Robert Silverberg – Mutazione


Robert Silverberg – Mutazione

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Mutazione

Introduzione

Ecco un altro viaggio, un percorso sentimentale sul filo della memoria, alla ricerca dei luoghi che hanno costituito la storia del decennio precedente del nostro protagonista. Si’, perche’ Gundersen ha deciso di ritornare sul pianeta Belzagor e rivedere i vecchi amici di una volta, scambiare con loro qualche chiacchiera e sentire come se la passano ora. C’e’ pure un percorso sentimentale da intraprendere. Vuole rivedere Seena, la donna che ha amato e con la quale aveva fatto l’amore la notte delle cinque lune, la’ vicino alle Cascate di Shangri La. Dicono infatti che sia ancora la’, in mezzo alla foresta, dove si e’ fatta una residenza completa di tutti i ritrovati della scienza per condurre una vita agiata e confortevole, circondata da automi servizievoli e operosi, e purtuttavia vive sola, o cosi’ si pensa.

Il pianeta

Belzagor e’ un pianeta coloniale. Inizialmente conquistato e sfruttato dagli umani, era stato poi abbandonato una volta che le direttive politiche del pianeta Terra avevano impedito ulteriori ingerenze degli umani sulle popolazioni indigene. Ora su Belzagor sopravvivono i meccanismi automatici costruiti dagli uomini che provvedono al mantenimento dello spazioporto e dell’albergo in cui vengono ospitati i pochi turisti che giungono per visitare il pianeta. Ma ormai l’incuria e la foresta stanno avendo il sopravvento e il pianeta di giorno in giorno assume l’aspetto selvatico e naturale che aveva quando gli umani vi avevano fatto scalo la prima volta.

Gli indigeni

Due popolazioni indigene vivono sul pianeta, intelligenti, ma completamente prive del senso della scienza e della tecnica, caratteristica questa che ha fatto invece la storia degli uomini sulla Terra. Queste popolazioni infatti vivono ed hanno vissuto sempre allo stato naturale, incuranti della necessita’ di procurarsi da mangiare per vivere. La foresta ha sempre dato loro tutto cio’ di cui avevano bisogno e non hanno mai sentito la necessita’ di combattere e conquistare territori. Ma c’e’ dell’altro. La prima popolazione e’ prevalentemente erbivora, ha un aspetto molto simile agli elefanti terrestri, con proboscide, orecchie e zampe enormi, proprio come un elefante. Questa caratteristica fisica ha sempre istintivamente portato gli umani, sbarcati sul pianeta, a considerarli come animali, finendo per disprezzarli e sottovalutarli, anche se i Nildoror (cosi’ si chiama la popolazione elefantesca) sono comunque dotati di un linguaggio articolato in grado di esprimere concetti complessi e ragionamenti evoluti. La seconda popolazione invece e’ carnivora, di aspetto feroce, bipedi, ma con mani artigliate e denti a zanne che escono minacciosamente dalla bocca. Il corpo e’ muscoloso e massiccio, quasi tre metri di statura. Difficile, anche per questa seconda popolazione, non essere considerati alla stregua di animali, visto il loro aspetto rozzo e feroce. Eppure anche i Sulidoror (cosi’ vengono chiamati) possiedono un linguaggio e hanno intelligenza. Sono ottimi lavoratori, servizievoli e infaticabili.

Le due popolazioni indigene non si combattono fra loro, ma sembrano avere stabilito un tacito accordo di collaborazione e rispetto reciproco. Oltre alla stranezza della non belligeranza, della mancanza di tecnologia, dell’assenza di citta’ e strade, fra le due popolazioni non ci sono bambini, ne’ anziani, solo adulti di eta’ media. Periodicamente, i rappresentanti di entrambe le popolazioni sentono come un intenso desiderio di intraprendere un viaggio verso il Territorio delle Nebbie, un luogo posto a Nord e perennemente immerso nella nebbia, in cui si dice che avvengano strani riti di purificazione e di rinascita. Nessuno sa cosa avvenga in quei luoghi perche’ agli umani e’ proibito il passaggio mentre gli indigeni che si sono inoltrati la’, non sono piu’ ritornati.

Il viaggio sentimentale

Gundersen e’ intenzionato a ripercorrere i luoghi della passata esperienza su quel pianeta, ma anche vorrebbe conoscere cosa succede durante quei riti di rinascita, e capire cosa sia quella che gli indigeni chiamano “rinascita”, se sia cioe’ una semplice purificazione spirituale dall’intossicazione della civilta’, o se si spinga ancora oltre fino a coinvolgere l’intera struttura materiale e fisica di un individuo, come se si potesse abbandonare il proprio corpo e rivestirne un altro nuovo e privo dei disagi della vecchiaia e della morte. Con questi interrogativi che incessantemente gli occupano la mente, Gundersen intraprende il viaggio verso il Territorio delle Nebbie, ma lo fa costruendo delle tappe in ognuno dei luoghi in cui aveva vissuto gli anni addietro, quando era Governatore Coloniale, e in cui spera di incontrare i vecchi amici e informarsi sulle vicende della loro vita in sua assenza. Lo accompagna un Nildor che gli fa sia da guida indigena nella giungla selvaggia, come anche da cavalcatura, poiche’ si fa montare a cavallo come si fa per gli elefanti; e anche da compagno per conversare e scambiare opinioni.

Durante la prima tappa Gundersen giunge alla stazione nella giungla, ora in rovina, dove si estraeva il siero della longevita’ dal veleno dei serpenti, siero una volta destinato al ricco mercato terrestre dei prodotti contro l’invecchiamento e la morte. Questa ossessione degli esseri umani di poter sconfiggere la morte, pensa Gundersen, e’ oltremodo inopportuna e disumana. Eppure, egli pensa, questo siero aveva ridotto notevolmente la fase di invecchiamento riuscendo quasi a sconfiggere la morte. Quel veleno dei serpenti era veramente una pozione miracolosa, faceva ricrescere gli arti amputati, rigenerava le cellule necrotiche, ridava energia e vitalita’ a quei corpi consunti dalla vecchiaia. Ma ora la stazione era abbandonata e giaceva in rovina.

Il viaggio di purificazione

Ad ogni tappa del suo viaggio, Gundersen aggiunge un tassello al mosaico dell’enigma di quel pianeta, ed ogni tessera lo convince sempre piu’ che deve giungere fino al luogo dove avvengono quei misteriosi riti di rinascita e la’ sottoporsi anch’egli alla rinascita di se stesso. Perche’?, verrebbe da chiedersi, perche’ rinascere? Non basta e avanza la fatica di un’unica vita? Ma Gundersen prosegue ostinatamente e noi lettori veniamo trascinati inesorabilmente assieme a lui nel vortice degli eventi che lo portano a scoprire i due amanti umani che sono rimasti intrappolati nella giungla ed ora sono rosi dai parassiti, che stanno loro succhiando tutte le energie vitali. Poi giunge a Shangri La, dove vive ancora la sua amante Seena, in solitudine, dopo aver rinunciato ad andare oltre nel tragitto verso la rinascita. Seena sembra come sospesa nella vana speranza di trovare l’uomo della sua vita, l’amore perfetto, che pero’ non puo’ essere Gundersen, che pure lei ha amato sinceramente e appassionatamente. Non puo’ essere l’amante che lei cerca perche’ Gundersen e’ troppo ostinatamente ossessionato dalla misteriosa rinascita e deve continuare il suo viaggio. Anche Ulisse nell’Odissea rinuncia all’amore con la dea Calipso per continuare il suo viaggio di ritorno in patria, per ritrovare se stesso e la sua vita di essere umano. Ulisse e Gundersen rinunciano alle seduzioni dell’amore perfetto, dell’amore sublime e infinito, e continuano il viaggio, che e’ un viaggio fisico, ma psicologicamente corrisponde ad un viaggio all’interno della propria anima, ed e’ un viaggio di penitenza, purificazione e rinascita.

Gundersen incontra altri suoi amici durante il tragitto. Incontra Kurz, responsabile della stazione dei serpenti nella giungla. Ha tentato la rinascita sottoponendosi al rito, ma la sua anima era troppo corrotta e la rinascita non e’ riuscita. Ora giace su un letto, ne’ uomo ne’ animale ne’ pianta, continuamente ossessionato da misteriosi incubi. Trova anche l’altro amico col quale avevano percorso l’altopiano alla ricerca di fossili e di animali strani e piante sconosciute. Ora giace anche lui su un letto, consunto dal cancro che gli rode le viscere e gli prosciuga le energie vitali. Lo assistera’ negli ultimi momenti fino al sopraggiungere della morte liberatrice dalle sofferenze.

Ad ogni tappa Gundersen incontra gente che ci ha provato, ha tentato di intraprendere una via, di costruirsi una vita, anche se non sempre moralmente felice, e li trova sofferenti e malati, sconfitti, distrutti, a un passo dalla morte, corrosi da quella natura che hanno cercato di conquistare e piegare alle proprie volonta’. La Natura ogni volta ha dimostrato a Gundersen il suo diritto ad essere lei la madre e matrigna delle vicende umane. Nonostante tutto Gundersen prosegue il viaggio, fino all’epilogo, che non rivelo per lasciare al lettore il piacere della sorpresa.

Il viaggio spirituale

Mutazione

Mi basta qui ribadire il concetto , gia’ altresi’ sviluppato in altra sede, del cammino spirituale dell’individuo che si trova ad un certo momento della propria vita a dover intraprendere un viaggio misterioso, irto di difficolta’, non sempre a lieto fine, in cui i confini fra reale e immaginario si fanno via via piu’ indistinti, un cammino che ha con se’ la speranza di una rinascita, un rinnovamento. Ci si volta indietro durante il tragitto e si scorge da lontano quanta gente non ce l’abbia fatta, quanti abbiano rinunciato fermandosi in una specie di paradiso dorato ma illusorio; quanti invece siano rimasti coinvolti dentro gli eventi fino a rimanerne come risucchiati e siano scomparsi.

Anche il tragitto di Ulisse nell’Odissea e’ un tragitto alla ricerca di se stesso, dove gli vengono offerte diverse prospettive: d’amore, con Calipso, Circe e Nausicaa, la fanciulla figlia del re dei Feaci; di convivenza sociale, con la brutalita’ di Polifemo, la droga dei mangiatori di loto, la societa’ perfetta e felice dei Feaci, infine l’egoismo e il tradimento dei Proci. Anche Gundersen nel suo tragitto ha modo di osservare e giudicare diverse soluzioni, tanti tentativi, ma tutti fallimentari o rinunciatari. Gundersen non perde di vista l’obiettivo, non si lascia sviare da facili soluzioni o allettamenti. Come Ulisse, riesce a riconoscere dove sta il pericolo o dove ci sono elementi fuorvianti

A corollario dei tentativi di entrambi sta un vago sospetto che la scienza e la tecnica non siano gli strumenti giusti per risolvere i problemi della vita e di questo lo scrittore Robert Silverberg se ne fa una ragione pur non dicendolo apertamente. Egli ci mostra le due razze dei Nildoror e dei Sulidoror che convivono pacificamente, non hanno tecnologia, e non si preoccupano del domani. Questo romanzo e’ pervaso da una certa religiosita’, un senso vago di insondabilita’ dell’animo umano, un senso fortissimo di incomunicabilita’ degli esseri umani nonostante tutto il loro chiassoso conversare. Sembrerebbe un epilogo totalmente negativo, quello cui ci spinge la curiosita’ di conoscere cosa succedera’ a Gundersen, invece cio’ non avviene. Se da un lato si deve constatare la solitudine infinita degli esseri umani, chiusi inesorabilmente dentro se stessi e la loro unica vita, la prospettiva offerta dal pianeta Belzagor e’ quantomai curiosa e originale, e non manca di sorprenderci ogni volta che si legge questo romanzo.

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