Gianni – Un racconto rock anni ’70


Gianni – Un racconto rock anni ‘70

Scritto da Mirco Cortesi

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Premessa

Guardando con gli occhi di un bambino, il mondo sembra bello, il sole caldo e le persone indaffarate a svolgere il proprio lavoro. Poi si cresce, in un attimo si diventa adulti, la vita ti travolge offrendo passioni, emozioni, speranze e ideali, che spesso non trovano la via per risolversi felicemente e si concludono amaramente fra un rimpianto e una delusione.
mesembriantemo Tutto viene inghiottito, risucchiato come acqua che svanisce gorgogliando da un lavandino appena stappato. Una mano invisibile, una volonta’ tragica, sembra sempre attenta a porre un freno e un limite alle velleita’ degli uomini, quasi a voler ostinatamente ribadire la fragilita’ della nostra vita.

-Non e’ cosi’! Non e’ possibile!-, gridi mentalmente. Ti volgi indietro e guardando il passato, ti accorgi di quanti si sono fermati e non ce l’hanno fatta, intrappolati da vane illusioni, sogni di liberta’ e di onnipotenza tragicamente interrotti. “E’ perche’ hanno confuso gli ideali con la realta’”, vorresti ribadire, “non hanno distinto l’utopia dalla concreta possibilita’ offerta dalle circostanze”. Rincuorato da queste considerazioni e spinto dalla forza del ragionamento, ti senti di aggiungere: “infatti, proprio dal divario fra utopia e realta’ l’uomo trae spunto per cercare sempre nuovi modi di conseguire un risultato migliore. Tenendo gli occhi fissi all’utopia e calando questa nella realta’, si costruisce il cammino infinito dell’uomo verso il progresso e il miglioramento della societa’ e della vita; si costruisce la storia”. Bene.

Ma ti volgi a considerare quelle speranze infrante, quei sogni interrotti e quelle persone che in qualche modo hai lasciato dietro di te; persone un castello di sabbia che hanno creduto e non ce l’hanno fatta; e la malinconia ti assale. Come una placida onda del mare che si infrange sulla riva dopo che l’hai vista gonfiarsi minacciosamente, ma poi ti lambisce languidamente e lentamente si ritrae; cosi’ ti assale l’onda delle speranze nel momento in cui ci si affaccia alla vita e i sogni dei bambini sembrano poter diventare una realta’. Placidamente l’onda si ritrae, senza danni apparenti, ma il castello di sabbia che avevi appena costruito ora e’ livellato. Ti sembrava cosi’ carino, pur se goffo e fragile, con le torri larghe e basse e le merlature un po’ sbriciolate; ti sembrava non dovesse mai finire, non dovesse mai crollare, ma ora non c’e’ piu’. “E quegli ideali?”, ti chiedi, “quelle convinzioni? E quei grandi slanci con la voglia di cambiare tutto?”

Gianni

Gianni era il mio amico. Lo chiamero’ Gianni, un nome di fantasia.
Per tutta l’infanzia sono andato a giocare a casa sua e sua madre ci dava sempre un panino a merenda, con la marmellata fatta da lei, marmellata di bacche di rosa canina (“el pizanculi”, lei le chiamava in dialetto romagnolo). E suo padre rientrava stanco verso sera dal lavoro, e si sedeva su una sedia, in cucina, appoggiando i gomiti sulla tavola e la testa fra le mani, sfinito.
Io e Gianni giocavamo nei dintorni di casa sua, nel giardinetto che si affacciava sulla campagna circostante, e li’ costruivamo capanne simulando la vita nella foresta. Si andava nel pollaio a molestare le galline, con grande rammarico di sua mamma che implorava di non farlo piu’ perche’ le galline spaventate smettevano di fare l’uovo.

All’eta’ di circa dieci anni, in ottobre si passavano i pomeriggi nel bosco a raccogliere le castagne. Si attraversava il prato fiorito fiume con quel traballante ponte di ferro lastricato di assi di legno, residuo del passaggio del fronte durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma noi non avevamo conosciuto la guerra e saltavamo allegramente su quelle assi proprio per farlo traballare, e poi correre all’impazzata sulla riva opposta, inerpicandoci sulla montagna.
Raccoglievamo le castagne nelle cosiddette zone libere, andando a volte anche nelle zone protette dal contadino, e li’ le castagne erano piu’ belle, grosse, gonfie e rotonde. Stavano a terra su un sottobosco pulito da sterpi ed erba alta, e sembravano dirci: “prendimi, prendimi!”. Ci importava poco che il contadino ci avrebbe severamente sgridato se ci avesse visto a raccoglierle; non capivamo nulla della sua fatica per tenere pulito il sottobosco, della fatica di guadagnarsi da vivere.
A volte si tornava a casa con un bel sacco gonfio di castagne, stanchi fino all’inverosimile, ma contenti e felici dell’avventura vissuta.

Durante le scuole elementari Gianni aveva mostrato qualche difficolta’, sembrava insofferente di qualcosa. La maestra l’aveva messo in un banco separato dagli altri per poterlo gestire ed educare meglio. I suoi risultati scolastici erano alterni. Forse era un bambino un po’ ribelle, forse avvertiva qualche irrequietezza interiore, ma per me era un grande amico, anche se una volta mi colpi’ il suo disegno in cui aveva ritratto una foresta intricata di rami spogli vanamente protesi verso l’alto.

Le scuole medie finirono ed erano appena iniziati gli anni ’70 del secolo scorso quando il vento della liberta’ dalle Rolling Stones convenzioni, la protesta scolastica e le lotte sindacali cominciavano a mescolarsi alla rivoluzione della nuova musica rock, che andava diffondendosi attraverso la radio e soprattutto tramite i giradischi coi dischi a 45 giri, frastornandoci e inondandoci di suggestioni di liberta’, cui non sapevamo dare il giusto significato.

Fu un’altra avventura l’inizio delle scuole superiori, e Gianni, assegnato ad una sezione di un certo prestigio, ma solo perche’ aveva scelto di studiare tedesco invece dell’inglese, e il tedesco si studiava solo nella sezione A, dimostro’ fin dall’inizio le sue difficolta’. Accanto a qualche bel voto comparvero dei pessimi risultati in altre materie. E Gianni comincio’ a sbandarsi.

Aveva conosciuto degli amici che lo avevano assecondato nelle sue aspirazioni di liberta’. Erano i tempi delle comuni e della vita giorno per giorno, fra musica e qualche fumatina non di solo tabacco, e lui si fece trascinare da queste amicizie che lo avevano iniziato all’esperienza della droga e dell’alcool.
La scuola ando’ a rotoli, Gianni smise di frequentare, ma continuo’ a incontrarsi con i suoi amici che gli insegnarono anche un po’ di arti marziali, gli insegnarono a tirare calci e pugni, a rispondere con violenza alla violenza che cominciava a circondarlo come una nebbia subdola e sottile.
Assumendo droga trovava qualche attimo di fuga dalla realta’ di una vita che per lui stava lentamente degradandosi, ma lui non se ne accorgeva. A volte, trovandosi di notte in citta’, si rifugiava nei dormitori pubblici e il giorno dopo riprendeva a frequentare le sue amicizie.

Gianni cercava qualcosa di diverso dalla noia di una occupazione, qualcosa di piu’ avvincente di un lavoro modesto ed onesto come quello di suo padre, qualcosa di piu’ avvincente di una vita tranquilla.
I gruppi rock di cui tutti noi ascoltavamo la musica, ci incitavano a perseguire questo sogno di liberta’: dalle convenzioni, dalle istituzioni, da ogni vincolo. Ci dicevano che questa liberta’ esiste. Erano gli anni in cui si leggeva “Sulla strada” di Jack Kerouak, e si sognava di viaggi in autostop fino a qualche lontano paese esotico. Si ascoltava Heroin di Lou Reed, ci si emozionava quando i Doors cantavano contro la guerra in Vietnam, e i Black Sabbath ci meravigliavano con il loro irriverente album Paranoid.
E c’era anche Janis Joplin, e pure lei cantava di una assoluta liberta’: “Ragazza!”, diceva nelle sue canzoni, “domani piangerai, ma oggi fa’ cio’ che vuoi e cogli l’attimo del divertimento, l’attimo del piacere!”.

Io, Gianni e i gruppi rock di allora non ci accorgevamo che la vita richiede poi il conto. Quell’assoluta liberta’ che credevamo di cogliere, aveva un prezzo. Gianni non ha mai riconosciuto che in queste frasi stava un messaggio subdolo, se interpretato letteralmente, un significato oscuro e distorto. Perche’ l’uomo non e’ libero in questo mondo, la liberta’ va prima conquistata e poi difesa con ogni mezzo, e la vita che abbiamo a disposizione e’ una sola e non va sprecata. Ma qual’e’ il limite fra una giusta aspirazione e una esagerazione?

Gianni si era pure innamorato, proprio durante il periodo in cui aveva frequentato le scuole superiori. Questo era un fatto normale. E’ il periodo in cui l’amore sboccia all’improvviso, come un fiore al primo sole caldo dell’estate. Pure la ragazza era follemente innamorata di lui, di quel ragazzo ribelle, cosi’ diverso da quelli… come me per esempio, vestiti per Janis Joplin benino, normali e scialbi, che vanno a scuola e magari vengono promossi, anche se non in maniera brillante.
Quel ragazzo la incuriosiva e suscitava in lei quel senso di madre che la spingeva a proteggerlo, facendole confondere l’amore con la maternita’. Ma quando si accorse che Gianni l’avrebbe trascinata in una incerta avventura, lei lo lascio’, e Gianni prosegui’ la sua corsa, in discesa.

La droga e l’alcool gli avevano ormai cotto il cervello. Si puo’ dire, e’ risaputo che alla lunga gli effetti sono questi. Incapace di far fronte ai suoi bisogni e senza rispetto per se stesso, Gianni si aggirava per il paese farneticando di magia e astrologia. Ormai era come un nomade, ma senza la ricchezza culturale che contraddistingue questi gruppi umani. Era un nomade solo nell’aspetto dimesso e nell’abbigliamento stravagante. In casa sua madre era disperata.
Un giorno incontrandomi per strada, lei scoppio’ improvvisamente a piangere, lasciandomi imbarazzato e confuso. Supplicandomi di aiutare il suo Gianni, mi ricordo’ gli anni d’infanzia passati assieme, io che ero sempre stato il suo migliore amico. Mi imploro’ di aiutarlo ad uscire dal tunnel in cui si era cacciato. Singhiozzava, quella madre sconsolata. Il suo unico figlio era stato catturato in una trappola insidiosa. Perche’ Gianni non sapeva riconoscere il limite fra liberta’ e compromesso, fra sogno e realta’. Ma chi, fra quelli di allora, fra cui pure io, sapeva riconoscere quel limite? E io cosa potevo fare? Chi poteva aiutare Gianni?
Parlargli era inutile, non ascoltava. La societa’ era solo attenta a punirlo nel caso avesse abusato di droga ed alcool. In paese, pur cercando d’aiutarlo offrendogli qualche lavoretto, lo sbeffeggiavano chiamandolo “Zepron”, cioe’ zeccolone, pieno di zecche, per l’aspetto incoerente e selvatico che stava assumendo. Purtroppo quelle persone, pur nella assoluta mancanza di grazia con cui lo apostrofavano, quelle persone avevano ragione: Gianni avrebbe dovuto rinunciare a qualche liberta’, trovarsi un lavoro, guadagnarsi da vivere.

Per poterlo aiutare avrei dovuto stargli vicino, stare in sua compagnia. Lui avrebbe dovuto stare in compagnia della comunita’ del paese dove viveva. Io e lui avremmo dovuto ritornare nel campo dietro casa sua e distenderci sull’erba a godere dei caldi raggi del sole sulla pelle, e sentire il canto degli uccelli con la brezza che ti accarezza il corpo. Avremmo dovuto ritornare a fare passeggiate nel bosco, e raccogliere castagne, e scappare all’impazzata mentre il contadino ci correva dietro con un lungo bastone nodoso, imprecando e urlando frasi di minaccia. Ma entrambi eravamo cresciuti e la vita ci stava trascinando come un fiume in piena, separandoci uno dall’altro.

Gianni fini’ in una comunita’ di recupero. I suoi genitori nel frattempo erano morti. Sua madre probabilmente di crepacuore vedendo il suo unico figlio cosi’ trasformato. Suo padre, rimasto vedovo, consunto dalla fatica e ormai stanco di vivere, era morto in un ricovero per anziani.

Gianni ormai era solo. Erano infranti i suoi sogni di liberta’, infrante le speranze di cavalcare la vita forzandola al proprio volere. Anche la vicenda di molte delle star del rock si era conclusa tragicamente. Nella comunita’ di recupero per intossicati da droga e alcool pero’ Gianni non voleva starci. Non voleva accettare di restare chiuso dentro quel recinto dorato che gli era stato costruito intorno. Non poteva uscire e doveva sottostare alla opportuna disciplina di quella comunita’. Gli stavano insegnando le regole di vita, ma lui non voleva accettarle e non capiva perche’ l’avevano rinchiuso. Lui voleva essere libero.
Gli epigoni della droga e dell’alcool gli avevano lasciato lo strascico di una profonda crisi depressiva. Questa gli veniva curata con medicine calmanti e sonniferi. Insieme con la depressione cominciarono ad affiorare istinti suicidi Black Sabbath e Gianni venne trovato alcune volte con una lametta da barba ficcata in gola, con la quale aveva tentato di uccidersi.

Non poteva piu’ rimanere in comunita’. Andai a trovarlo una volta, dopo che erano passati alcuni anni da questi episodi. Era in una comunita’ di recupero psichiatrico. Lo trovai fra i malati di mente, farneticava un po’, ma rispose cordialmente al fiume di domande che gli rivolsi. Fece fatica ad alzarsi dal letto, come se si fosse appena svegliato da una potente dose di sedativi.
Era adagiato sul letto in una modesta stanzina di due metri quadri che conteneva oltre al letto solo un comodino, ma questo abbastanza grande da appoggiarci una valigia.
Parlammo per qualche ora, ricordando i tempi passati, e parlammo di musica. Lui mi rammento’ quella bella canzone di Lou Reed: “Rock’n Roll” che lo faceva sempre emozionare tutte le volte che, passando sotto casa mia nei tempi addietro, sentiva che la ascoltavo col giradischi al massimo del volume.
Mi chiese di andare fuori a bere un bicchiere di vino e dovetti negare. Mi chiese di uscire a fare una passeggiata, e dovetti negare ancora. Tuttavia quell’incontro mi commosse profondamente e la settimana successiva comprai un giradischi con una raccolta di CD dei Rolling Stones e il CD di Lou Reed con Rock’n Roll, e portai tutto a lui.
Nell’istituto mi guardarono stupiti e meravigliati mentre entravo con quella gran scatola di cartone, ma accettarono il regalo che avevo fatto al mio amico, e lui pure lo accetto’ volentieri.

Ci salutammo con calore ed amicizia ed io ero felice d’aver fatto un’azione buona, una di quelle cose per cui anche sua madre sarebbe stata contenta e mi avrebbe guardato con tenerezza dall’alto del cielo dove ora riposa. Volevo tornare a trovarlo ancora tante volte e volevo cercare di recuperarlo con la mia compagnia, andando a scambiare qualche risata e qualche battuta in quella sua stanzina minuscola, ma mi fu impedito.

Mi fecero comunicare dalle suore del convento del mio paese (perche’ non me lo dissero direttamente in quell’istituto? The Doors chissa’…) che non era bene andassi a trovare Gianni perche’ lui era ormai irrecuperabile e non rispondeva razionalmente alle persone che lo assistevano. Mi impedirono di continuare questa iniziativa facendomi capire senza mezzi termini che Gianni doveva essere accudito dalle persone addette all’Istituto e non doveva frequentare la gente di fuori, soprattutto se non erano parenti o affidatari.
Ma perche’, mi sono sempre chiesto? Perche’ non potevo cercare di fargli compagnia? Gianni non aveva piu’ nessuno che lo assistesse e lo proteggesse, e nonostante tutto doveva stare isolato. Forse aveva qualche lontano parente che ne stava curando la parte burocratica all’interno dell’Istituto, ma dei suoi amici d’infanzia ero rimasto solo io e ora si voleva che anche questo legame con l’esterno, per Gianni, venisse reciso.

Comunque rinunciai a continuare a frequentarlo. Non me lo sono mai perdonato. A volte bisognerebbe non dar retta a chi ti sta dando buoni consigli. Non seppi piu’ nulla di lui, ma forse non ebbi la volonta’ di interessarmi, non ebbi la forza di proseguire, frastornato da quegli strani impedimenti cui ero stato sottoposto, e in cuor mio ancora oggi giace un vago rimorso di non aver fatto abbastanza per lui.
Dopo qualche anno seppi che era stato internato in un ospedale psichiatrico, dove le persone esterne non possono assolutamente entrare. Mi dissero che i dottori ora stavano cercando di curarlo.
Ma Gianni non aveva bisogno di medicine. Gianni aveva bisogno di compagnia, aveva bisogno di affetto, di amore, aveva bisogno di sentirsi parte della comunita’ di quegli esseri umani cui anche lui apparteneva. Anche se in gioventu’ aveva rifiutato sprezzantemente la societa’, in cui era nato e cresciuto, per rincorrere il mito della liberta’ da ogni vincolo, per seguire chi gli diceva che se voleva fare una cosa, quella poteva farla, se desiderava una cosa, quella poteva avere, bastava solo la forza di volonta’ per perseguire l’obiettivo; Gianni aveva bisogno della comunita’ di esseri umani come ne abbiamo bisogno tutti. Ebbene ora Gianni era solo, isolato ed emarginato. Aveva ingenuamente creduto a quanto gli veniva proposto e aveva bruciato la sua vita come si brucia un fiammifero. Ma di fiammiferi ne aveva uno solo.

Nel frattempo, dei suoi amici di bevute e di arti marziali, chi aveva potuto, aveva cercato di venirne fuori. Lui pero’ no, lui non c’era riuscito, ed era andato dritto alla meta.

Una vicenda curiosa

Avevo preso due belle piante in vaso dalle scale di casa e le avevo portate ai miei genitori, la’ al cimitero. Ormai eravamo in maggio, il tempo cominciava a stabilizzarsi e si poteva iniziare a portare fuori quelle piante per sistemarle accanto alle lapidi . Tutto era normale e tranquillo in quel luogo. E che cosa doveva esserci di strano li’? Se c’e’ una novita’, e’ perche’ si e’ aggiunto un nuovo cumulo di terra. Allora, incuriosito, ti avvicini e vai a vedere abbassandoti un poco per leggere il nome, e scopri che anche quella persona la conoscevi, e ora e’ li’. Con un po’ di cinismo pensi: “Eh, prima o poi tutti finiamo qua”. Mi vengono in mente le parole di mio babbo che non voleva andare al cimitero perche’ diceva che un giorno avrebbe dovuto starci fino a farsene venire a noia, e poi rideva, e io sorridevo insieme a lui.
E c’era anche quel mio zio, cosi’ orgoglioso di abitare nel paese vicino, distante appena 12 chilometri dal mio. Lui
Lou Reed - Rock'n Roll Animal disprezzava tanto il mio paese, ma solo per campanilismo, e diceva che dove abitavo io non ci sarebbe stato neanche da morto!
E invece e’ li’, penso, ogni volta che gli passo accanto per raggiungere la tomba di mia madre. Perche’ da morto e’ finito proprio li’, in quel paese tanto disprezzato, e li’ ci sta, e anche ottimamente. “Hic manebo optime”, qui rimarro’ ottimamente, dichiara quella parte di me un po’ beffarda che rimbomba nella mente mentre mi avvicino, ricordando quell’antico proverbio latino. Ma poi mi fermo davanti a lui, e guardo quella foto che lo ritrae in un abbigliamento antiquato, con la giacca da cacciatore, il panciotto e l’orologio rotondo con la catena che gli pende dal taschino.

Mio babbo mi guardava sorridendo anche quel pomeriggio, da quella foto incollata sulla pietra, con la sua camicia a righe e le bretelle che gli scendono mollemente dalle spalle. “Come va?” gli dissi anche quel pomeriggio, mentre posavo a terra il vaso, “Hai fatto la partita a carte coi tuoi amici del bar?” Mi piace parlare cordialmente davanti alla lapide, come se lui possa sentirmi o possa commentare cio’ che gli viene chiesto. I suoi amici del bar, pensavo, erano tutti li’, tutti in fila uno accanto all’altro, chi piu’ chi meno distante da lui.
A volte mi piace aggirarmi fra le lapidi, ma mi viene sempre una grande tristezza quando lo faccio perche’ quella gente adulta, che ho conosciuto da bambino, ora la ritrovo li’. E c’e’ quello che ti guarda con gli occhi un po’ stralunati, quello con la benda nell’occhio, ricordo di un triste evento di guerra; oppure quello che continua a mostrare con orgoglio i cavoli del suo orto, e quello che continua a suonare i piatti della banda. C’e’ quello che ha la cazzuola da muratore murata sulla lapide; il lavoro lo insegue anche da morto, verrebbe da pensare, in realta’ e’ caduto dall’impalcatura mentre lavorava e non si e’ rialzato piu’. E c’e’ pure la nonna di quell’altro mio amico, quella povera donna che io ho sempre visto cucire. Lo faceva per guadagnarsi da vivere, e ora cuce anche li’, curva su quella vecchia macchina azionata a pedali, uno di quei modelli Singer del periodo del Fascismo.
Ma c’e’ anche quel grande latinista, un intellettuale che ha tradotto diverse opere dal latino medievale, e ha pure scritto dei romanzi. Ora la sua tomba giace dimenticata, senza foto, e le erbacce coprono il nome e le date di nascita e di morte. “Eh”, penso io, “e’ proprio vero che la cultura non paga!”.

All’inizio non mi ero accorto di lui, quello strano individuo ormai non piu’ giovane, che si aggirava curiosando fra le tombe. Si abbassava a leggere le scritte, guardava le foto e poi proseguiva sulla tomba successiva. Velvet Underground - Heroin Sembrava che cercasse qualcosa, “o forse qualcuno!”, ho pensato io, orgoglioso di questa brillante intuizione, senza accorgermi che in realta’ era cosi’ ovvia da rasentare la stupidita’. Perche’ era chiaro che cercava qualcuno.

“Salve!”, dissi allora avvicinandomi, incuriosito dal suo comportamento. Si era fermato accanto alla tomba di Gianni e lo stava guardando con attenzione. Sembrava mostrasse un po’ di emozione, ma quando lo guardai piu’ attentamente ogni disagio era scomparso, e vidi solo un uomo che guardava una tomba.
“Lo conosce?” gli chiesi. “Si, lo conoscevo” mi rispose lui, e subito mi chiese: “E lei lo conosce?” “Certo!” risposi prontamente. “Eravamo grandi amici durante l’infanzia”
Che strano, pensai. Due sconosciuti si incontrano davanti ad una tomba per scoprire che entrambi condividono un pezzo della propria storia pur non essendosi mai incontrati fino a quel momento. Restammo un po’ in silenzio, poi lui continuo’: “Ma come ha fatto a finire qui?”, indicando la foto di Gianni.
“Eh, e’ una lunga storia”, risposi io. “Aveva cominciato a sbandarsi, una volta iniziate le scuole superiori. Perche’ deve sapere che io andavo sempre a giocare da lui quando ero un bambino, e la sua mamma ci preparava la merenda….” e gli raccontai un po’ quello che ho gia’ raccontato, e mentre parlavo sentivo l’emozione che saliva creandomi un groppo in gola, fino a quando non riuscii piu’ a trattenermi e scoppiai a piangere singhiozzando come un fanciullo. Parlavo e singhiozzavo, e le parole mi uscivano a scatti, e non potevo trattenermi, non riuscivo a darmi un contegno. Non conclusi il discorso, non riuscii a dirgli che sentivo quasi come una mia colpa se Gianni ora era li’, e non ero stato in grado di sottrarlo all’ingrato destino.
Lui non disse nulla. Mi lascio’ sfogare mentre cercavo di dare spiegazioni. Ascolto’ in silenzio pure mentre badavo a esprimere il concetto che era stato sempre uno spirito ribelle, ma alla fine la troppa liberta’ ha un prezzo, … e pure quei cantanti di allora esprimevano dei concetti distorti…, e ci venivano veicolati dei falsi messaggi e…
Lui continuo’ a tacere, ma sembrava conoscesse alla perfezione quanto stavo dicendo, sembrava che non mostrasse emozione ed era li’ impassibile, mentre io pigolavo come un pulcino. Mi vergognai d’essermi lasciato prendere dall’emozione. Mi sforzai di riprendere il controllo e dopo un po’ ci riuscii e smisi di piangere.
“Gia’…” disse lui dopo una pausa, continuando a fissare la lapide e la foto di Gianni che ci osservava con i suoi grandi occhi e la folta massa di capelli ricci. In quella foto non si capisce se sorride o ha le labbra contorte in una smorfia di malinconia. Restammo un po’ in silenzio, in piedi, uno accanto all’altro. Entrambi guardando la foto, forse per evitare di guardarci in faccia, magari col timore di scoppiare nuovamente a piangere, questa volta tutti e due invece che io solo. Quell’uomo non aggiunse altro. Dopo un po’ ritornai alle tombe dei miei genitori e lo lasciai solo. Lui rimase ancora qualche tempo a fissare la foto, immobile, mentre cominciava a soffiare la brezza fresca della sera. Poi si avvio’ in silenzio verso l’uscita.

Non ho mai saputo chi fosse, ne’ l’ho mai piu’ rivisto da allora. Chi era? Magari un suo amico. Magari uno di quelli che aveva condiviso mesembriantemo con lui le speranze tradite di un mondo di liberta’ assoluta. Magari era quello che gli aveva insegnato le arti marziali. Magari era quello che aveva dormito accanto a lui nel dormitorio pubblico. E pensare che ero andato a fargli tutti quei discorsi sui pericoli della vita, tutte quelle frasi moraleggianti sulla necessita’ di trovarsi una sistemazione invece di rincorrere vane illusioni.
Non aveva detto nulla. Sapeva benissimo quanto stavo dicendo. Anzi, forse ne sapeva anche piu’ di me. Quelle vicende le aveva vissute in prima persona mentre io le avevo solo intuite, conoscendo la storia del mio amico Gianni e traendone poi delle personali conclusioni. Lui forse era riuscito a sottrarsi al cappio che gli si stava stringendo al collo e ora era ancora vivo, ed era andato a trovare quell’altro amico che non ce l’aveva fatta.

Chissa’, forse le cose erano andate proprio cosi’. Ma non aveva raccontato nulla di se stesso, ne’ aveva aggiunto qualcosa al torrente di parole che mi erano uscite dalla bocca. Non sapro’ mai neanche come si chiamava, perche’ nell’emozione di raccontare questa storia, che qui ho raccontato, ho pure dimenticato di chiedergli il nome.

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