Luciano di Samosata – Opere scelte in versione audio


Luciano di Samosata – Opere scelte in versione audio

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Boecklin: Isola dei Morti

TRATTO DA: “Opere di Luciano” voltate in italiano da Luigi Settembrini.
Ed. Felice Le Monnier – Firenze, 1861
https://archive.org/details/operedilucianovo02luciuoft/operedilucianovo02luciuoft.pdf

Sommario

Introduzione

Luciano di Samosata visse dal 120 al 200 circa dopo Cristo. Seguace della filosofia cinica, per cui la verita’ sta in cio’ che si attiene alle leggi naturali, e’ portato a guardare con sospetto e criticare tutte le strutture logiche che l’uomo costruisce intorno a se’ per dare un senso alla vita. Gli dei, le tradizioni, le abitudini della societa’, tutto questo passa dentro il tritacarne del suo sferzante umorismo dissacratore e ne esce in poltiglia.

La filosofia cinica e’ una interpretazione e una evoluzione del metodo socratico.

L’atteggiamento filosofico introdotto da Socrate tendeva ad analizzare e discutere tutte le convenzioni della societa’ per trovare, attraverso il ragionamento, la verita’ assoluta su cui basare il comportamento umano. Ma la filosofia cinica esaspera questo atteggiamento critico, smonta tutte le convenzioni sociali e conclude che solo il comportamento naturale e’ vero, quello cioe’ conforme a natura; tutto il resto e’ artefatto umano, da deridere e disprezzare. Diogene, il maggiore e il piu’ conosciuto dei filosofi di questa scuola, spinto da un eccesso di “natura”, va a vivere in una botte e li’ muore avvelenato per aver mangiato un polipo crudo. Menippo, a sua volta, deride e disprezza l’attaccamento dell’uomo alle ricchezze, l’ingordigia nel mangiare, la perversione di amori innaturali, il potere, la vanagloria, la fede religiosa.

Ma cosi’ facendo questi filosofi distruggono tutto. Pur riconoscendo che le convenzioni di una societa’ organizzata spesso non rispondono a criteri di assoluta ragionevolezza, l’eccesso di razionalismo critico porta a sradicare qualsiasi convinzione senza costruire nulla al suo posto, e lascia l’individuo solo, alle prese con un vuoto morale carico di conseguenze nefaste:

  • se tutto e’ indifferente, tutto e’ permesso
  • se in natura la legge e’ quella del piu’ forte, allora e’ conforme a natura che nella societa’ umana il forte sopprima il debole e governi di diritto

Siamo lontani dalla filosofia socratica, che pure insegnava a non accettare acriticamente le imposizioni sociali. Quello era un atteggiamento costruttivo, questo invece…, non e’ chiaro dove puo’ condurre.

Ci sono delle motivazioni politico-economiche che giustificano la diffusione del cinismo e dello stoicismo a Roma intorno al II secolo. Con la politica di romanizzazione delle province perseguita dagli imperatori Vespasiano, Tito, Traiano, fra la fine del I secolo e l’inizio del II, l’apparato di potere che circondava l’imperatore andava trasformandosi. Ai senatori di origine italica andavano sostituendosi quelli provenienti dalle province romanizzate. L’imperatore rafforzava il suo potere e il controllo burocratico concedendo la cittadinanza romana alle province e sostituendo gli elementi italici del senato con elementi delle province. Cio’ costituiva un vantaggio sia per l’uno che per gli altri. Gli individui legati a Roma che si erano arricchiti con la pace imperiale imposta gia’ dai tempi di Ottaviano Augusto, aspiravano ardentemente a prendere parte alla vita politica di Roma ed erano dei fedeli alleati dell’imperatore, avversi alla vecchia compagine senatoriale costituita da aristocratici di origine romana e italica e tendenzialmente repubblicani. Da questo sistema di favori politici ed economici tuttavia erano rimaste in disparte le province della parte orientale dell’impero. Pochissimi Greci erano stati accolti nel senato o nelle guardie pretoriane a difesa dell’imperatore. Ancor meno erano i rappresentanti delle zone piu’ a oriente, verso i confini coi regni persiani. A cio’ si deve aggiungere la delusione delle fasce colte di queste popolazioni che speravano in una rinascita culturale dell’ellenismo sotto la protezione di Roma. Ma questo non era avvenuto. Gli imperatori avevano privilegiato le zone della Spagna, della Gallia e dell’Africa, trascurando le zone ellenistiche. Di questa delusione si fecero portavoce a Roma i filosofi stoici e cinici che si riversarono nella capitale dell’impero nel corso del I e del II secolo. I cinici sobillavano le fasce basse della popolazione di Roma inducendole a criticare ogni forma di convenzione e non accettare l’attuale stato di cose. Stoici e Cinici pretendevano di educare indirettamente l’imperatore all’esercizio del buon governo (basileia in greco), e mettendolo in guardia contro i pericoli dell’assolutismo, rappresentato dalle esperienze negative di Caligola, Nerone e in seguito Domiziano. Questo assolutismo era definito tirannide. La reazione stizzita dell’imperatore Vespasiano di fronte all’atteggiamento critico dei filosofi nei suoi confronti, fu il decreto di espulsione dei filosofi da Roma del 72 dopo Cristo. Ma essi tuttavia non desistettero e ripresero a fluire a Roma per tutto il corso del II secolo.

Luciano, pur se vissuto qualche decennio dopo questi avvenimenti, partecipa del clima di disappunto delle popolazioni colte delle province orientali, e se ne fa portavoce. Non manca di scrivere contro la tirannide, contribuisce a scardinare la quiete della pax romana col suo atteggiamento cinico critico verso le convenzioni e le istituzioni sociali, istituzioni che in questo caso erano quelle dell’impero e dei loro imperatori. Non manca neppure di sorridere/irridere alle convenzioni religiose.

Di Luciano apprezziamo la grande abilita’ di scrittore, la vivacita’ delle trame, il frizzante tratteggio dei personaggi che, siano essi seri oppure no, ci suscitano sempre un moto di simpatia e benevolenza.

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Dialoghi dei morti

Questi dialoghi affrontano il tema della vita nell’aldila’. Per Luciano, materialista convinto, la morte e’ la fine della vita, non c’e’ ritorno ne’ nuova vita, solo una specie di limbo in cui le anime vengono “depositate” e li’ rimangono in eterno. Il tema della morte suscita negli uomini sempre una certa apprensione, ma in questi dialoghi scompare ogni paura e prevale l’ironia. Crate, Diogene e Menippo, filosofi cinici, nullatenenti in vita, qui fra i morti si fanno beffe dei “grandi” del passato, costretti ora a condividere un modesto angolino insieme a ciabattini, servi e schiavi. Perche’ la morte livella tutto e nel Regno dei Morti gli onori non hanno alcun valore.

Che aspetto ha il Regno dei Morti?

Quando si muore si giunge alla riva di un fiume e li’ si viene imbarcati su una nave che ci traghettera’ all’altra sponda. Il traghettatore e’ Caronte. Il conduttore delle anime dal Regno dei Vivi e’ Mercurio, messaggero degli dei. Una volta giunti all’altra riva si viene sottoposti al giudizio e la nostra ombra e’ la principale testimone durante il processo. Cosa succeda dopo il processo non e’ ben chiaro. Si subiscono supplizi atroci se atroci siamo stati in vita; si viene umiliati se superbi siamo stati in vita, anche se il giudizio morale non e’ una caratteristica peculiare delle descrizioni dell’Aldila’ offerte da Luciano. Diciamo che al furore e allo sdegno prevale un distaccato e aristocratico disprezzo finalizzato all’ironia. Nelle descrizioni del Regno dei Morti di Luciano di Samosata si viene continuamente trascinati ad un confronto con l’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Ritengo che Luciano abbia ampiamente influenzato Dante per immaginare il suo Inferno, come noi dobbiamo molto ad entrambi, ma soprattutto a Luciano, per il nostro attuale immaginario collettivo di un mondo dell’Aldila’.

Che aspetto hanno i morti nell’aldila’?

Danza macabra

A volte Luciano li definisce ombre vane, molto piu’ spesso li immagina come teschi scarnati e ossa spolpate. Nessuna descrizione d’ambiente viene fornita al lettore, a volte si accenna a pene insopportabili come conseguenza dei vizi perseguiti in vita. I morti pero’ ricordano e spesso rimpiangono la vita passata, ed e’ qui che Luciano li sferza e li punge senza pieta’ per bocca dei maestri del Cinismo. Anch’essi sono li’, fra i dannati, esclusi dall’Olimpo, come tutti i comuni mortali. Crate, Diogene e Menippo, si aggirano fra le anime e non perdono occasione per deridere i falsi pregiudizi che i grandi del passato dimostrano di avere anche li’, nel Regno dei Morti, ora che la loro condizione li accomuna tutti in misura eguale. Incontriamo cosi’ Alessandro Magno che si vanta di essere il migliore, Mausolo che pretende di aver costruito la tomba piu’ imponente (da cui deriva il nostro termine mausoleo), Socrate che continua a filosofeggiare con aristocratico distacco.

Spicca fra tutti la figura di un povero (semplicemente cosi’ lo definisce Luciano, senza nome), commovente nella sua semplicita’, povero che in vita non aveva nulla, era brutto, storpio e sordo, tuttavia entra nel Regno dei Morti piangendo e dichiarando:

“Bella era la luce, la morte e’ terribile e aborrita”.

Infatti questa e’ la conclusione di Luciano.

La vita e’ bella comunque e vale la pena di essere vissuta anche se si e’ storpi, poveri e brutti. La morte non deve essere cercata. Verra’ essa comunque inesorabilmente quando sara’ il suo momento.

I dialoghi sono 30.

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Dialoghi degli dei

Questi dialoghi pacatamente ridicolizzano gli dei della religione ufficiale, nei quali ormai gli stessi Romani non credevano piu’, ma che tuttavia nessuno osava buttare al macero. Tutte quelle storielle offerte dalla letteratura del tempo su dei e dee che litigano fra loro, su Giove che partorisce Minerva facendosi spaccare il cranio da Vulcano, eppure si dice anche che l’abbia partorita da una coscia, sui banchetti e festini che continuamente si offrono lassu’ sull’Olimpo; tutte queste storie ormai non meravigliavano piu’. E se qualche centinaio di anni addietro, agli inizi della fortuna di Roma, potevano essere valide a suscitare meraviglia, timore e riverenza, oggi, ai tempi di Luciano, si riesce soltanto a sorridere increduli, ma non si ha ancora il coraggio di dichiararne apertamente la falsita’.

La nuova fede nel Cristianesimo era ancora lungi dall’affermarsi.

Il dio Bacco

I dialoghi sono 26.

Il piu’ famoso e’ il ventesimo: “Il Giudizio delle Dee”. Giove dichiara che un mortale dovra’ giudicare chi, fra Giunone, Venere e Minerva, deve essere considerata la dea piu’ bella. La vicenda si intreccia e alla fine le dee si spogliano, si mostrano, e Paride giudica e commenta.

C‘e’ una punta di erotismo in questo racconto; e non stento a credere che le attrici sul palcoscenico si siano ampiamente spogliate e mostrate al pubblico scatenato. 🙂

Il sorriso e’ comunque l’intento di Luciano; il sorriso pacato e benevolo di un Greco che guarda gli dei Romani con un po’ di aristocratico distacco.

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Menippo o la negromanzia

Menippo, filosofo cinico, e’ appena ritornato da un viaggio nel Regno dei Morti, quando incontra il suo amico Filonide.

Le tre Moire: Atropo, Cloto, Lachesi (Inesorabile, Filatrice, Sorte)

Interrogato da quest’ultimo sul motivo della prolungata assenza, Menippo rivela cio’ che ha visto: che fine fanno quegli uomini importanti che tanto hanno fatto tremare gli individui quando sono stati in vita. Re, satrapi, ricchi, usurai, ora sono costretti a rattoppare ciabatte, condividere l’angolino loro assegnato con uomini di nessuna importanza: servi, operai, schiavi. Menippo e’ stato spinto la’ dalle insistenti domande su come comportarsi in vita, domande che egli formula sulla base degli scritti dei filosofi famosi e ai quali attribuisce onore e prestigio

Decide pertanto di intraprendere un viaggio al Regno dei Morti facendosi accompagnare da Mitrobarzane, un negromante persiano, esperto di arti magiche. Costui lo prepara sottoponendolo a numerosi sortilegi, incantesimi, riti propiziatori. Infine, vestito come un eroe dell’antichita’, lo conduce lungo un sentiero fino al Regno dei Morti. Qui Menippo assiste al giudizio dei nuovi arrivati e ha modo di osservare chi sono i testimoni delle nostre azioni e quali pene vengono comminate. Ebbene, il testimone principale e’ la nostra stessa ombra, che ci accompagna durante tutto l’arco della vita e osserva e notifica tutte le azioni, benfatte o malefatte. Appena pronunciato il verdetto, le anime vengono trascinate via e, se condannate, iniziano il supplizio, altrimenti vagano per i prati di asfodelo o ristanno nell’angolino loro assegnato.

Anche qui i filosofi continuano a discutere e ad accapigliarsi senza concludere un accidente. Pure Tiresia, l’indovino cieco che ha consigliato Ulisse durante l’Odissea, interrogato da Menippo sulla migliore filosofia di vita da condurre, dichiara che essa sta nell’ignoranza, usare bene del presente, passare ridendo sopra molte cose, non dare importanza a nulla. Con queste raccomandazioni, in parte deluso, in parte soddisfatto, Menippo si fa indicare da Mitrobarzane la via per ritornare al mondo dei vivi e appena ricomparso in superficie, incontra appunto Filonide e si conclude il racconto la’ dove era iniziato.

Degna di nota e’ la descrizione del rito di purificazione cui viene sottoposto Menippo da Mitrobarzane, prima di intraprendere il viaggio. Una copia quasi identica del rito l’ho potuta osservare durante un documentario televisivo sui rituali magici in Asia. Evidentemente la pratica e’ diffusa ancora oggi. Dice infatti Luciano: “…Il mago adunque per ventinove giorni, cominciando con la luna nuova, mi lavo’, … e rivolto all’oriente recitava una lunga canzone, … Dopo la canzone mi sputava tre volte in faccia … mi mondo’, girandomi intorno con fiaccola, frusta e altre cose, e mormorando quella sua canzone…”

Luciano non crede alla magia, come non crede agli dei cosi’ come sono descritti dai poeti antichi. Considera gli onori e i privilegi che si acquisiscono in vita assolutamente inutili, perche’ quando si muore bisogna lasciarli tutti. Percio’ le sue descrizioni dell’aldila’ sono sempre vivide, grottesche, ironiche, assolutamente prive di panico o terrore, assente ogni forma di sublimita’.

Singolare la figura di Tiresia, il famoso indovino descritto nell’Odissea. Ulisse nell’Odissea discende nell’Ade per interrogare Tiresia su quale strada seguire per tornare alla sua dimora: Itaca. Menippo, forte dell’insegnamento di Ulisse e convinto dalla popolarita’ e autorevolezza del poeta Omero, vuole anch’egli interrogare Tiresia. Ma ne riceve una risposta in perfetto stile filosofia cinica: vivere alla giornata, le convenzioni della societa’ sono artefatti degli uomini su cui si puo’ giustamente ridere; le ricchezze non fanno la felicita’ e quest’ultima risiede nel prendere piacere di cio’ che di volta in volta offre la natura. Percio’ anche il cercare di vivere meglio, con maggiore decoro, circondati da agiatezze, serve a niente, si puo’ anche vivere dentro una botte ed essere felici lo stesso. Cosi’ faceva Diogene infatti, in un eccesso di zelo nel percorrere la via dell’abbandono di ogni convenzione.

Come gia’ anticipato nell’Introduzione, questo atteggiamento dissacratorio, se non accompagnato dalla costruzione di piu’ solidi principi morali, porta ad un vuoto etico che ha due pericolose conseguenze:

  • nulla e’ vero, scetticismo totale
  • tutto e’ indifferente, lassismo totale

Ma non e’ tuttavia l’atteggiamento di Luciano che, pur non dichiarandolo apertamente , ci induce a ritenere validi i principi di giustizia, uguaglianza, liberta’, solidarieta’, giusta misura. Sono questi i principi che misurano il livello di civilta’ raggiunto dagli esseri umani organizzati in societa’.

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Il Tragitto o il Tiranno

Caronte, il traghettatore dei nuovi arrivati dal Regno dei Vivi a quello dei Morti, e’ preoccupato perche’ Mercurio, incaricato di accompagnarli, e’ in ritardo. Il motivo e’ presto detto. Uno dei morti ha tentato la fuga ed e’ stato riacchiappato all’ultimo momento, causando non pochi disagi al gruppo. Questo mascalzone si rivela esser stato in vita un irriducibile tiranno, di nome Megapente, tanto feroce e spietato prima, quanto affranto e supplichevole ora che e’ morto.

Diogene il Cinico

Interrogato da Cloto, la Parca che si occupa della accoglienza dei nuovi arrivati, il tiranno Megapente tenta subito di corromperla offrendo ricchezze e onori; ma viene sbeffeggiato e redarguito, perche’ ora la musica e’ cambiata e nel Mondo dei Morti queste offerte non hanno alcun valore. Megapente racconta quindi come e’ morto e come tutti abbiano gioito appena lui se n’e’ andato. Mentre era steso sul feretro, i cortigiani passavano a sputargli in faccia e la sua concubina si e’ sollazzata un cortigiano proprio davanti al letto funebre.

Fra i traghettati ci sono anche Diogene, il filosofo cinico, e Micillo, un ciabattino nullatenente.
Mentre Megapente si dispera e rimpiange la vita perduta, Diogene e Micillo rimangono indifferenti e forse un tantino soddisfatti perche’ finalmente hanno finito di soffrire. Diogene, in perfetto stile cinico, ritiene la morte assolutamente conforme a Natura, percio’ viene accettata senza rimpianti; e poiche’ in vita non aveva nulla, a maggior ragione non ha nulla da rimpiangere ora. Micillo pure era talmente povero che, nonostante sia digiuno di cognizioni di filosofia cinica, si trova in perfetta sintonia con Diogene e non rimpiange la vita perduta. Entrambi si avvieranno lungo la via che mena alle Isole dei Beati tenendosi per mano e chiacchierando affabilmente.
Megapente invece, tiranno egoista e dissoluto, viene processato da Radamanto, giudice dei Morti. Gli accusatori sono il Letto, che ha dovuto vedere tutte le nefandezze compiute sopra di se’, e la Lanterna, che ha dovuto illuminare suo malgrado i delitti commessi da quest’uomo. La pena inflitta a Megapente sara’ di negargli l’acqua del fiume Lete, quella che da’ l’oblio, condannandolo a ricordare per sempre le indicibili ingiustizie che ha inflitto agli altri, senza possibilita’ di ricevere mai per queste riposo e pace.

Il personaggio di Micillo in particolare merita attenzione perche’ riflette indirettamente la grande ingiustizia sociale cui era sottoposta la civilta’ romana. L’aristocrazia terriera e i grandi mercanti forse avevano un tenore di vita piuttosto elevato e potevano fare sfoggio di lusso e agiatezza anche se cio’ era in gran parte ostentazione piuttosto che reale benessere. Il resto della popolazione era formato da poveri contadini, sempre soggetti alle angherie dei padroni terrieri, e da piccoli artigiani, sempre al limite dell’indigenza e della poverta’ assoluta. Micillo e’ appunto uno di questi piccoli artigiani, infatti e’ un ciabattino. La sua vita e’ cosi’ misera da indurlo a desiderare la morte e accoglierla con amara rassegnazione, quando essa sopraggiunge, sicuro com’e’ di non rimpiangere nulla di cio’ che lasciera’ in vita, poiche’ in vita non aveva nulla.

Ancora una volta Luciano approfitta dei suoi personaggi per denunciare le ingiustizie sociali. Il suo credo filosofico lo porta a riconoscere l’uguaglianza di tutti gli uomini e il comune diritto all’esistenza, entrambi dovuti per diritto naturale. Duemila anni piu’ tardi, alcuni filosofi del XIX secolo, Karl Marx e Friedrich Engels, partendo da premesse completamente differenti, giungeranno a teorizzare la fine delle ingiustizie sociali in favore di una societa’ priva di differenziazioni di classe.

La filosofia di Hegel, conciliativa e accomodante, sosteneva che dal perenne contrasto fra tesi e antitesi scaturiva la sintesi del progresso infinito dell’umanita’, progresso volto ad un miglioramento qualitativo della vita che non avrebbe conosciuto piu’ rallentamenti o regressioni. A questa visione “edificante” del progresso umano avevano risposto Marx e Engels affermando che cio’ era perfettamente falso. Il contrasto fra poveri e ricchi, fra chi ha tutti i diritti e chi non ne ha nessuno, avrebbe invece prodotto una insanabile rottura in cui si sarebbe sancita la fine delle ingiustizie sociali in favore di una societa’ senza differenziazioni di classe o di censo. Beh, sia Hegel che Marx ed Engels per ora hanno visto vanificate le loro tesi. Rimane la loro denuncia, cosi’ come quella di Luciano, che almeno per diritto naturale tutti gli uomini dovrebbero avere uguali possibilita’ di vivere e di esistere.

Anche questo dialogo e’ colmo di situazioni comiche. Caronte e’ un vecchio brontolone attaccato al denaro: pretende gli oboli dai traghettati e si indispettisce quando Diogene e Micillo glieli negano. Megapente tenta di corrompere la Parca Cloto, ricevendone beffe. Micillo il povero, rischia di rimanere a piedi perche’ la barca e’ gia’ piena, ma infine viene stipato sulle spalle di Megapente il tiranno. Le scene si sviluppano frizzanti e vivaci fin dall’inizio e il lettore giunge alla fine del dialogo col sorriso sulle labbra.

I temi filosofici del Cinismo sono ribaditi chiaramente: nessuna ammirazione ma anzi condanna di cio’ che genera differenze sociali, soprattutto onori, ricchezza, potere. Gli uomini per natura sono nati uguali e tali dovrebbero essere nel corso della vita, ma solo la morte li eguaglia ed accomuna.

In ottemperanza a tali convinzioni, Megapente viene condannato, e cosi’ deve essere per tutti coloro che usurpano la vita degli altri per celebrare il proprio infinito egoismo. Luciano ammette l’egualitarismo e condanna gli eccessi, non rimanendo totalmente indifferente di fronte alle ingiustizie. Il suo cinismo in fondo e’ ancora costruttivo e non soltanto dissolutorio.

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Vendita di vite all’incanto

Ci sono buoni e cattivi filosofi. Si puo’ fare filosofia modestamente e umilmente, chiedendosi perche’ siamo e cosa siamo, quale scopo per la nostra vita, se essa sia l’unica o solo il principio di un’altra piu’ significativa. Ma se l’altra e’ piu’ significativa, allora perche’ questa? Perche’ rinunciare a cio’ che ci viene offerto per rincorrere qualcosa di piu’ effimero ma che viene proposto come piu’ vero?

Insula romana

Molti filosofi nell’antichita’ sfruttavano queste doverose domande, che ognuno si pone, per fare del sensazionalismo, offrendo risposte paradossali che tuttavia suscitavano interesse e curiosita’ negli ascoltatori. Sulla scia di questa curiosita’ molti costruivano il loro edificio filosofico vendendo a caro prezzo le loro lezioni e offrendo l’impressione d’avere una risposta a qualsiasi domanda. Alcuni anche giocavano abilmente sulla ambizione intrinseca in ogni individuo e la presunzione di sapere da se stessi qualsiasi risposta se solo si imparasse a far emergere le potenzialita’ nascoste e non sfruttate della nostra mente.

Di questi filosofi si occupa Luciano nel dialogo, cogliendo i lati spiccioli e piu’ incresciosi del loro atteggiamento:

  • nell’atto di vendere fumo e suscitare scalpore e meraviglia
  • nell’atto di predicare un individualismo sfrenato, edonistico
  • nell’atto di mostrare indifferenza e ridere o, al contrario, piangere
  • nell’atto di sfruttare la propria capacita’ di ragionamento per produrre solo paradossi logici

E’ evidente che la filosofia non e’ questo.

Cosi’ come nella religione, le capacita’ logiche dimostrative devono essere corredate da una buona dose di fede e umilta’; altrettanto in filosofia le capacita’ logiche dimostrative devono essere corredate da una buona dose di buon senso e umilta’.

Ammetto pero’ che il buon senso e l’umilta’ non possono essere strumenti filosofici accettabili. Forse il metodo socratico dell’accettazione critica delle tesi stabilite puo’ tornare utile, se finalizzato ad una dialettica costruttiva, e non al mero compiacimento di se stessi e delle proprie capacita’ di ragionamento, come purtroppo succedeva in molti filosofi di allora, che usavano la logica per giungere a dimostrare le assurdita’.

Il dialogo si snoda in maniera serrata, fra battute ironiche, pungenti domande e fumose risposte. Attraverso i filosofi si svende la filosofia, ormai ridotta ad un ammasso di cognizioni contrastanti fra loro, di cui si puo’ sorridere e farsi beffe. Di certo Luciano vorrebbe dai filosofi un atteggiamento piu’ rispondente a natura, meno artefatto. Ma il dialogo si interrompe, magari anche un po’ bruscamente, sul far della sera, quando la bottega deve ormai serrare per sopraggiunto orario di chiusura, con la promessa di riaprire il giorno successivo con altre ed altrettali offerte sensazionali: ignoranti filosofastri, facchini della scienza, ciarlatani di piazza.

Ma curiosiamo un po’ fra le risposte di questi filosofi che, se avevano dei difetti come esseri umani, hanno comunque costruito dei sistemi filosofici di valore altissimo.

Pitagora

Insegna a diventare sapiente. Per ottenere la sapienza dichiara di:

  • insegnare nulla
  • saper rendere pura l’anima mondandola da ogni sozzura
  • saper indurre a ricordare le esistenze passate
  • condurre l’allievo a imparare a tacere per cinque anni interi prima di porre domande
  • quindi l’allievo si esercitera’ nella musica, nella geometria e nell’aritmetica

Quando Pitagora si spoglia e mostra una coscia d’oro, l’incanto e’ compiuto. Pitagora verra’ venduto, ma solo per dieci mine, un prezzo relativamente modesto. Giove venditore non mercanteggia e si disfa subito della merce non proprio genuina.

Diogene Cinico

Insegna ad essere felici. Per ottenere la felicita’ occorre:

  • rinunciare alla mollezza e ai piaceri
  • essere poveri, faticare, stancarsi, dormire a terra, bere acqua, nutrirsi di ogni cibo a caso
  • buttare le ricchezze, rinunciare alla famiglia e ai figli
  • lasciare la casa paterna e andare ad abitare in un sepolcro, una torre abbandonata o meglio una botte
  • lasciarsi frustare e torturare gridando la propria indifferenza ai piaceri e ai dolori
  • essere sfrontato ed arrogante, usare male parole con tutti, offendere, insultare, parlare barbaro
  • nessun pudore, nessuna dolcezza, nessuna timidezza, ma fare in pubblico cio’ che si dovrebbe arrossire a farsi in privato: ogni ridicola e sozza lascivia
  • infine mangiare una seppia e un polipo crudi e, avvelenati da questo cibo, andarsene all’altro mondo

Luciano ha perfettamente ragione a maledire e insultare la deriva assunta da questi comportamenti. Perche’, se e’ vero che il cinismo era nato dall’atteggiamento socratico che tendeva a porre le convenzioni, e le abitudini della societa’ organizzata, sotto il controllo del ragionamento, e quindi a smascherare le pretese gratuite; era anche vero che molti seguaci del cinismo ne avevano esaperato l’atteggiamento critico, finendo per rinunciare anche ai piu’ elementari criteri di civilta’ e di vita sociale, abbandonandosi al piu’ sfrenato individualismo. Rinunciando perfino a cuocere il cibo, si puo’ solo morire di epatite fulminante.

Aristippo di Cirene

La scuola cirenaica poneva il piacere come fine primario dell’esistenza. Aristippo si sarebbe pero’ limitato a dirigere i propri comportamenti in senso edonistico, verso un certo aristocratico distacco ironico, privilegiando gli elementi dell’autonomia esistenziale e dell’autosufficienza; abbastanza lontano dall’edonismo rozzo del quale in seguito venne spesso accusata la scuola cirenaica. (https://it.wikipedia.org/wiki/Aristippo)

Nessuno si offre per comprare Aristippo, il quale si mostra ai compratori ubriaco e cosparso di belletti e profumi.

Eraclito di Efeso – Democrito di Abdera

Democrito, filosofo della teoria atomista, sosteneva che il mondo era costituito di atomi, particelle elementari inscindibili. La varieta’ del mondo osservabile derivava dal cozzare casuale degli atomi gli uni con gli altri. Negli spazi fra gli atomi c’era il vuoto. Proprio sul vuoto si sofferma Luciano e con ironia fa della teoria atomistica la teoria del vuoto.

Dice Democrito, ridendo scioccamente: “Tutto e’ vuoto e io me la rido. Rido di voi e delle vostre azioni che sono concorso casuale di atomi e vuota immensita’”. Democrito ribadisce in poche parole una delle principali aporie delle filosofie materialistiche: “Se tutto e’ casuale, allora tutto e’ indifferente. L’uomo e’ una fortuita casualita’ nell’infinita casualita’ del cosmo.”

Eraclito di contro, della casualita’ del cosmo coglie l’incessante divenire, che avverte come un peso insopportabile, una inquietudine infinita. Tutto scorre, per Eraclito, come un fiume che se ne va inesorabilmente verso la foce.

  • Frammento B12:”Acque sempre diverse scorrono per coloro che s’immergono negli stessi fiumi”.
  • Frammento B91: “Nello stesso fiume non e’ possibile scendere due volte”.
  • Frammento B49: “Negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo”.

In una tale incertezza e casualita’ degli eventi, l’uomo scompare in mezzo alle forze titaniche del cosmo che lo assorbono e lo travolgono come un pezzo di legno nella corrente impetuosa.

Che vale darsi da fare? A che scopo una qualche azione morale, un principio di giustizia, una qualche azione di progresso civile e sociale? Tanto tutto scorre, tutto e’ concorso casuale di atomi. L’uomo e’ una particella del cosmo.

Democrito ride di tutto e se ne infischia. Eraclito rimane schiacciato da una infinita malinconia, una perenne, amorfa e triste depressione.

Questi filosofi ritornano in “magazzino”. Nessuno li vuole comprare.

Socrate

Ahime’, anche Socrate finisce staffilato dalla penna di Luciano.

Il compratore e’ Dione di Siracusa, discepolo di Platone, zio del tiranno Dionisio di Siracusa che invito’ Platone alla sua dimora perche’ affascinato dalle teorie sulla citta’ perfetta. Platone accetto’ l’invito, sperando con cio’ di vedere realizzate le sue tesi sul miglior governo, illustrate nel dialogo omonimo: “La Repubblica”. I contrasti di opinione fra il filosofo e il tiranno si faranno presto irrisolvibili. Solo grazie all’intervento del pitagorico Archita di Taranto, Platone potra’ riacquistare la liberta’ e tornare ad Atene. Questi sono gli eventi storici.

Di Socrate si mormora che seducesse i giovani affascinandoli con la sua eloquenza, per poi abusare di loro. Tutto cio’ non ha alcuna conferma storica. Tuttavia, l’accusa che valse a Socrate la condanna a morte fu: “Corrompe i giovani”. Insomma, oggi si direbbe, per stroncare ed eliminare un avversario scomodo e fastidioso, sempre critico su tutto, come Socrate: “Quello li’ e’ un pedofilo”.

Nel dialogo, Socrate, maestro e compagno di Platone, parla sulla base di cio’ che a noi e’ rimasto di lui tramite i dialoghi di Platone. Mescola concetti di filosofia platonica confondendo e incantando l’interlocutore. Dimostra di essere un irriducibile amante di bei giovanetti e, senza dire nulla di significativo, riesce comunque a esaltare il compratore, che lo acquista per ben due talenti, una cifra ragguardevole. Peccato che il pagamento venga fissato per l’anno successivo, praticamente: mai.

Epicuro

La sua filosofia materialista incentrata sul piacere viene ridotta da Luciano in mera filosofia del piacere di gustare cibi delicati, dolciumi, caramelle. In verita’ Epicuro insegna a non disprezzare i piaceri della vita e ad essere felici di viverla, perche’ questa e’ l’unica vita che ci e’ concessa e dopo la morte c’e’ il nulla. Anche la morte e’ nulla per Epicuro, in quanto mentre si e’ in vita essa non c’e’, e quando essa c’e’ noi non siamo piu’ in vita. E’ assurdo soffrire al pensiero della morte e bisogna godere della vita finche’ l’abbiamo.

E’ un piacere tutto intellettuale, quello di Epicuro, esente da eccessi e moralmente contenuto. Una sorta di aristocratico distacco dagli affanni dell’esistenza. Ma la sua filosofia venne spesso confusa con l’edonismo di Aristippo di Cirene ed equiparata a un semplice piacere di mangiare, bere e divertirsi. Questo e’ quanto risulta anche a Luciano.

Epicuro verra’ venduto per due mine, un prezzo irrisorio.

Crisippo

Filosofo stoico. Grande esperto di dialettica. Dicono che egli chiedesse al suo maestro Cleante di esporgli solo la dottrina, che tanto le dimostrazioni le avrebbe trovate lui stesso. Fu anche un meticoloso catalogatore. Scrisse numerosi volumi, per noi andati tutti perduti.

Luciano non smentisce queste notizie. Descrive Crisippo come un irriducibile vanitoso, incline ai cavilli logici finalizzati alle conclusioni assurde e percio’ ridicole. Il compratore non si fa tanto abbindolare e mantiene un atteggiamento realistico, giungendo perfino a sconfessare il filosofo che, stizzito, reagisce con caparbia presunzione.

L’eccesso di razionalismo e’ uno dei difetti delle filosofie antiche. Luciano coglie l’occasione, senza dirlo apertamente, per affermare che si’, il ragionamento e’ importante, ma il buon senso e l’umilta’ non devono mai essere disgiunti da esso.

Il peripatetico

Poche battute vengono dedicate ai seguaci della dottrina di Aristotele, comunemente detti peripatetici, dal nome del luogo dove erano soliti tenere le lezioni: il Peripato.

Pirria lo scettico

Il nome di Pirrone, fondatore dello scetticismo, è deformato ironicamente in Pirria.

Cosi’ come nei manuali di Storia della Filosofia Antica si tende a mostrare gli scettici come epigoni del pensiero antico, cosi’ anche Luciano dedica le ultime battute allo scetticismo.

Il risultato della ricerca della Verita’ attraverso il ragionamento e la logica serrata, pare condurre ad un nulla di fatto. Fra chi ride di tutto, chi piange di tutto, chi costruisce cavilli, chi si atteggia a misterioso sapiente, chi si adagia a mangiare e bere; la conclusione piu’ probabile pare essere proprio quella degli scettici: nulla e’ vero, neppure so se io esisto e se il cosmo esiste.

E’ il trionfo dell’indifferenza, giustamente aborrito da Luciano, che ribadisce continuamente, attraverso le obiezioni dei compratori, la necessita’/possibilita’ di usare un po’ di buon senso, la’ dove la fede non alligna ed attecchisce.

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Elogio della mosca

E’ un pezzo di bravura, una di quelle composizioni in voga in un certo mondo letterario dell’epoca per cui si voleva dimostrare la propria abilita’ di scrittore affrontando un qualsiasi tema unanimemente considerato scomodo e convincere il lettore/ascoltatore che e’ vero il contrario. Quindi si fanno citazioni erudite, scomodando i classici per addurre importanza ad un argomento leggero.

mosca cavallina

Il tema e’ quello della mosca, un insetto considerato fastidioso, e tale esso e’ realmente, oltreche’ poco igienico, visto che si vede abitualmente intento a succhiare gli escrementi. Ho immaginato Luciano che, impegnato a scrivere la sua composizione, viene regolarmente disturbato da una o piu’ mosche che entrano nel chiuso del suo studio e lo infastidiscono fino a fargli perdere la pazienza. Infastidito una volta, infastidito due volte, si giunge fino al parossismo.

Ho usato un po’ della mia fantasia, attribuendo a Luciano comportamenti propri di un uomo moderno, ma il racconto non ne risulta stravolto. Ho mantenuto costante quel senso di ironia che contraddistingue i racconti di Luciano e l’ho fatto accentuando il contrasto fra il tono pacato ed erudito della narrazione e il comportamento che in realta’ si tiene quando si e’ infastiditi da un insetto impertinente come la mosca.

Il risultato e’ un racconto simpatico, scherzoso, ironico; la’ dove si vuole mantenere un atteggiamento distaccato e aristocratico, letterario ed erudito, alle prese con la realta’ quotidiana.

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