicende le aveva vissute in prima persona mentre io le avevo solo intuite, conoscendo la storia del mio amico Gianni e traendone poi delle personali conclusioni. Lui forse era riuscito a sottrarsi al cappio che gli si stava stringendo al collo e ora era ancora vivo, ed era andato a trovare quell’altro amico che non ce l’aveva fatta.

Chissa’, forse le cose erano andate proprio cosi’. Ma non aveva raccontato nulla di se stesso, ne’ aveva aggiunto qualcosa al torrente di parole che mi erano uscite dalla bocca. Non sapro’ mai neanche come si chiamava, perche’ nell’emozione di raccontare questa storia, che qui ho raccontato, ho pure dimenticato di chiedergli il nome.

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L’etica del ringraziamento

L’etica del ringraziamento

Una risposta alla filosofia di Nietzsche

Premessa

Morale. Etica. Cosa significano queste parole per l’essere umano?
Significano riconoscere dei principi, delle coordinate universali che ti guidano sulla via da seguire.

Tali principi non devono essere accettati per “tradizione” o per “convenzione”. Essi devono essere giustificati dalla ragione.

Bisogna cioe’ riconoscere che agire cosi’ e’ giusto perche’ e’ ragionevole, e’ buono ed e’ bello.

Il difficile e l’ambiguo pero’ sta proprio qui. Ci si puo’ chiedere:
“C’e’ una via da seguire? Ci puo’ essere una finalita’ comune per gli esseri umani? Oppure e’ vero solo cio’ che a me pare vero ed e’ falso tutto cio’ che a me pare falso?”

Nietzsche

In “Aurora” Nietzsche dichiara che la morale occidentale e’ diventata tradizione e convenzione e si e’ cristallizzata. Recuperare la propria “individualita’” significa per Nietzsche rifiutare questa tradizione cristallizzata, questa servitu’ della morale giustificata dalla ragione, e liberare le energie creative individuali, liberare la capacita’ di pensare e perseguire l’irrazionale.

In “La Nascita della Tragedia” questi temi erano gia’ stati trattati in termini di “apollineo” e “dionisiaco”.

“Dionisiaco” rappresenta come l’infanzia dell’uomo, in cui la creativita’ ha libero sfogo in ogni direzione, ed e’ spontanea e genuina, come il gioco dei bambini.

“Apollineo” e’ invece il passaggio all’eta’ adulta, all’eta’ della ragione, in cui l’uomo si sottomette alle necessita’ della vita e da esse ne rimane come schiacciato e asservito. Con la sottomissione al principio di ragione nasce il senso tragico della vita, la sensazione della vanita’ dell’agire umano, nasce il bisogno di una morale, di una giustizia, e infine la speranza di riscatto in una vita oltre la morte: nasce la religione.

L’apollineo viene rifiutato da Nietzsche e, in nome del ritorno alla spontaneita’ dionisiaca, si richiede di rifiutare ogni morale, ogni giustizia ed ogni convenzione, che siano limitazione della genuina “individualita’” e spontaneita’ irrazionale dell’essere umano.

Un relativismo esasperato

Ma l'”individualita’” di cui parla Nietzsche, non rischia forse di naufragare in un relativismo esasperato, in un “egoismo razionale” che tende a giustificare le nostre azioni solo perche’ in quel momento ci tornano utili e vogliamo che risultino valide anche agli occhi degli altri?

Voglio dire: non stiamo cadendo in un sofisma, in una tautologia che significa: giustifichiamo le nostre azioni solo perche’ sono le nostre, e tutto cio’ che e’ nostro e’ anche possibile?

Credere che tutto cio’ che vogliamo sia possibile per il fatto che e’ la nostra individualita’ a volerlo, e’ un pericolo in cui molti interpreti della filosofia di Nietzsche sono scivolati, giustificando con cio’ quello che io definisco: delirio di onnipotenza.

Protagora

Nietzsche riconosce e giustifica le azioni umane in base all’utilita’. Ma e’ sbagliato e riduttivo. L’uomo non agisce solo per utilita’ ed egoismo. Potremmo dire: e’ vero, l’uomo della cultura occidentale riconosce valido solo cio’ che e’ utile. Ma e’ una stortura della nostra civilta’. E’ una patetica giustificazione dell’innato egoismo umano.

Diceva Protagora, 2500 anni fa:
“E’ l’uomo misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono.”

Protagora non riconosceva cioe’ l’esistenza di principi universali, tutto era relativo all’essere umano.

Egli non andava forse, con queste parole, a solleticare il piu’ basso egoismo di ogni essere umano? Infatti sembra voler dire:
“Non temere caro allievo che sei venuto ad ascoltare le mie lezioni di filosofia e che io ti offro facendole pagare profumatamente. Tutto cio’ che credi e’ vero, per il solo fatto che tu lo credi e lo vuoi.”

Un delirio di onnipotenza

Non stava forse Protagora trascinando i suoi allievi in una illusione di onnipotenza?

E non fa la stessa cosa anche Nietzsche quando cerca di giustificare le azioni umane sulla base dell’utilita’ e della individualita’?

Gia’, perche’ questa illusione di poter fare cio’ che si vuole, questo delirio di onnipotenza, e’ un declino in cui scivola anche Nietzsche, con le sue pretese di giustificare le azioni umane solo sulla base della propria individualita’.

Anche Nietzsche sembra voler dire:
“E’ giusto, e’ moralmente valido cio’ che faccio e penso, perche’ sono io, e’ la mia individualita’ che lo giustifica e che lo reclama.”

E io gli aggiungerei, parafrasando Protagora:
“Sono io misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono.”

La catarsi

Ma basta guardarsi intorno per capire che le cose non sono fatte come ci pare e piace.

Ora, se non e’ vero che risulta valido tutto cio’ che ci pare e piace, bisogna riconoscere che devono esistere dei criteri generali cui l’essere umano deve conformarsi.

Come riconoscere questi criteri generali?

la contemplazione

  • Il primo e’ l’istinto di sopravvivenza, che ci porta a difendere la nostra vita fino all’ultimo.
  • Il secondo e’ la facolta’ razionale che, cosi’ come ci fa riconoscere l’istinto di sopravvivenza, ci fa anche riconoscere il diritto all’esistenza degli altri. E abbiamo gia’ stabilito uno scopo comune.
  • Il terzo e’ la capacita’ di contemplare il mondo che ci circonda. Essa ci fa concludere che il mondo non e’ caotico, non e’ casuale. Ogni cosa occupa nella natura un suo spazio e segue regole ben precise: gli uomini sono uomini, le piante sono piante, gli animali sono animali. Dall’uomo non nascono piante e dalle piante non nascono uomini.

E cosi’ anche l’uomo, unico essere sulla Terra dotato della facolta’ di ragionare, acquisisce una sua ben precisa necessita’, nell’Universo:

perche’ possa riconoscere che la Creazione non e’ casuale e perche’ si accorga dell’esistenza del proprio Creatore.

Attitudine all’imitazione

Il mondo e’ una creatura complessa le cui finalita’ sfuggono ai nostri tentativi di comprenderla.

La Terra non esiste perche’ l’uomo possa sfruttarla a suo piacimento.

Il mondo e’ fatto per essere contemplato.
Questo era il compito e l’impegno di Adamo ed Eva sul Paradiso Terrestre: dovevano contemplare la Creazione e rendere grazie al Creatore.

Lo sforzo degli uomini per vivere sulla Terra, dovrebbe essere rivolto verso la “contemplazione” e la “imitazione” della Creazione Divina.

Cio’ esclude qualsiasi diritto dell’uomo a “forgiare” e “modellare” la Natura per scopi che non siano quelli di migliorare la propria esistenza. Verrebbero esclusi il denaro e l’accumulazione; la volonta’ di dominio e di potenza; la volonta’ di sottomettere e asservire.

Ma proprio la speculazione cristiana, volendo porre l’attenzione sulla centralita’ dell’essere umano sulla Terra, rischia di sminuire l’eguale importanza dell’ambiente su cui l’uomo vive e risiede.

Il risultato potrebbe essere un peccato di presunzione: la pretesa che tutto cio’ che ci circonda sia nostro diritto sottometterlo e sfruttarlo.

I pericoli dei sistemi cosmologici

In realta’, e’ un merito del Cristianesimo e non una colpa, aver posto l’uomo al centro della Creazione.

Senza una divinita’ che forgia l’Universo e l’Uomo, senza una attenzione focalizzata sulla Vita in tutte le sue forme, si rischia di fare dell’Universo una cosmologia casuale in cui l’uomo o un sasso hanno la stessa importanza, cioe’ entrambi sono nulla e nullo e’ il valore che si va ad attribuire loro.

E questo non si puo’ accettare.

In una cosmologia pura ogni tentativo di stabilire principi morali di equita’, giustizia, convivenza, lascerebbero il passo a una lotta cieca di tutto contro tutto. Questo e’ evidente che non succede nell’Universo.

  • Quindi l’Universo non e’ casuale.
  • Quindi esistono principi universali.
  • Quindi il diritto di ogni essere vivente, e soprattutto dell’uomo, finisce li’ dove termina il proprio corpo, appena al di la’ della propria pelle.

Neppure sulla propria vita l’essere umano ha dei diritti: non e’ la sua; gli e’ stata donata nel momento in cui e’ stato concepito.

Ogni delirio di onnipotenza e’ falso.

L’uomo e’ sottomesso alla Natura e vive grazie alla benevolenza della Terra in cui alloggia.

L’uomo e’ soggetto all’ineluttabilita’ della morte e questo rende tragica la vita umana e darebbe un senso di vanita’ alle sue azioni se non ci fosse la speranza di un riscatto in una vita oltre la morte.

L’uomo non e’ fatto per vincere e dominare, non e’ fatto per forgiare e modellare a proprio piacere e utilita’, non e’ fatto per soddisfare la propria individualita’ e il proprio utile.

L’uomo e’ fatto per conoscere e contemplare, e’ fatto per riconoscere e rendere grazie.

  • Questa e’ la via da seguire.
  • Questa la finalita’ comune per gli esseri umani.
  • Questa la morale universale, l’etica del ringraziamento.

Riferimenti

 

Dionigi Areopagita – Teologia Mistica

Dionigi Areopagita – Teologia Mistica

“Dio e’ l’essere perfettissimo signore e padrone del Cielo e della Terra.”

Questo mi insegnarono a suo tempo, durante le lezioni di catechismo. Nulla capivo di cio’ che significavano quelle parole, ma mi immaginavo una sorta di rigido padre, folta barba, il dito puntato su di me, emergente da un cielo scuro e minaccioso, in atto di incombere sopra la mia testa, pronto a giudicare e condannare.

Crescendo e diventando adulto, ho immaginato invece che Dio fosse nel mondo, che fosse presente nel ruscello che scorre, nel vento che ti accarezza il volto, nel sole che ti scalda la pelle; e ho immaginato che questo fosse il linguaggio adottato da Dio per parlare agli uomini.

Ho pensato: Dio non e’ un giudice col dito puntato e pronto a condannarmi. Dio e’ nel mondo, tuttavia non e’ il mondo. Dio parla attraverso la natura che mi circonda, ma non e’ la natura che mi circonda. Dio e’ presente e tutto intorno a me, ma sembra assente, e le azioni degli uomini sembrano dettate dal caso o dall’egoismo che contraddistingue in genere gli animali di questa Terra.

Un po’ alla volta e’ emersa una definizione di Dio che lascia aperti tanti piu’ enigmi quanto piu’ numerose erano le definizioni che ad esso tentavo di dare.

Dio vuole e non vuole farsi conoscere, vuole e non vuole mostrarsi, vuole e non vuole comunicare con gli uomini.

Ho cercato definizioni ragionate, conseguenti alle premesse: tesi, antitesi, sintesi… tesi, antitesi, sintesi. Quale metodo migliore di questo?

Così ho letto che da Dio procede…, che emana per sua libera volonta’…, che la sostanza e’…, che e’ Unita’ e Triade…, che gli Eoni…, le Enadi…

Ho ascoltato tutti e ho rispettato gli sforzi di ognuno per attribuire un nome significativo a Dio nonostante la poverta’ del nostro linguaggio.

Il risultato e’ stato ancora una volta il silenzio, l’enigma di un discorso che rimane celato in una nube di non-conoscenza, una luminosissima nube di certezze non svelate.

Tali certezze stanno in cio’ che fin dall’inizio avevo intuito:

nel messaggio enigmatico di un ruscello
che si getta giu’ dalla montagna;
di una montagna la cui vetta pare innalzarsi all’infinito,
su fino alle nuvole;
del vento che agita le fronde degli alberi;
del vento che ti accarezza la pelle;
delle gocce di pioggia che colpiscono le foglie
e poi scivolano scomparendo nel terreno.

Dio e’ altro da tutto questo, ma assolutamente tutto questo comprende.

Efremov – La Nebulosa di Andromeda

Introduzione

La Nebulosa di Andromeda - Ivan Efremov

Tu che in avvenire verrai da queste parti,
se la tua mente ragiona, chiedi:

Chi siamo?
Chi siamo noi?


Interroga l’alba,
Interroga il bosco,
Interroga l’onda,
Interroga la tempesta,
Interroga l’amore.

Interroga la terra,

la terra del dolore,
la terra amata.

Chi siamo noi?

Noi siamo terra!

(Ivan Antonovic Efremov – “La Nebulosa di Andromeda”)

 

Polvere tu sei e polvere ritornerai!, si potrebbe aggiungere, cercando di interpretare il testo con parole della Bibbia.

Ma la tematica religiosa e’ completamente assente nel romanzo, in ossequio ai principi del marxismo. Tuttavia, lo spirito religioso aleggia in questi versi, sotto forma di amore e devozione per il nostro pianeta, cosi’ piccolo e fragile, cosi’ minacciato, oggi piu’ che mai, dallo sconsiderato intervento umano.

L’amore e il rispetto del nostro singolare pianeta, l’incanto per il mistero della vita in tutte le sue forme, sono costantemente ribaditi da Efremov attraverso le pagine del suo romanzo.

E’ vano lo sforzo degli esseri umani, se pretendono di equipararsi alla divinita’. Polvere essi sono, e polvere ritorneranno, nonostante la prodigiosa tecnologia di cui possano circondarsi.

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I traguardi sociali raggiunti

Nell’Era del Grande Anello il mondo e’ pacificato.
La lotta per la sopravvivenza non esiste piu’. La fame e’ stata debellata.

Tensioni sociali non ne esistono piu’.
Le lotte politiche non esistono perche’ le differenze di classe hanno cessato di esistere.
Ognuno svolge un suo ruolo nella societa’ e sono tanto indispensabili i dirigenti quanto gli operai, gli agricoltori e gli impiegati.

Padroni non ne esistono. Schiavi neppure.
Leader politici non hanno alcun senso nell’Era del Grande Anello.
I ruoli sociali vengono assegnati in base alle attitudini e le preferenze dimostrate durante il periodo scolastico.

Il lavoro piu’ faticoso e’ stato sostituito dalle macchine e dall’automazione.
Gli esseri umani continuano a lavorare.

Il lavoro e’ un’attivita’ e non e’ una merce. E’ un’attivita’ che rafforza le capacita’ individuali, evitando di rendere l’individuo molle e fiacco. Lo stesso lavoro non dura tutta la vita. Dopo un certo tempo l’individuo viene destinato ad altra mansione per evitare noia e rassegnazione.

La moneta non esiste piu’. Le banche sono scomparse. Risparmiare per sopravvivere non ha piu’ alcun senso.

I mezzi di produzione sono della comunita’ e non sono privati.
Le merci prodotte sono della comunita’ globale e non servono all’arricchimento personale.

Il controllo politico e’ costituito da organismi collegiali, reciprocamente limitantisi in modo che non esistano possibilita’ di sopraffazione e dominio.

Per chi non vuole partecipare alla societa’ globalizzata, esistono delle isole particolari in cui si possono costituire comunita’ organizzate in maniera diversa. Esse sono: l’Isola dell’Oblio e l’Isola delle Madri.

I mezzi di trasporto sono pubblici: treni, navi. Gli aerei civili sembrano assenti.
Le automobili private non esistono piu’: non costituiscono piu’ un simbolo di distinzione sociale. Troppo inquinanti e dispendiose di materie prime, sono state sostituite dai mezzi pubblici.

Le strade collegano l’intero globo. La cosiddetta “strada a spirale”, avvolge tutto il pianeta e permette di raggiungere ogni zona abitata. Per piccoli spostamenti si possono usare delle “cavallette elettriche”, una specie di piccoli aerei che spiccano grandi balzi.

L’aspettativa di vita si e’ notevolmente allungata, arrivando a sfiorare i duecento anni, senza subire gravi danni da invecchiamento dei tessuti umani.

Poiche’ non c’e’ piu’ bisogno di spendere energie in armi e difesa dei confini, gli uomini ora si dedicano molto all’arte, alla musica, e soprattutto alle comunicazioni con altre civilta’.

L’esplorazione del Cosmo ha fatto passi da gigante. Le informazioni scambiate con altre civilta’ hanno permesso un ulteriore sviluppo scientifico e tecnologico.

Ma…i viaggi nel cosmo alla velocita’ della luce sono troppo lenti. Pure le comunicazioni scambiate con altre civilta’ impiegano troppo tempo.

L’organizzazione sociale

Organizzazione sociale nell'Era del Grande Anello

(considerazioni tratte dal capitolo IX)

  • Centri di ricerca e di calcolo
    corrisponde al nostro Istituto di statistica, ma molto piu’ potente.
  •  
  • Consiglio dell’Economia
    E’ l’istituto di pianificazione programmata della produzione.
    Stabilisce cio’ che si puo’ realizzare. L’economia e’ la base reale della nostra esistenza.
    Il Consiglio trasferisce tutto sul terreno delle possibilita’ reali dell’organismo sociale e delle leggi obbiettive.
    E’ un organismo fondamentalmente “inibitore”, nel senso che si fa cio’ che si puo’ fare, non di piu’.
  •  
  • ADG: Accademia del Dolore e della Gioia
    psicologi e psichiatri studiano i problemi dell’equilibio psico-fisico dell’individuo in rapporto con la societa’. Questo istituto e’ la quintessenza delle teorie filosofiche della dialettica, quella che si esprime col termine “il misterioso dualismo”.
    In una societa’ ben strutturata, la dialettica e’ progresso, avanzamento verso un futuro sempre migliore. Studia i mezzi psicologici per accrescere la somma della felicita’ umana.
    Sulla dialettica, come strumento di progresso sociale, e sulla mancanza di dialettica nella nostra societa’ del XXI secolo, vedi il mio articolo: L’uomo a una dimensione e’ tornato vai
  •  
  • Accademia dei Limiti (frontiera) del Sapere
    Studia la meccanica delle mega-ondulazioni, cioe’ i ritmi cosmici che si diffondono lentamente nello spazio, come le manifestazioni delle velocita’ contrarie della luce.
  •  
  • Ufficio di Controllo dell’Onore e del Diritto
    Corrisponde al nostro sistema giudiziario. Vigila sulla sorte di ogni uomo sulla Terra. Tutela i diritti dei cittadini nei confronti dello Stato e delle Istituzioni pubbliche, per evitare soprusi (vedi cap.10 in merito alla condanna di Mven Mas per l’esperimento non autorizzato)
  •  
  • Consulto dell’Eutanasia
    Istituto che decide quando e’ il momento di staccare i macchinari ospedalieri che tengono in vita i pazienti, per evitare inutili accanimenti terapeutici. (vedi cap.10)
    E’ costituito da settanta persone. La morte e’ anche un fatto sociale.
  •  
  • Consiglio della Morte Civile
  •  
  • Consiglio dell’Astronautica e della Navigazione Astrale
    si occupa delle comunicazioni con le altre civilta’ extraterrestri
  •  


Organizzazione sociale in Unione Sovietica

In Unione Sovietica, su tutto domina la politica: il partito comunista.
Il Consiglio dei Ministri e’ l’organo decisionale, coadiuvato dall’onnipotente Ministero delle Finanze e dalla Banca di Stato.

La Centrale di Pianificazione e’ una definizione vaga e approssimativa di un organismo estremamente ramificato. Serve da consulente e attuatore delle decisioni prese dal Consiglio dei Ministri.

Poiche’ nell’Era del Grande Anello il Partito non esiste piu’, il suo posto e’ stato preso da un piu’ razionale ed equilibrato “Centri di Ricerca e di Calcolo”. Ci si affida alle leggi statistiche e alle formule matematiche invece che al Partito.

E’ evidente l’intento di Efremov di ribaltare i termini delle forze di potere nella societa’.


Organizzazione sociale in Italia

In Italia le Banche influenzano l’azione del Governo in quanto hanno in mano e finanziano il debito pubblico, cui il Governo risponde con il pagamento degli interessi.

Banche e Imprenditori costituiscono buona parte delle rappresentanze di Governo, Camera e Senato. Il Sindacato svolge funzione di tutela degli interessi dei lavoratori pubblici.

La Giustizia e’ un organo indipendente con funzioni di “inibizione” degli eccessi di malcostume e malgoverno.

L’Istituto Nazionale di Statistica produce documenti di analisi che hanno un’importanza assai relativa nell’ambito delle decisioni prese dal Governo.

Nell’Era del Grande Anello si governa attraverso statistiche e pianificazione economica. In Unione Sovietica si governa attraverso il Partito Comunista. In Italia si governa attraverso le clientele che maggiormente riescono a far prevalere i propri interessi economici. Si potrebbe aggiungere: nel Medioevo governavano i Principi feudali proprietari terrieri; nell’Alto Medioevo governavano le potenti abbazie monacali, proprietarie di terreni e contadini; nell’Impero Romano governavano Imperatore, Senato, Esercito, in costante conflitto di interessi.

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Antica iscrizione tombale

Scompaiono nel tempo.
Affondano nello spazio i pensieri,
le nazioni, i sogni, le navi.
E io porto nel mio viaggio eterno
il meglio che offra la Terra.

(“La Nebulosa di Andromeda” – Capitolo V)

 

Le epoche “passate” fino a quella “attuale”

Nella narrativa utopica, la descrizione degli eventi che hanno scandito il raggiungimento del livello di civilta’ “attuale”, e’ quasi obbligatorio. Efremov non si sottrae a questo intento.

  • “Era del Mondo Discorde” EMD
    Il periodo in cui l’umanita’ e’ afflitta da discordie politiche ed economiche (per intendersi: il XX secolo). Secoli di oscurantismo e capitalismo e grandi guerre
    • “Secolo della Scissione”:
      l’ultimo secolo dell’EMD. Gli uomini capiscono che il futuro dell’umanita’ sta nel lavoro, nella scienza, in una nuova disciplina sociale, negli sforzi di milioni di uomini liberi dal giogo. Il mondo si scinde in due parti: il vecchio capitalismo e il nuovo socialismo.
      La realizzazione dei principi comunisti richiede pero’ un radicale mutamento economico: l’abolizione della miseria, della fame e dei disagi, del lavoro sfibrante.
      Per cambiare l’economia occorre un controllo della produzione e della distribuzione. Bisogna educare gli individui alla coscienza sociale.
  •  
  • “Era del Mondo Unito”
    E’ il periodo successivo al Secolo della Scissione. Gli uomini si uniscono e il Comunismo si diffonde su tutta la Terra. L’educazione fisica e spirituale dell’uomo, non piu’ schiavo dei meccanismi economici della sopravvivenza, divengono il principale compito della societa’.
    Le tappe storiche di questa rivoluzione sono:
    • “Secolo dei Paesi Uniti”
    • “Secolo del Plurilinguismo”
    • “Secolo della Lotta per l’Energia”
    • “Secolo del Monolinguismo”

    Il lavoro rimane comunque una necessita’, per permettere il superamento dei continui ostacoli che la natura frappone al progresso e alla liberta’ degli uomini.
    Con il lavoro si rende possibile la sempre continua conquista di risultati scientifici ed economici.
    Il lavoro deve essere intenso ma creativo, adatto alle possibilita’ ed esigenze di ognuno. Vario e mai monotono. Cibernetica, preparazione culturale e tecnica, educazione fisica, multiforme intelligenza, permettono all’uomo di cambiare ogni tanto professione. Cio’ rende possibile trovare nel lavoro sempre maggiori sodisfazioni, senza scadere nella noia e nell’avvilimento.
    La scienza fa passi da gigante, l’arte contribuisce al rinnovamento della vita.
    Scompare la scrittura intesa come “musica delle parole”. Scompaiono gli artifizi oratori e letterari. Sono scomparsi anche i motti di spirito, cioe’ gli abili giochi di prestigio con le parole. Scompare l’arte di dissimulare i propri pensieri. (cap.14).
    Si passa cosi’ alla nuova era.

  •  
  • “Era del Lavoro Comune” ELC
    • “Secoli della Semplificazione”
    • “Secoli del Rinnovamento”
    • “Secoli della Prima Abbondanza”
    • “Secoli del Cosmo”

    L’esigenza che ciascuno abbia cio’ che gli e’ necessario porta alla semplificazione del tenore di vita.
    L’uso degli standard produttivi permette di ricavare articoli e macchine da pochi elementi costruttivi, seguendo in cio’ l’esempio della natura per cui tutte le varieta’ complesse derivano da pochi tipi di cellule.
    Le energie un tempo sprecate per le macchine da guerra e la propaganda politica, vengono da ora convogliate nel rinnovamento della vita e nel progresso scientifico.
    Tutti i continenti sono collegati fra loro da una strada a spirale. I treni elettrici trasportano gli uomini in ogni parte del globo.
    La fame e’ stata debellata e l’uomo ha molto tempo da dedicare ai viaggi turistici.
    Le fabbriche sono state cmpletamente automatizzate e di conseguenza sono scomparsi i grandi agglomerati urbani.
    L’organizzazione pianificata della vita ha distrutto l’ansia della velocita’ e la necessita’ di mezzi sempre piu’ rapidi.
    Il clima e’ stato cambiato riducendo i ghiacci delle calotte polari, ma limitando la forza degli uragani e delle tempeste. Il mare e’ aumentato di 7 metri, ma l’Antartide e’ diventata la miniera principale della Terra addomesticata.
    Dai successi ottenuti nello studio del Cosmo, ha origine l’era attuale.

  •  
  • “Era del Grande Anello”
    Si cominciano a studiare i messaggi provenienti dal cosmo, soprattutto dalla costellazione 61 del Cigno, il cui primo messaggio decifrato e’ un messaggio di augurio e di benvenuto.
    La vicenda si svolge nell’anno 409 di questa era (vedi capitolo 12).
    In questo periodo si costituisce la “psicologia fluttuante dell’arte” (cap.14).
    Essa dimostra la diversita’ della percezione emotiva nella donna e nell’uomo.
  •  

Nell’Era del Grande Anello l’umanita’ ha adottato un unico alfabeto, detto lineare, che ha escluso i segni complessi.

I dialoghi sono improntati alla massima franchezza. Gli uomini non hanno piu’ bisogno di mentire per sopravvivere alle difficolta’ della vita.

Il Grande Anello e’ una sorta di associazione fra le popolazioni della Galassia, che hanno adottato lo stesso sistema linguistico di comunicazione, e si scambiano notizie e informazioni.

Per le trasmissioni, si concentra sulle apparecchiature il 40% delle energie elettriche disponibili sulla Terra. Cio’ avviene comandando a tutto il globo di interrompere il consumo per concentrarlo qui sui trasmettitori.
Per le ricezioni invece e’ sufficiente l’8%.

Nelle aspettative dell’autore del romanzo, il comunismo realizzato si presentera’ concretamente soltanto dopo qualche migliaio di anni dalla Rivoluzione Russa. Gli apparati dirigenti dell’allora governo sovietico, accolsero quindi il romanzo con critiche e freddi commenti, inizialmente ostacolandone la pubblicazione.

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Formula propiziatoria

Pronunciata dai giovani alla fine del corso di studi, per affrontare le fatiche della vita:

“Voi, anziani, che mi avete chiamato sulla strada del lavoro,
accettate le mie capacita’ e la mia volonta’,
accettate la mia opera e insegnatemi, giorno e notte.
Datemi aiuto, perche’ faticoso e’ il cammino,
Ed io vi seguiro’.”

“… tra le righe di questa antica formula stanno racchiuse molte cose…”

(“La Nebulosa di Andromeda” – Capitolo IX)

 

Feste e cerimonie

(vedi capitolo 8)

  • Festa delle Coppe di Fiamma
    In primavera. Spettacolo ginnico in cui le giovani donne hanno modo di mostrare la loro bellezza.
  •  
  • Festa delle Fatiche d’Ercole
    In autunno. I giovani mostrano la loro prestanza fisica e la capacita’ di superare le difficolta’ durante le prove a loro assegnate. Si divide in:
    • giorno della bella utilita’
    • giorno dell’arte superiore
    • giorno del coraggio scientifico
    • giorno della fantasia
  •  

Probabilmente ispirato da feste e gare sportive dell’antica civilta’ greca, Efremov descrive queste feste con accuratezza, dimostrando di dare ad esse una grande importanza nell’ambito dello sviluppo civile dell’individuo.

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L’educazione scolastica

(Cap.09) Veda Kong accompagna Evda Nal nella visita alla scuola dove studia la figlia: Rea Nal. Rea ha diciassette anni e frequenta il terzo ciclo. Significa che l’istruzione scolastica inizia qualche anno dopo la nascita…

Ipotesi di sequenza dei Cicli Scolastici nell’Era del Grande Anello

Primo Ciclo … 03 – 07 anni
Secondo Ciclo … 08 – 12 anni
Terzo Ciclo … 13 – 17 anni
Quarto Ciclo … 18 – 22 anni
Triennio Fatiche d’Ercole … 23 – 25 anni
Biennio Istruzione Superiore … 26 – 27 anni

La scuola si trova in Irlanda. I locali delle aule non hanno porte, ma semplici sporgenze sui muri segnalano la presenza dell’ingresso. I giovani vivono separati dai genitori in istituti collegiali.

I cicli scolastici si avvicendano ogni quattro anni, fra l’infanzia e l’adolescenza. Sono quattro cicli di quattro anni, poi c’e’ il triennio delle Fatiche d’Ercole, quindi l’istruzione superiore biennale. Al termine di ogni ciclo lo studente viene trasferito in altro istituto. Questo perche’ la monotonia ottunde la psiche e limita la curiosita’, peggiorando cosi’ i risultati scolastici.

Durante l’struzione superiore biennale lo studente si esercita in un lavoro indipendente nella specialita’ prescelta. Cambiando genere di lavoro, nel corso della vita, si possono ottenere fino a cinque o sei specializzazioni diverse. Gli istituti sono situati in luoghi ameni e confortevoli, per aumentare nello studente la percezione della Natura, componente fondamentale per lo sviluppo dell’essere umano. L’istruzione e’ anche e soprattutto educazione.

E’ evidente l’intenzione di Efremov di ripetere i termini della Paideia greca. L’istruzione deve essere globale, volta a formare l’Uomo e non solo il Tecnico. Lo studente sara’ il cittadino della societa’ di domani. Il suo valore si misurera’ non solo per le capacita’ tecniche ma anche e soprattutto per le qualita’ morali e intellettuali e per essere esempio di civilta’ e progresso per gli altri individui.

Nel Cap.13 il discorso sull’educazione scolastica viene ripreso e approfondito. Si ribadisce la necessita’ di una educazione collettiva dei figli che inizi fin dai primi anni di vita, sottraendo il figlio alla famiglia e facendolo educare da insegnanti incaricati che fin da subito lo indirizzino ai compiti che lo attenderanno nella societa’.

E qui, non posso che disapprovare questa sorta di educazione “spartana”, un errore in cui scivolo’ anche Platone nel suo dialogo “La Repubblica”. Platone sosteneva, per eccesso di razionalita’, a mio avviso, che i figli dovessero essere educati il piu’ possibile fuori dalla famiglia, proprio come afferma ora Efremov.

Ma io ricordo ancora la fortissima emozione che provavo da bambino ogni volta che rivedevo i miei genitori, pur se ero stato distaccato da loro anche solo per qualche ora, perche’ magari mi avevano mandato all’asilo, o perche’ mio padre rientrava in casa la sera dopo il lavoro.

Non posso approvare che un bambino venga sottratto fin da piccolo ai suoi genitori in nome di una educazione collettiva. E’ troppo forte il legame coi propri genitori in quell’eta’, legame che si prolunga fino ai dieci anni e oltre.

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Il lavoro

(Cap.12) La psicologa Evda Nal, accademica del Dolore della Gioia, afferma che la felicita’ umana risiede in un lavoro.

“La psiche umana non e’ adatta ad una eccitazione prolungata ne’ al frequente ripetersi di eccitazioni. Cio’ appunto impedisce una rapida usura del sistema nervoso. L’elemento fisiologico dell’uomo ha bisogno di un frequente riposo. Il mezzo fondamentale per distrarsi e riposarsi dall’asma psichica e’ il lavoro. E’ necessario quindi un regolare alternarsi di lavoro e di riposo accompagnati dal cambiamento del genere di occupazione durante l’arco dell’attivita’ lavorativa di un essere umano”.

Questo principio viene espresso in maniera costante, da Efremov, attraverso le opinioni dei suoi personaggi. Ma poiche’ la societa’ descritta si e’ da tempo affrancata dal lavoro piu’ faticoso, grazie alle macchine e la scienza applicata all’automazione, non si capisce in ultima analisi di quale lavoro deve mai occuparsi l’uomo dell’Era del Grande Anello.

Comunque lavora, proprio per evitare i pericoli di un edonismo che fiacca e istupidisce la psiche. E lavora anche per parecchio tempo!, oserei aggiungere, visto che la vita media e’ di 200 anni…

Ipotesi di corso vitale di un individuo nell’Era del Grande Anello

primo svezzamento, con la madre 01 – 02 anni
educazione scolastica, lontano dai genitori 03 – 27 anni
periodo lavorativo 28 – 200 anni

Da notare: manca completamente il periodo pensionisico! Nell’Era del Grande Anello si lavora finche’ c’e’ vita…

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Territori particolari

  • Il Gran Mondo
    e’ il territorio globalizzato, che occupa tutta la Terra, dove vivono pacificamente gli abitanti del Comunismo realizzato.
  •  
  • Isola dell’Oblio
    vi abitano tutti coloro che, per un motivo o anche temporaneamente, decidono di allontanarsi dalla societa’, rifiutandone leggi e costumi. Si avventurano in una terra senza leggi, dove gli uomini comunque si riorganizzano in comunita’.
  •  
  • Isola delle Madri
    vi vanno tutte le donne che vogliono crescere i loro piccoli per lungo tempo, senza affidarli agli istituti di educazione collettiva, appena dopo lo svezzamento.
  •  

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Concetti rilevanti

Di seguito si evidenziano alcuni concetti significativi che si rincorrono lateralmente durante tutto il romanzo.

  • Il metodo dialettico
    L’azione reciproca di forze contrarie, (secondo i dettami della piu’ rigorosa teoria filosofica della dialettica hegeliana) riduce le contrapposizioni a un equilibrio armonico. Cio’ avviene anche nel nostro cervello, e da cio’ ha preso esempio la suddivisione della societa’ in forze armonicamente contrapposte. In tale organismo sociale vanno percio’ a scomparire le figure dell’eroe, del capo, del “conduttore”; di colui cioe’ che, ergendosi al disopra di tutti, agisce di propria iniziativa e risolve le contraddizioni della societa’. L’eroe in carne ed ossa, tuttavia non scompare, ma assume un significato simbolico: l’eroe diventa il progresso.
  •  
  • L’educazione (Paideia)
    L’educazione dell’uomo nell’Era del Grande Anello e’ un lavoro delicato, che richiede diagnosi individuali. Non e’ piu’ il tempo in cui la societa’, come nell’Era del Mondo Discorde, si accontentava di uomini educati a casaccio. Le insufficienze intellettuali di allora si giustificavano con l’asserzione di “tare ereditarie” e “difetti innati” della natura dell’uomo. Un uomo educato male e’ un’onta per la societa’ intera, un grave errore di una grande collettivita’. Tuttavia nella nuova societa’ e’ comunque necessario sia sfatare il mito della societa’ primitiva, felice, pura e innocente; quanto quello della sfrenata liberta’ individuale, per cui basta volere perche’ cio’ sia potenzialmente una realta’ gia’ ottenuta. Ecco perche’l’educazione della volonta’, operata dall’Accademia del Dolore e della Gioia, e’ una necessita’ obbligata tanto quanto l’educazione del corpo attraverso la ginnastica. Gli antichi elleni dicevano “metron ariston”, cioe’ la misura e’ la cosa migliore. In conclusione si ritorna al concetto della dialettica quale migliore strumento per l’equilibrio delle forze contrapposte e il conseguimento del progresso sociale. Progresso sociale, pero’, non individuale.
  •  
  • L’attivita’ creativa
    La felicita’ consiste pertanto nello sforzo individuale di tutti gli esseri umani allo scopo di aiutare il prossimo attraverso il lavoro che accende lo spirito; una soddisfazione intellettuale ben piu’ grande della misera e temporanea felicita’ costituita dall’avidita’ di accumulazione e di possesso. In questo senso, le gioie e i dolori dell’animo umano servono a trasferire tali antagonismi nel dominio superiore dell’attivita’ creativa.
  •  
  • Egoismo e indifferenza
    I nemici piu’ temibili della psiche umana, che la societa’ deve con ogni sforzo debellare, sono: l’indifferenza, la vacuita’ e l’indolenza dello spirito. In conclusione, migliore e’ l’individuo, migliore la societa’, poiche’ v’e’ reciproca dipendenza. Il destino dell’umanita’ intera si identifica nell’ascesa rapida e costante verso le vette del sapere e del sentimento.
  •  
  • Scienza, arte e sentimenti
    “L’arte e con essa lo sviluppo dei sentimenti, non sono meno importanti della scienza, per la societa’.” (cap.15) Nella societa’ comunista sovietica, intenta a sviluppare razionalmente soltanto il progresso scientifico sociale, questa frase individualista dovette risuonare molto eversiva e reazionaria. Invece, e’ la tesi di fondo di tutto il romanzo.
  •  
  • Il “toro” umano
    E’ un argomento caro ad Efremov, che ad esso dedichera’ pure un romanzo: “L’ora del toro”.

    (Cap.11) Bet Lon, il grande matematico finito nell’Isola dell’Oblio a causa del suo irriducibile egocentrismo, e’ il tipico personaggio “toro”, come ce ne sono stati tanti nell’antichita’: di grandi capacita’ intellettuali e tattiche, ma che usa le proprie qualita’ per il solo vantaggio personale e non per un uso a disposizione dell’umanita’.

    Nel passato hanno sempre creato guai all’umanita’, trascinando i popoli, su cui si trovavano a comandare, immancabilmente verso esiti tragici e sanguinosi. Vengono altrimenti definiti: dittatori, ma rispetto a questi, si caratterizzano per il carattere ancora piu’ forte e violento.

    “Tori”, ovvero uomini forti, ne abbiamo conosciuti anche recentemente: Mussolini, Hitler, Gheddafi, Saddam Hussein, Stalin. Il “toro” e’ assolutamente insensibile alle sofferenze e ai sentimenti degli altri, e’ un irriducibile egocentrico. Incapace di perseguire nientaltro che la soddisfazione delle proprie esigenze, guida e conduce l’ingenua e fragile umanita’.

    Ancora una volta, per bocca di Mven Mas, Efremov si sofferma a fare le seguenti considerazioni:
    Nella societa’ male organizzata dei tempi antichi, troppe cose dipendevano da coloro che erano stati favoriti dal caso. Ma la precarieta’ delle speranze, dell’amore e della fortuna, anziche’ indebolire, ha rafforzato il sentimento, cioe’ quello stimolo che guida l’uomo a cercare di migliorare sempre, nonostante le avversita’. Perche’ e’ vero che, anche nei secoli piu’ bui e tristi della barbarie civile, non sono mai scomparse la felicita’, la speranza, l’attivita’ creativa. Erano infatti false quelle tesi dell’antichita’ che volevano sostenere che l’uomo non si poteva addomesticare, e sarebbe sempre rimasto quella belva ferina ed egoista come era stato in passato.

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  • L’Uomo forte
    Nel Cap.09 l’archeologa Veda Kong ha occasione di pronunciare un discorso per confutare la tesi di un ragazzo che le si e’ avvicinato chiedendo perche’ la societa’ odierna e’ priva di condottieri di valore, di uomini cioe’ che, rispetto agli obiettivi che si propongono, considerino la loro vita niente.

    Veda risponde che l’idea del capo e del condottiero e’ tipica dell’eta’ del Mondo Discorde, del cosiddetto ventesimo secolo, quando lo sviluppo delle forze produttive e intellettuali era demandato al caso e alla egocentrica iniziativa di qualche “uomo forte”.

    In una societa’ ben strutturata ed equilibrata, come quella odierna, l’azione reciproca di forze contrapposte, ridotta ad un lavoro armonico, permette un rapido e costante sviluppo delle capacita’ produttive ed intellettuali dell’umanita’, capacita’ che si riflettono in un costante e progressivo aumento del benessere intellettuale dell’individuo, nel rispetto delle possibilita’ economiche offerte dal pianeta in cui vive.

    Il discorso ufficiale della psicologa Evda Nal all’assemblea dei giovani che si apprestano a concludere quel ciclo di studi per inserirsi nel mondo del lavoro, pronunciato poco dopo quello informale di Veda Kong, ribadisce e conferma cio’ che quest’ultima ha appena spiegato al gruppo di giovani:

    “La dialettica e’ lo strumento attraverso cui la societa’ progredisce e si sviluppa. L’educazione dell’individuo, volta a imbrigliare la naturale tendenza all’egoismo dell’essere umano per dirigerla verso lo sviluppo sociale e collettivo, e’ l’obiettivo costante delle istituzioni e degli organismi in cui e’ suddivisa la societa’ stessa. Ma le fonti della liberta’ e degli interessi di un individuo risiedono comunque e soltanto nella volonta’ individuale di perseguire questi obiettivi, e nell’intento di volgerli al progresso dell’umanita’ invece che al vantaggio e al profitto personali”.

    Brani di lezione:… l’automazione delle forze produttive della societa’, ha creato un analogo sistema riflesso di direzione nella produzione economica, e ha permesso a un gran numero di persone di occuparsi di cio’ che costituisce il compito fondamentale dell’Uomo: la ricerca scientifica.

    Si ribadisce il tema piu’ volte annunciato fin qui: compito dell’Uomo e’ migliorare la vita e il Cosmo attraverso la ricerca scientifica, ma solo quella volta al benessere della collettivita’, non quella intenta al vantaggio personale e al soddisfacimento della propria vanita’. Si ribadisce inoltre che l’attivita’ lavorativa deve volgere a liberare l’uomo dall’asservimento e dalla schiavitu’ del lavoro, pur se quest’ultimo rimane comunque necessario. A questo proposito, l’automazione puo’ svolgere un ruolo fondamentale nella trasformazione di una societa’, da societa’ di schiavitu’ lavorativa a societa’ di uomini liberi.

    Per le implicazioni relative a questi concetti e gli sviluppi che hanno avuto in questi ultimi anni, si veda il mio articolo L’uomo a una dimensione e’ tornato vai

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Argomenti per discutere

Il romanzo utopico e’ uno stimolo per argomentare e confrontare, discutere e giudicare; in perfetto stile dialettico.

  • La Bellezza
    (Cap.02) Durante la trasmissione delle immagini provenienti dalla civilta’ del sistema stellare di Epsilon Tucanae, Dar Veter si sofferma a meditare:

    La grande scala dell’evoluzione ha condotto a questo bellissimo essere pensante che e’ l’uomo. Gli esseri della Tucana dimostrano una bellezza fisica e interiore che sulla Terra non e’ stata ancora raggiunta. Sulla Terra questa bellezza si puo’ osservare solo in certe immagini artistiche o in rarissimi esemplari. Quanto piu’ difficile e lunga e’ stata l’evoluzione dalla specie animale all’essere pensante, tanto piu’ le massime forme della vita sono perfette e quindi bellissime. La bellezza e’ l’immagine perfetta, istintivamente percepita, di una struttura che sia in possesso di tutti i suoi mezzi. Qual’e’ la ragione della bellezza degli esseri della Tucana? (si chiede Dar Veter). Forse la loro civilta’ e’ piu’ un atto di evoluzione singola, di potenza spirituale e fisica, che non di progresso scientifico. La nostra civilta’ per lungo tempo e’rimasta legata al progresso scientifico, e solo con l’avvento del comunismo e’ cominciato il perfezionamento dell’intimo dell’uomo; e non piu’ soltanto delle macchine, delle case, dei cibi e degli svaghi.

    Da antropologo, Efremov si chiede se sia vero che, quanto piu’ un essere e’ evoluto, tanto piu’ deve essere bello, dotato cioe’ di una bellezza istintivamente visibile. Egli pero’ associa senza giustificazione la bellezza fisica alla bellezza intellettuale, l’evoluzione fisica e l’evoluzione civile; dando ad intendere che, quanto piu’ uno e’ “bello” intellettualmente (cioe’ dotato di civilta’); tanto piu’ deve essere bello anche fisicamente, e viceversa.

    Efremov quindi aggiunge: noi abbiamo raggiunto il comunismo, cioe’ un livello di civilta’ superiore al precedente, ma abbiamo trascurato la bellezza interiore, l’evoluzione singola, il perfezionamento dell’intimo dell’uomo, dedicandoci soltanto al progresso scientifico. Dobbiamo imparare dagli esseri umani della Tucana e concentrare i nostri sforzi sul progresso interiore invece che solo sul progresso scientifico.

    E aggiungo io: questa e’ una critica costante al comunismo sovietico, che Efremov ribadisce in ogni occasione all’interno del romanzo. Di avere cioe’ concentrato gli sforzi sul progresso sociale trascurando il progresso individuale, l’evoluzione interiore. Inoltre, mi sembra, la bellezza interiore e’ frutto di principi morali determinati dal livello di cultura raggiunto dall’individuo e quindi anche dalla sua civilta’; e non necessariamente dalla perfezione fisica delle sue forme. Un essere fisicamente brutto puo’ essere estremamente intelligente, mentre uno fisicamente bello puo’ essere duro e rozzo come la pietra. Certo che, l’insieme di bellezza fisica e bellezza interiore, fanno l’essere perfetto, quell’essere vagheggiato da Efremov nella descrizione della civilta’ della Tucana. Ed e’ lo stesso essere che andava cercando anche Socrate, per quanto possiamo intendere dai dialoghi di Platone. Chiedeva Socrate ai bei giovanetti incontrati al Liceo: “Vediamo se la tua bellezza interiore eguaglia la bellezza delle tue forme fisiche”. Purtroppo spesso Socrate rimaneva deluso, poiche’ lui, brutto e semideforme, risultava di livello intellettuale qualitativamente superiore a loro.

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  • Ancora sulla Bellezza
    (Cap.05) Il pittore Kart San, discutendo sulla bellezza del corpo umano, dichiara che esso e’ la migliore espressione della razza attraverso le generazioni vissute nella salute fisica e morale.

    Mah, dico io, cio’ puo’ essere vero da un punto di vista antropologico, per cui il ritrovamento di un osso ben fatto e’ sintomo di un bel corpo e di un’era di benessere civile. Ma le dichiarazioni di Kart San mi suonano stranamente sinistre, alla luce di come esse sono state usate dai regimi totalitari fascista e nazista, per cui il culto della razza perfetta fisicamente era la giustificazione per l’affermazione anche della superiorita’ intellettuale e quindi del diritto di dominio dell’uomo sull’uomo.

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  • la migliore societa’
    (Cap.04) Guardando i resti delle popolazioni scite delle steppe asiatiche, sepolti insieme al defunto nelle tombe erette in suo onore, Veda Kong e Dar Veter discutono sulla migliore societa’, quella cioe’ maggiormente rispondente ai bisogni dell’essere umano. Veda dichiara:

    La societa’ e’ caratterizzata dalla sua evoluzione morale e ideologica, frutto a sua volta dell’ordinamento economico. La forma perfetta di un’organizzazione sociale su basi razionali non e’ semplicemente l’accumulo di molte forze produttive, ma un certo grado di qualificazione.

    Dietro queste parole sta sempre la considerazione dello scrittore su quale debba essere la migliore societa’, e su quali valori debba fondarsi. Egli ribadisce che non solo si deve essere attenti alle esigenze economiche, ma anche si deve prestare attenzione alle qualita’ morali e intellettuali che la societa’ riesce a veicolare al singolo individuo, rendendolo percio’ migliore. Il tema delle qualita’ morali e intellettuali, qui introdotto, percorre sotterraneo attraverso tutto il romanzo. I personaggi sono individui qualitativamente eccezionali, sia dal punto di vista morale che intellettuale. Sono individui in cui la lotta ferina per la sopravvivenza non fa piu’ parte della loro vita. I bisogni materiali necessari al sostentamento non sono piu’ gli obiettivi prioritari della loro esistenza. Sono bensi’ le qualita’ morali e intellettuali quelle su cui si concentrano le loro attenzioni. Ancora una volta, e’ evidente, la critica al sistema comunista dei tempi in cui e’ stato scritto il romanzo, intorno alla meta’ del ventesimo secolo. Agli occhi di Efremov, la societa’ sovietica e’ esageratamente dedicata agli obiettivi economici, finendo per disprezzare e bandire gli obiettivi intellettuali e morali del singolo individuo, obiettivi ritenuti qualitativamente superiori.

    A essere sinceri, anche nella nostra societa’, individualista e liberista, gli obiettivi economici sono prevalenti su quelli morali, intellettuali, artistici.

    Nell’Era del Grande Anello e’ considerato controproducente costringere le persone per molto tempo a svolgere lo stesso lavoro. Questo concetto viene ribadito piu’ volte durante lo svolgersi del romanzo. La monotonia inaridisce le capacita’ creative.

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  • Opportunita’ di un esperimento scientifico
    (Cap.05 e Cap.08)) L’esperimento, pur se fatto in nome della scienza e del progresso, comporta gravi rischi per l’incolumita’ delle persone coinvolte a causa dell’arditezza delle teorie e dei mezzi inadeguati con cui verranno fatte le prove.

    Probabilmente, dico io, lo stesso dilemma avra’ angosciato anche gli scienziati coinvolti negli esperimenti sulla bomba atomica. Pero’ si ando’ avanti lo stesso. E’ giusto rinunciare ad un esperimento perche’ rischioso? E se i risultati venissero usati inadeguatamente dall’uomo? E se i risultati fossero catastrofici per l’umanita’? Tutte le scoperte scientifiche richiedono un tale genere di considerazioni. Il romanzo “Frankenstein” di Mary Shelley, gia’ nel XIX secolo aveva individuato perfettamente i termini del problema. Esso e’ anche il problema del romanzo sul Dr.Jekill: la contrapposizione fra etica e scienza. Esso riappare fra i pensieri di Mven Mas, Ren Boz e Dar Veter e, in prospettiva, fra i pensieri della nostra umanita’: se sia giusto sacrificare risorse e vite umane in nome della scienza e del progresso. John Milton, schierandosi fra i sostenitori della sacralita’ della Natura, nel “Paradiso Perduto” (vedi il mio articolo: John Milton – Il Paradiso Perduto vai) condanna questo tipo di scienza, confinandola fra i vizi degli Angeli trasformati in Demoni dall’Onnipotente, proprio a causa della loro vanita’ e presunzione, cui la scienza e il sapere, svincolati da una morale, possono condurre: e’ il delirio di onnipotenza ad essere condannato. Sono tre le opinioni che nel romanzo vengono proposte:

    • Ma l’esperimento si dovra’ fare, conclude Mven Mas, in nome del bisogno di dare risposta al mistero del tempo e dello spazio. In sostanza, Mven Mas afferma che il progresso scientifico giustifica i rischi.
    • Ren Boz invece giustifica l’esperimento in nome della necessita’ di unifcare tutti i popoli dell’Universo, dopo l’unificazione di quelli della Terra. Una risposta “politica”, questa di Ren Boz; una risposta “progressista” quella di Mven Mas.
    • Dar Veter alla fine sconsiglia l’esperimento invocando saggezza e moderazione, ma in cuor suo rimane deluso e amareggiato della propria mancanza di temerita’ e invidia quegli eroi del passato di cui tante volte ha letto le gesta. La sua decisione, conclude, e’ saggia e ragionevole, ma priva del “colore” e del “profumo” della vita: manca di spirito eroico.
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  • Estetica e arte nella societa’
    (Cap.07) L’arte e l’estetica hanno una loro funzione nella societa’.

    L’arte ha smesso di rappresentare lo splendore e la grandezza, fatti puramente esteriori. Fine dell’arte e’ cogliere il lato emotivo dell’uomo. L’arte una volta tendeva a rappresentare forme astratte perche’ voleva imitare la razionalita’. Ma l’arte non si puo’ rappresentare astrattamente, a parte la musica, che occupa un posto a se’. Cosi’ l’arte, se non e’ astrattismo, e’ lotta, ansia del mondo riflessa nei sentimenti degli uomini.

    Vengono indirettamente attaccate: sia l’arte celebrativa, tipica dei regimi totalitari, sia l’arte astratta e cervellotica, tipica dei sistemi liberal-democratici, eccessivamente individualisti. Si vorrebbe riscoprire la genuinita’ di un sentimento “primitivo”, spontaneo e immediato. Purtroppo, anche questo tema, variamente studiato e analizzato nelle opere filosofiche scritte da Friedrich_Nietzsche, ha le sue luci e le sue ombre.

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  • Tendenze naturali dell’animo umano
    (Cap.11) Sono: l’ostinazione maligna, la presunzione dell’idiota, l’egoismo dell’animale.

    Se l’uomo si lascia guidare dalla sua occasionale ambizione e dalle passioni personali, il coraggio si trasforma in ferocia, l’attivita’ creativa in astuzia, e la devozione e lo spirito di sacrificio nel sostegno della tirannide, del brutale sfruttamento e dell’oltraggio.

    A non contenere e lasciar libero sfogo a queste tendenze bestiali, sarebbe rinato un mostruoso dispotismo che avrebbe calpestato tutto; quell’arbitrio sfrontato imposto all’umanita’ per tanti secoli. Percio’, la societa’ del Grande Anello deve continuamente vigilare e convogliare le tendenze egoistiche in progresso utile al benessere dell’umanita’, senza lasciarsi trascinare dal predominio dell’uno sui molti e dallo sfruttamento da parte dei pochi nei confronti degli altri.

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  • Che cosa ha valore per l’uomo del XX secolo
    (Cap.14) Durante una spedizione archeologica viene ritrovato un deposito di materiale risalente al XX secolo.

    Veda Kong si immagina di trovare dentro la grotta cio’ che gli uomini di allora a suo avviso consideravano le cose di maggior valore da tramandare ai posteri. Oppure cose di valore intellettuale tale da meritare la costruzione di quello che sembra un deposito blindato e inattaccabile dagli insulti del tempo. Veda Kong si immagina disegni, progetti, schemi di scoperte scientifiche; e poi opere d’arte, libri, musica.
    Nulla di tutto questo pero’ si intravede dentro la grotta quando per un attimo se ne scorge l’entrata: solo modellini di automobili e automobili in dimensione normale, veicoli estremamente inquinanti, che avevano esaurito le riserve fossili del pianeta e riscaldato pericolosamente l’atmosfera.

    Infine, nella sala piu’ profonda e riposta: armi e mezzi di sterminio di massa. Veda Kong conclude amaramente che solo questi erano gli oggetti di valore per gli uomini del lontano Mondo Discorde.

    Conclude Efremov amaramente: “…i costruttori di quel nascondiglio avevano confuso la civilta’ con la civilizzazione, senza capire la necessita’ dell’educazione e dello sviluppo dei sentimenti dell’uomo. Avevano percio’ riposto la’ solo cio’ che ritenevano utile. La letteratura, l’arte, la musica, erano considerate soltanto piacevoli, attivita’ inutili”.

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Conclusione

Ho cercato di sintetizzare e non ci sono riuscito. 🙂

Se sono riuscito a suscitare qualche curiosita’ e sollevare qualche spunto polemico, oppure qualche intervento critico, lo scopo e’ stato raggiunto.

Perche’ la critica delle ipotesi proposte era lo scopo anche di Efremov quando si e’ accinto a scrivere questa utopia fantascientifica.

Riportando frasi e discorsi dei personaggi, a volte si ha l’impressione di aver fatto un comizio politico, ma l’intento non era questo, nel mio caso. Anch’io sono stato coinvolto nel turbine polemico cui Efremov mi ha gettato.

Certe cose non saprei mai come si potrebbero realizzare:

  • Abolizione della moneta.
    Sembra impossibile. Vado al bar, prendo un caffe’, poi vado via.
  • Mezzi di produzione pubblici
    In teoria sembra una proposta efficiente. In pratica e’ impossibile. Verrebbero prodotti solo gli articoli standard. Ma l’essere umano vuole il prodotto di qualita’.
  • Economia centralizzata pianificata
    Si puo’ fare solo per i generi di prima necessita’, quelli indispensabili per sopravvivere: mangiare. Tutto il resto pero’ sarebbe sottoposto al discorso di qualita’. Ci si potrebbe mai accontentare di una casa arredata per tutti in modo uguale?

Su questi semplici esempi proposti si areno’ lo Stato Sovietico. I prodotti erano standard, mancavano di qualita’. La gente non li voleva.

Ma, esso rimane l’unico esperimento politico, recente, alternativo al nostro sistema liberal-democratico. L’unica teoria politico-economica che abbia posto l’attenzione sull’Uomo e non sul Denaro, cioe’ sui valori “umani” invece che sulla ricchezza economica.

Percio’, a mio avviso, merita un attimo di attenzione, invece di una sbrigativa condanna per inefficienza.
E appunto questo, io, ho fatto. Mi sono soffermato ad ascoltare, giudicare, criticare, confrontare.

E’ il piu’ singolare romanzo di fantascienza che abbia letto fino ad ora.

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Personaggi e luoghi

I Pianeti

Zirda pianeta su cui e’ diretta la spedizione. Popolazione estinta per radiazioni nucleari
Stella di Ferro Il pianeta dove atterra la Tantra, attratta dalla enorme gravita’
Epsilon Tucanae Sistema stellare da cui giunge uno strano messaggio di invito e benvenuto, da parte di pacifici esseri umani

Le astronavi

Tantra astronave sui cui viaggiano i personaggi all’inizio del romanzo
Al Graab astronave che si e’ perduta nei pressi del pianeta Zirda
Parus astronave diretta a Vega che si e’ perduta 90 anni prima, ritrovata arenata nel pianeta della stella di ferro
Lebed astronave con cui partono i personaggi alla fine del romanzo

Personaggi sull’astronave Tantra

Erg Noor comandante astronave
Niza Krit astronauta, assistente e innamorata di Erg Noor
Pel Lin astronauta
Kei Ber astronauta
Ingrid Ditra astronomo
Pur Chiss astronomo
Bina Leed geologa
Luma Lasvi medico
Eon Tal biologo
Taron meccanico
Ione Marr insegnante di ginnastica ritmica

Personaggi sulla Terra

Dar Veter (significa in russo: Dono del Vento) direttore Stazioni Esterne del Grande Anello, romanticamente innamorato di Veda Kong
Mven Mas nuovo direttore stazioni esterne del Grande Anello. Si innamora di Cara Nandi
Edva Nal psichiatra all’Accademia del Dolore e della Gioia, ha curato Mven Mas dalla noia di lavorare e vivere, il male dell’uomo
Rea Nal la figlia di Evda Nal. Studia in un istituto in Irlanda (vedi cap.9)
Veda Kong archeologa, ex amante di Erg Noor, fa da annunciatrice per le comunicazioni del Grande Anello nello spazio
Juni Ant direttore della stazione “Memorie Elettroniche”
Liao Lan paleontologo
Miiko Eigoro primo aiutante di Veda Kong negli scavi archeologici
Ren Boz Fisico dell’Accademia della Frontiera del Sapere
Evda Nal psichiatra dell’Accademia del Dolore e della Gioia
Cara Nandi modella, danzatrice, posa come tipo umano per Kart San
Kart San pittore che tenta di ricostruire nelle sue opere i tipi umani vissuti nell’antichita’
Grom Orm presidente del Consiglio Astronautico
Diss Ken figlio di Grom Orm
Mir Omm Segretario del Consiglio dell’Astronautica
Zog Zorr compositore musicale, autore della Sinfonia Cosmica in Fa Minore
Tor Ann figlio di Zog Zorr e amico di Diss Ken
Bet Lon eminente matematico: scopre che l’azione reciproca di potenti campi magnetici e’ la prova dell’esistenza di dimensioni parallele
Aff Nut chirurgo che cura Ren Boz dopo l’incidente durante l’esperimento di spazio zero
Onar la ragazza che Mven Mas salva dalle pretese di Bet Lon, sull’Isola dell’Oblio

Da notare che i nomi sono tutti brevissimi, al massimo due sillabe. E’ frutto della semplificazione del linguaggio avvenuta nel Secolo del Monolinguismo. 🙂

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Bibliografia

La Nebulosa di Andromeda Ivan Efremov (Feltrinelli)
Il Cuore del Serpente vai Ivan Efremov (Galassia – La Tribuna)
Il viaggio utopico nella fantascienza sovietica Beatrice Zenobi (Studi Slavistici)
Paideia Werner Jaeger (La Nuova Italia)
L’uomo a una dimensione vai Herbert Marcuse (Einaudi)
L’economia pianificata Henri Chambre (Casa Editrice G.D’Anna)
Opere Friedrich Nietzsche (Newton Compton)

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Omnipotence Frenzies

Back to the Super-Man
Going forward to the Fifth Century B.C.

 

 

Introduction

2500 years ago there was a man: Protagoras. His best phrase, for which he is well known until today is:

“It is the Man measure of all things; of those they are because they are and of those they are not because they are not”.

This phrase, appearing so mysterious, had an inner simple meaning: “You can do what you want because what you think is what you can be and what you do not think is what you are not.”

Ah! Each person is suggested to believe. So, my potentialities are unlimited, it’s like a road in which I can drive wherever I want, each moment I can cross to another road and then again to another else…. I am a Super-Man, flying to where my thought is now thinking ang again forward to another objective, and so again and again forever.

What a poor people who forward such a kind of thoughts!

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Thesis

But let’s read some phrases (the entire post is easy to find through the web)

Crossroads
Life is an ongoing cycle,
Life is lived moment by moment.
The only moment that matters and counts is the moment you are in right now.
Understand that life’s journey is one of multiple possibility’s and many cross roads at each decision point we make and these roads don’t have speed limits or secure destinations, we are just taking another chance on life.
Remember that this moment right now is the only moment we have control over and the only time we can choose our play.

Confutation

Then, here’s my insights and comments.

I have an obscure sense of fear to live my life in an everlasting present. Living the life moment by moment is simply unreasonable. I’ll tell you why by using examples.

Driving a car moment by moment will never reach the destination. You must follow the road. The multiple possibilities and the many cross roads are only the one you see in front of you. You must follow the road, otherwise you’ll soon die during an accident.

The inviolable right of life for each human being ends there where it begins the inviolable right of life for those other human beings. You cannot do what you want moment by moment.

Your children can grow because you planned to help their life day by day. This is a project, a reasoned plan established first by Nature through the instinct; second by ethic, when you recognized that this action is well done and it is right and compliant.

Nature: trees, rivers, animals, mountains; they are what they are because of a precise plan, the right formula of it often we do not know. Please, try to imagine an Earth living moment by moment. It’s a perfect chaos. And that is not what we see around us.

What we see from Nature is a perfect plan, perhaps an ongoing cycle, perhaps a mysterious project, but certainly not a chaotic moment by moment, and the cross roads seem to be very few. Rather the final destination of each life seems to be only one: the death. The final destination of the Universe seems also to be the same: the breaking down and the rest.

That is because we must make any effort to oppose the trend to final destination of each thing (the rest), by helping Who or What is maintaining Life and Movement in the Universe.

We must overtake the egoistic care of ourselves (thinking the life can be lived whatever we want); to take instead the care of the other (the “other” begins just where ends our skin) and, in a general thought, we must take care of the entire Universe, imitating Who or What is building a well ordered cosmos in opposition to death and breaking down.

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Conclusion

Protagoras, the man who teached the Super-Man, lived just 2500 years ago. I’m surprised that today the same sophistic thoughts emerge almost intact from the dusty past. Surprised and somewhat embittered. Because the cited post has a lot of followers, a lot of enthusiatic people.

Instead of teaching the Super-Man, I want to suggest that the life is hard and full of dangers. You must “dig” a lot of ground to extract a bit of gold.

And we must always use the only instrument it is capable to recognize the fake news from the true: the reasoning.

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L’uomo a una dimensione e’ tornato

Malinconica premessa

Ho voluto rileggere questo libro, “L’Uomo a una Dimensione”, manifesto delle proteste studentesche del ’68, preludio alla rivoluzione della beat generation detta dei “figli dei fiori”.

In Italia fu strumento di politicizzazione della scuola e baluardo contro la tendenza che allora andava profilandosi, della trasformazione del Partito Comunista in partito di governo, a braccetto con l’opposizione “centrista” della onnipresente e onnipotente Democrazia Cristiana.

Queste cose io le ho vissute indirettamente, sempre in posizione un po’ defilata, ma mi sono rimaste nel sangue, come un virus non piu’ infettante, di cui si diventa portatori sani.

Nel ’68 ero troppo giovane, non capivo niente di cio’ che stava succedendo. Ricordo solo che era sempre sciopero, gli insegnanti non c’erano e noi si stava quasi sempre a casa o in giro con gli amici. Cosa capivamo della protesta? Niente. Perche’ facevamo sciopero? Perche’ cosi’ si evitava di essere interrogati e di venire scoperti che non avevamo studiato. E’ tutto qui. Almeno per me.

Altri miei amici invece aderirono al principio del “Grande Rifiuto”, quello suggerito da Marcuse nella chiusa del suo libro.

Contro i meccanismi della nostra societa’, politici, economici, linguistici, che tendono a trasformare l’opposizione dialettica in consenso unidimensionale; Marcuse propone il comportamento del “Grande Rifiuto”, il rifiuto totale, quale unico baluardo contro la standardizzazione omogenea del pensiero; poiche’ anche la sua teoria critica della societa’ si rivela inefficace ad innescare i meccanismi di progresso civile e culturale auspicati.

I miei amici sapevano nulla di Marcuse e della sua teoria critica della societa’. Ma coglievano le vaghe parole che si diffondevano attraverso la musica rock, gli idoli delle band musicali che ci venivano proposti dai media: la radio, i dischi. I dischi soprattutto. Suonava a tutto volume quel mangiadischi a pile nel quale si inseriva un unico 45 giri di vinile. E suonava sempre una canzone per volta. Cosi’ c’era chi inseriva il suo disco preferito e chi immediatamente lo toglieva per inserire il suo; e la canzone miagolava quando veniva interrotta brutalmente spingendo il tasto di estrazione.

Come e’ finita col “Grande Rifiuto”? Alcuni si sono dati alla droga e si sono rovinati (vedi il mio racconto: “Rock anni 70 – Storia di un amico vai). Altri sono emigrati: all’estero, oppure in Italia, ma lontano, e sono scomparsi. Scomparsi ai miei occhi intendo dire. Non li ho praticamente piu’ visti.

Quelli che hanno vissuto la rivoluzione dei “Figli dei Fiori”, quei giovani che ho conosciuto io, che allora erano piu’ grandi di me, loro infatti erano adolescenti mentre io poco piu’ che un bambino cresciuto; oggi vivono placidamente la loro anzianita’. Hanno mantenuto un certo atteggiamento che definirei… fricchettone. Si’, un abbigliamento vagamente strano, magari fumacchiano un po’ troppo per la loro eta’, bevono un bicchiere di vino un po’ troppo colmo, ma soprattutto, se ti capita di discutere con loro di politica, attaccano a parlare in termini di una estrema sinistra che non esiste piu’ ne’ in Russia, ne’ tantomeno in Cina.

“Potere al Popolo!”. “Abbasso il Sistema!”. “Viva la Rivoluzione!”.

Ma quale popolo?, mi verrebbe da chiedere loro. Ma quale Rivoluzione?, vorrei aggiungere. Oggi conosco una sola rivoluzione: quella dei pianeti che girano attorno al Sole. Ma si tratta di astronomia, non di politica.

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La chiusura dell’universo politico

Leggiamo quanto scrive Marcuse agli inizi degli anni ’60 del ventesimo secolo.

(pag.39) La societa’ della mobilitazione totale, che va prendendo forma nelle aree piu’ avanzate della civilta’ industriale, combina in unione produttiva i tratti dello stato del benessere e dello stato belligerante.

… Le zone tradizionali di disturbo vengono ripulite o isolate, gli elementi di rottura sono posti sotto controllo. Le tendenze principali sono note: sottomissione dell’economia nazionale ai bisogni delle grandi societa’ con il governo che serve come forza che stimola, sorregge, e talvolta esercita anche un controllo; inserimento dell’economia stessa in un sistema mondiale di alleanze militari, di accordi monetari, di assistenza tecnica, e di piani di sviluppo; graduale elisione delle differenze tra la popolazione in tuta e quella col colletto bianco, tra il tipo di direzione propria del mondo degli affari e quello dei sindacati, tra attivita’ del tempo libero e aspirazioni di differenti classi sociali; promozione di una armonia prestabilita tra la cultura accademica e i fini della nazione;

… Nella sfera politica questa tendenza si manifesta in una marcata unificazione o convergenza degli opposti. …Quanto ai forti partiti comunisti in Francia e in Italia, essi fan fede della generale tendenza delle circostanze aderendo ad un programma minimo, che archivia l’idea di una conquista rivoluzionaria del potere e si conforma alle regole del gioco parlamentare.

Ahhh!, ho pensato io, le famose “convergenze parallele”!. Nei primi anni ’70 aveva fatto scalpore questa assurdita’ logica pronunciata da un eminente politico di turno, in merito ad un eventuale accordo di programma fra Partito Comunista e Democrazia Cristiana. L’accordo non ci fu. Le convergenze parallele portarono alla dissoluzione del Partito Comunista e alla piu’ opportuna trasformazione in “Democratici di Sinistra” e infine in “Partito Democratico”. All’interno del nuovo “Partito Democratico” spiccano oggi i dirigenti della ex Democrazia Cristiana.

(pag.70) In vista delle tendenze che oggi prevalgono, bisogna tuttavia chiedersi se questa forma di pluralismo non acceleri la distruzione del pluralismo stesso. La societa’ industriale avanzata e’ veramente un sistema di poteri che si controbilanciano l’uno con l’altro. Ma queste forze si elidono a vicenda e finiscono per riunirsi a livello superiore, nell’interesse comune che esse hanno a difendere ed estendere la posizione acquisita, a combattere le alternative storiche, a contenere il mutamento qualitativo. I poteri controbilanciantisi non includono quelli che vanno contro l’insieme del sistema.

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La schiavitu’ del lavoro

Ok, d’accordo. Hai detto la tua opinione, caro Herbert. Ora basta. Ci sono altre cose cui pensare: il mio lavoro per esempio. Non capisco come mai i miei genitori, che pure avevano meno, sono andati in pensione prima e con una pensione piu’ elevata di quella che prendero’ io, pur avendo io lavorato per un numero maggiore di anni.

Certamente saprai che si erano spese tante parole sulle possibilita’ tecnologiche offerte dalla scienza applicata all’automazione e volta ad alleviare le fatiche e a ridurre il tempo consumato a lavorare e a guadagnarsi da vivere. E queste son cose che pur si devono fare: lavorare, guadagnarsi da vivere. E’ impensabile una societa’ in cui il lavoro non esiste piu’ ed e’ interamente sostituito dalle macchine.

(pag.45) Oggi la meccanizzazione sempre piu’ completa del lavoro nel capitalismo avanzato, se da un lato alimenta lo sfruttamento, dall’altro modifica l’atteggiamento e lo status dello sfruttato. Nel mondo tecnologico, il lavoro meccanizzato, in cui reazioni automatiche e semiautomatiche riempiono la maggior parte (se non la totalita’) del tempo di lavoro, resta pur sempre, come occupazione che dura una vita, una schiavitu’ inumana che strema e istupidisce, – tanto piu’ stremante a causa del ritmo accelerato, del controllo degli addetti macchina (piuttosto che del prodotto), e dell’isolamento dei lavoratori gli uni dagli altri. … Questo tipo di magistrale asservimento non e’ diverso, in essenza, da quello della dattilografa, dell’impiegato di sportello in una banca, del venditore o della venditrice “d’assalto”, e dell’annunciatore televisivo.

Va bene ho capito, caro Herbert. L’automazione e la meccanizzazione non hanno prodotto una maggiore liberta’ dalla schiavitu’ del lavoro, che da manuale e’ divenuto intellettuale, ma sempre di schiavitu’ si tratta. Non hai risposto pero’ alla mia domanda: perche’ oggi, piu’ tecnologici e automatizzati di ieri, si deve lavorare per un maggior numero di anni e anche a un ritmo piu’ accelerato?

(pag.23) …l’apparato impone le sue esigenze economiche e politiche, in vista della difesa e dell’espansione, sul tempo di lavoro come sul tempo libero, sulla cultura materiale come su quella intellettuale. In virtu’ del modo in cui ha organizzato la propria base tecnologica, la societa’ industriale contemporanea tende ad essere totalitaria. … Al presente il potere politico si afferma in forza del potere che detiene sulla produzione per mezzo di macchine e sull’organizzazione tecnica dell’apparato.

mmhh…, continua, che ti ascolto.

(pag.27) Il tratto distintivo della societa’ industriale avanzata e’ il modo come riesce a soffocare efficacemente quei bisogni che chiedono di essere liberati -liberati anche da cio’ che e’ tollerabile e remunerativo e confortevole- nel mentre alimenta e assolve la potenza distruttiva e la funzione repressiva della societa’ opulenta. Qui i controlli sociali esigono che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre e consumare lo spreco; il bisogno di lavorare sino all’istupidimento, quando cio’ non e’ piu’ una necessita’ reale; il bisogno di modi di rilassarsi che alleviano e prolungano tale istupidimento; il bisogno di mantenere liberta’ ingannevoli come la libera concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si censura da sola, la scelta libera tra marche e aggeggi vari. Sotto il governo di un tutto repressivo, la liberta’ puo’ essere trasformata in un possente strumento di dominio.

Dio mio, come sei teutonico nelle tue affermazioni! Mettici un po’ di allegria…, non hai ancora detto una battuta scherzosa, tanto per smorzare i toni, sai, … si usa.

Vuoi dire che, quanto piu’ sono dedicato al lavoro fino all’istupidimento, tanto meno ho tempo per pensare e soprattutto pensare a quelle sciocchezze che mi stai raccontando sulla repressione e la liberta’ dell’individuo trasformata in servitu’?

Mmmhh, voglio darti ragione e assecondarti per un attimo. Ma che fare di tutto quello che produco, se non e’ effettivamente necessario?

(pag.38) La piu’ alta produttivita’ del lavoro puo’ venir usata per perpetuare il lavoro e la fatica, e l’industrializzazione piu’ efficiente puo’ servire a limitare ed a manipolare i bisogni. Quando si raggiunge questo punto, la dominazione -sotto specie di opulenza e di liberta’- si estende a tutte le sfere dell’esistenza privata e pubblica, integra ogni opposizione genuina, assorbe in se’ ogni alternativa.

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La tecnologia oppressiva

In sostanza, una volta raggiunto un certo grado di tecnologia e di sviluppo, il sistema si alimenta da solo, in una corsa folle a produrre e consumare lo spreco; per mantenere alta la produttivita’ e garantire i salari, e consumare cio’ che si e’ prodotto, che altrimenti andrebbe invenduto.

Quanto piu’ si lavora, tanto meno si pensa. E quando non si lavora bisogna divertirsi quanto piu’ possibile e consumare.

La prospettiva di un piu’ alto tenore di vita, tiene a bada le masse da pericolose insurrezioni. Quando il pericolo di tali insurrezioni diventa prossimo e tangibile, basta concedere qualcosa e le masse si acquietano.

Nel contempo si agita lo spettro di una guerra totale. Tanto piu’ questo spettro viene agitato quanto piu’ il malumore e la sofferenza interne della popolazione di uno stato si fanno evidenti. La minaccia di guerra diventa motivo di coesione sociale.

Un modo per distogliere due individui contrapposti da uno scontro ormai inevitabile e’ quello di distrarli focalizzando l’attenzione su qualcosa di piu’ intenso e spettacolare: “Ehi guarda laggiu’! Ma cosa succede?”

Per non dire poi quanto sia redditizio e remunerativo il settore bellico nelle societa’ tecnologicamente avanzate.

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Siamo tutti dentro la balena

Povero Geppetto, il papa’ di Pinocchio, chiuso dentro la balena! Nella favola di Carlo Collodi: “Pinocchio” infatti, che cosa significa la vicenda di Geppetto e della balena? Che cos’e’ la balena, al di la’ del significato immediato di un enorme pesce che ingoia le persone?

Forse la vicenda di questa favola e’ stata profetica nel descrivere un sistema che ingoia le sue vittime e da esse trae vigore. Tutti dentro una balena: proletari, industriali, politici.

Perche’ non e’ vero quel che si pensa, che un industriale sia piu’ libero dai bisogni di quanto non lo sia il suo piu’ modesto impiegato. Ho conosciuto industriali che dedicavano ben piu’ di otto ore giornaliere a condurre la propria impresa. E quel che guadagnavano non lo spendevano. Quello che ho conosciuto io aveva un portafogli talmente gonfio che sembrava una palla. Eppure questa persona era sempre li’, a dirigere la sua impresa, anche di domenica. E la sua moglie tutta la settimana andava a produrre pezzi in officina insieme con le altre operaie, e la sera aveva sempre la tuta sporca di unto, le mani nere e sciupate. Eppure entrambi stavano li’, a produrre, produrre, produrre. Lui, essendo il capo e il proprietario, si sentiva in dovere di spronarci sempre. Quando non poteva sgridarci per questo o per quello, allora diceva: “mmh, va bene. Pedalare! Pedalare!” Era tutto quello che riusciva a dire quando c’era nulla da obiettare.

Ma pedalare che cosa? Pedalare dove? Pedalare perche’?

E quei politici che invocano la crescita! Ma crescita di che cosa? Crescita perche’?

…la crescita e’ robusta. La ripresa c’e’ e si vede. Ma non bisogna abbassare la guardia. Ora la crisi e’ passata e bisogna pensare a diminuire le tasse. Stiamo studiando un piano per…

Ma ssi’, e’ sempre cosi’. Tanto non ci crede piu’ nessuno. Stiamo studiando un piano, la crisi e’ finita, il prodotto interno lordo e’ in aumento, i sacrifici sono impopolari ma necessari.

Da quando mi sono affacciato al mondo del lavoro ho sempre sentito le stesse storie: c’e’ sempre una crisi economica da combattere ma la produzione e’ in aumento e la disoccupazione presto comincera’ a scendere.

E gli studenti? E i giovani? Studiare! Studiare! Studiare! E poi: lavorare! lavorare! lavorare!

E quando fai il colloquio di lavoro in cinque minuti ti giochi tutto: anni di studio, la speranza di una sistemazione, la possibilita’ di un futuro in cui pensi di essere finalmente un po’ piu’ libero e un po’ piu’ indipendente. La realta’ di una famiglia, una prole, una onorata vecchiaia.

Tutto ti giochi, magari con quel sorriso mancato, l’occhio un po’ storto, una parola di troppo e una di troppo poco. Ti giudicano anche da come stringi loro la mano alla fine del colloquio. Una mano floscia non trovera’ mai un lavoro. Troppo vigore d’altro canto risultera’ sospetto e cosi’ via.

Nell’ambiente di lavoro poi tutto deve essere sempre bello e soddisfacente.

Come in caserma: “Com’e’ il rancio, soldato?” “Ottimo e abbondante Signor capitano!” “Bravo soldato! Ricordati figliolo: usa obbedir tacendo e tacendo morir!” “C’e’ qualcosa che ti angustia, soldato? Hai qualche rimostranza da fare?” “Nulla Signor capitano! Fuori piove, ma per fortuna qui siamo all’asciutto e al calduccio.”

Ma quando gli anni passano e ti ritrovi verso la fine della corsa lavorativa, scopri che le nuove generazioni, piu’ giovani ed efficienti, ti sorpasseranno, ti lasceranno indietro, senza capire che le tue difficolta’ sono fisiologiche, dettate dal naturale declino dell’essere umano con l’avanzare dell’eta’.

Per loro tu sei solo un vecchio puzzone antipatico, un tedioso brontolone. La tua esperienza, la tua acquisita saggezza e diplomazia, la tua sagace umilta’, tutte queste cose saranno di nessun conto per loro piu’ giovani, ora che possono assaporare l’ebbrezza di un po’ di successo, una remunerazione un po’ piu’ cospicua, e soprattutto un occhio di riguardo da parte del titolare.

Cercherai un po’ di comprensione da quei giovani, un po’ di sostegno e un po’ di pazienza. Riceverai in cambio l’innalzarsi di un muro di piombo, fatto di silenzio e di antipatia.

Il titolare trasformera’ per te l’occhio di riguardo in uno sguardo accigliato e torvo. Infatti stai cominciando ad essere un costo piuttosto che un profitto, a causa della tua diminuita capacita’ produttiva.

Cercherai sostegno nelle istituzioni, allora.

Per fortuna si e’ sempre detto che alla fine di una onorata attivita’ lavorativa, per te lo Stato riserva il premio di una pensione di anzianita’. E’ un tuo inalienabile diritto sancito da… dalla Costituzione? No. Dalle leggi dello Stato Civile e Democratico!

Hai pagato contributi per tutta la vita e quel premio ti spetta. Di cosa ti preoccupi? Perche’ quello sguardo di sospetto?

Peccato che nel frattempo in cui tu pagavi contributi per quella pensione, qualcuno ha pensato bene di spostarti in avanti l’eta’ pensionabile, cosi’ che quando arrivi al traguardo, li’ non c’e’ piu’ nessuno, ne’ traguardo ne’ premio ne’ persone ne’ Stato ne’ Istituzioni.

Ci sei solo tu, col tuo fagotto di stracci e il deserto che ti hanno lasciato coloro che ti hanno abbandonato.

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Il Grande Rifiuto

(pag.264) Le tendenze totalitarie della societa’ unidimensionale rendono inefficaci le vie ed i mezzi tradizionali di protesta; forse persino pericolosi, perche’ mantengono l’illusione della sovranita’ popolare. Questa illusione contiene qualche verita’: “il popolo”, un tempo lievito del mutamento sociale, e’ “salito” sino a diventare il lievito della coesione sociale. E’ qui, e non nella ridistribuzione della ricchezza o nella progressiva uguaglianza delle classi, che occorre vedere la nuova stratificazione caratteristica della societa’ industriale avanzata. Tuttavia, al di sotto della base popolare conservatrice vi e’ il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico;

… Percio’ la loro opposizione e’ rivoluzionaria anche se non lo e’ la loro coscienza. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non e’ sviata dal sistema; e’ una forza elementare che viola le regole del gioco, e cosi’ facendo mostra che e’ un gioco truccato.

… Il fatto che essi incomincino a rifiutare di prendere parte al gioco puo’ essere il fatto che segna l’inizio della fine di un periodo.

… c’e’ la possibilita’ che, in questo periodo, gli estremi storici possano toccarsi ancora una volta: la coscienza piu’ avanzata dell’umanita’ e la sua forza piu’ sfruttata. Non e’ altro che una possibilita’. La teoria critica della societa’ non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente ed il suo futuro; non avendo promesse da fare ne’ successi da mostrare, essa rimane negativa.

In questo modo essa vuole mantenersi fedele a coloro che, senza speranza, hanno dato e danno la loro vita per il Grande Rifiuto.

Ma ssi’ dai, caro Herbert. Allora e’ cosi’: “Abbasso il sistema!”, “Potere al popolo!”, “Viva la Rivoluzione!”.

Ora capisco quei fricchettoni un po’ attempati, con un bicchiere di vino un po’ troppo colmo e le dita nere per le troppe sigarette fumate, dove hanno preso le idee e l’atteggiamento!

Caro Herbert, quella Rivoluzione non c’e’ mai stata, e anzi il sistema nel frattempo si e’ pure rafforzato.

I diseredati se ne stanno quieti, malgradoforza. E che potrebbero fare? Hanno appena il fiato per respirare, oggi; e domani, piu’ neanche quello.

Eh no, la teoria critica della societa’ e’ giusta, mio caro, ma la proposta di soluzione e’ completamente utopica.

Piuttosto sono piu’ propenso a credere che detto sistema possa esaurirsi per esaurimento di materie prime da sfruttare, di acqua potabile da bere, di mercati economici da conquistare; e non per la irriducibile opposizione da parte dei diseredati.

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La storia puo’ venirci in aiuto

L’Impero Romano si esauri’

– per le contraddizioni interne che erano quelle dello sfruttamento oppressivo da parte di pochi nei confronti dei molti;

– per le guerre civili causate da interessi politici mai conciliati: imperatore, esercito, senato;

– per il generale impoverimento della popolazione una volta esaurita la fase di conquista di nuovi territori e una volta che le merci cominciarono ad essere prodotte autonomamente nelle Province e non affluirono piu’ dalla sede verso le Province;

– per la graduale ed insistente invasione dei territori romanizzati da parte delle popolazioni barbariche, che vedevano in Roma la sede dell’oro, della ricchezza, della vita agiata, dei consumi sfrenati (e in parte era proprio cosi’).

Fu inutile tentare di fermare il fiume di coloro che si affacciavano ai confini dell’Impero. Tanto piu’ che gli eserciti regolari orami erano costituiti solo di barbari, coadiuvati da mercenari strapagati. E si sa che i mercenari, se non ci si sbriga a pagarli, fanno presto a rivoltarsi contro il loro padrone. E cosi’ fu. E quanti piu’ mercenari si assoldavano, tanti di piu’ erano coloro che avevano modo di vedere quante agiatezze e quante comodita’ erano a Roma, la Roma molle e opulenta.

L’Impero Romano si esauri’ da solo.

I rapporti economici e produttivi erano quelli di oggi, con la sola differenza che la nostra e’ una civilta’ industriale mentre la loro era ferma alla fase mercantile, ma la sostanza e’ identica:

sfruttamento, schiavitu’, oppressione, cattiva redistribuzione della ricchezza, sperpero di risorse, inadeguatezza nell’individuazione degli effettivi bisogni.

Allora come oggi, liberi dalla schiavitu’ del lavoro erano pochissimi, e quella liberta’ non la usavano certo per studiare di migliorare le condizioni di vita dell’umanita’.

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Un addio commosso, non troppo macabro

Cosi’, caro Herbert, hai toppato.

D’altronde tu stesso hai sempre ribadito, nel corso dell’esposizione, che il sottoproletariato e’ diventato elemento di coesione del sistema e non costituisce piu’ una forza rivoluzionaria scardinatrice! E allora perche’ mi concludi tirando in ballo dei poveri disgraziati che non esistono nei termini in cui ce li descrivi?

Pero’ io adoro questo tuo libro, adoro la tua esposizione dei fatti, il tuo slancio utopico e la capacita’ di pensare l’inimmaginabile.

Adoro quei fricchettoni un po’ stralunati e ho pieta’ per quei giovani presuntuosi ed arroganti che mi stanno facendo le scarpe sul luogo di lavoro.

Tanto domani ci saranno loro la’ dove io sono ora: in quel deserto fatto di promesse pensionistiche mancate, di lavoro infinito, di malinconica solitudine.

E’ una ruota che gira.

Quel giorno allora io me la ridero’ di costoro, dal profondo imo della terra in cui saro’ sprofondato nel frattempo.

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Bibliografia e suggerimenti

  • Herbert Marcuse – L’Uomo a una Dimensione – Einaudi
  • Michael Rostovzev – Storia Economica e Sociale dell’Impero Romano – La Nuova Italia
  •  
  • Captain Fantastic

     

    In riferimento a personaggi un po’ stralunati, eredi in qualche modo dei “Figli dei Fiori”, si puo’ vedere il film del 2016: Captain Fantastic

     

  • Re della terra selvaggia

     

    Per chi vive al di fuori della societa’, i “diseredati”, gli “esclusi”, invece si puo’ vedere il film del 2012: Re della terra selvaggia

     

     

  •  
  • Luigi Anèpeta: http://www.nilalienum.it/Sezioni/Bibliografia/Filosofia/MarcuseUomoUnaDimensione.html

    Nel mio articolo ho posto l’accento sulle implicazioni politiche e tecnologiche di una societa’ unidimensionale sostanzialmente repressiva nel mentre dichiara la propria liberta’.

    In questo articolo invece si pongono gli accenti sulle implicazioni psicologiche del pensiero unidimensionale, con approfondimenti di carattere psicanalitico e linguistico.

    Si parte da due definizioni contrapposte:

    • alienazione = radicamento di falsi bisogni nella struttura della coscienza
    • liberazione = avere coscienza del modo in cui le persone si mettono in rapporto con la societa’

    Tale rapporto fra la coscienza e il mondo, secondo Marcuse non e’ propriamente individuale, non nasce esclusivamente dalla capacita’ di percezione dell’individuo, ma e’ continuamente in rapporto dialettico con la societa’ in cui l’individuo e’ immerso.

    In questo senso, se l’uomo e’ in grado di percepire criticamente l’ambiente che lo circonda, cio’ dipende anche e soprattutto dalle possibilita’ che la societa’ offre per il formarsi di tale coscienza critica.

    E’ appunto questa istanza di liberazione critica della coscienza individuale, quella che sistematicamente viene repressa dalla societa’ contemporanea.

    Dice infatti l’autore dell’articolo: “Il controllo sulle coscienze è assicurato dall’interiorizzazione dei falsi bisogni, vale a dire da bisogni propri del sistema che vengono interiorizzati, vissuti e perseguiti come bisogni individuali.”

    Queste considerazioni costituiscono la parte centrale del libro di Marcuse, una parte per molti versi oscura e incomprensibile ai non addetti ai lavori.

    L’articolo di Anèpeta contribuisce proprio a spiegare queste parti “oscure”.

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