L’uomo a una dimensione e’ tornato


Malinconica premessa

Ho voluto rileggere questo libro, “L’Uomo a una Dimensione”, manifesto delle proteste studentesche del ’68, preludio alla rivoluzione della beat generation detta dei “figli dei fiori”.

In Italia fu strumento di politicizzazione della scuola e baluardo contro la tendenza che allora andava profilandosi, della trasformazione del Partito Comunista in partito di governo, a braccetto con l’opposizione “centrista” della onnipresente e onnipotente Democrazia Cristiana.

Queste cose io le ho vissute indirettamente, sempre in posizione un po’ defilata, ma mi sono rimaste nel sangue, come un virus non piu’ infettante, di cui si diventa portatori sani.

Nel ’68 ero troppo giovane, non capivo niente di cio’ che stava succedendo. Ricordo solo che era sempre sciopero, gli insegnanti non c’erano e noi si stava quasi sempre a casa o in giro con gli amici. Cosa capivamo della protesta? Niente. Perche’ facevamo sciopero? Perche’ cosi’ si evitava di essere interrogati e di venire scoperti che non avevamo studiato. E’ tutto qui. Almeno per me.

Altri miei amici invece aderirono al principio del “Grande Rifiuto”, quello suggerito da Marcuse nella chiusa del suo libro.

Contro i meccanismi della nostra societa’, politici, economici, linguistici, che tendono a trasformare l’opposizione dialettica in consenso unidimensionale; Marcuse propone il comportamento del “Grande Rifiuto”, il rifiuto totale, quale unico baluardo contro la standardizzazione omogenea del pensiero; poiche’ anche la sua teoria critica della societa’ si rivela inefficace ad innescare i meccanismi di progresso civile e culturale auspicati.

I miei amici sapevano nulla di Marcuse e della sua teoria critica della societa’. Ma coglievano le vaghe parole che si diffondevano attraverso la musica rock, gli idoli delle band musicali che ci venivano proposti dai media: la radio, i dischi. I dischi soprattutto. Suonava a tutto volume quel mangiadischi a pile nel quale si inseriva un unico 45 giri di vinile. E suonava sempre una canzone per volta. Cosi’ c’era chi inseriva il suo disco preferito e chi immediatamente lo toglieva per inserire il suo; e la canzone miagolava quando veniva interrotta brutalmente spingendo il tasto di estrazione.

Come e’ finita col “Grande Rifiuto”? Alcuni si sono dati alla droga e si sono rovinati (vedi il mio racconto: “Gianni un racconto rock anni ’70 vai). Altri sono emigrati: all’estero, oppure in Italia, ma lontano, e sono scomparsi. Scomparsi ai miei occhi intendo dire. Non li ho praticamente piu’ visti.

Quelli che hanno vissuto la rivoluzione dei “Figli dei Fiori”, quei giovani che ho conosciuto io, che allora erano piu’ grandi di me, loro infatti erano adolescenti mentre io poco piu’ che un bambino cresciuto; oggi vivono placidamente la loro anzianita’. Hanno mantenuto un certo atteggiamento che definirei… fricchettone. Si’, un abbigliamento vagamente strano, magari fumacchiano un po’ troppo per la loro eta’, bevono un bicchiere di vino un po’ troppo colmo, ma soprattutto, se ti capita di discutere con loro di politica, attaccano a parlare in termini di una estrema sinistra che non esiste piu’ ne’ in Russia, ne’ tantomeno in Cina.

“Potere al Popolo!”. “Abbasso il Sistema!”. “Viva la Rivoluzione!”.

Ma quale popolo?, mi verrebbe da chiedere loro. Ma quale Rivoluzione?, vorrei aggiungere. Oggi conosco una sola rivoluzione: quella dei pianeti che girano attorno al Sole. Ma si tratta di astronomia, non di politica.

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La chiusura dell’universo politico

Leggiamo quanto scrive Marcuse agli inizi degli anni ’60 del ventesimo secolo.

(pag.39) La societa’ della mobilitazione totale, che va prendendo forma nelle aree piu’ avanzate della civilta’ industriale, combina in unione produttiva i tratti dello stato del benessere e dello stato belligerante.

… Le zone tradizionali di disturbo vengono ripulite o isolate, gli elementi di rottura sono posti sotto controllo. Le tendenze principali sono note: sottomissione dell’economia nazionale ai bisogni delle grandi societa’ con il governo che serve come forza che stimola, sorregge, e talvolta esercita anche un controllo; inserimento dell’economia stessa in un sistema mondiale di alleanze militari, di accordi monetari, di assistenza tecnica, e di piani di sviluppo; graduale elisione delle differenze tra la popolazione in tuta e quella col colletto bianco, tra il tipo di direzione propria del mondo degli affari e quello dei sindacati, tra attivita’ del tempo libero e aspirazioni di differenti classi sociali; promozione di una armonia prestabilita tra la cultura accademica e i fini della nazione;

… Nella sfera politica questa tendenza si manifesta in una marcata unificazione o convergenza degli opposti. …Quanto ai forti partiti comunisti in Francia e in Italia, essi fan fede della generale tendenza delle circostanze aderendo ad un programma minimo, che archivia l’idea di una conquista rivoluzionaria del potere e si conforma alle regole del gioco parlamentare.

Ahhh!, ho pensato io, le famose “convergenze parallele”!. Nei primi anni ’70 aveva fatto scalpore questa assurdita’ logica pronunciata da un eminente politico di turno, in merito ad un eventuale accordo di programma fra Partito Comunista e Democrazia Cristiana. L’accordo non ci fu. Le convergenze parallele portarono alla dissoluzione del Partito Comunista e alla piu’ opportuna trasformazione in “Democratici di Sinistra” e infine in “Partito Democratico”. All’interno del nuovo “Partito Democratico” spiccano oggi i dirigenti della ex Democrazia Cristiana.

(pag.70) In vista delle tendenze che oggi prevalgono, bisogna tuttavia chiedersi se questa forma di pluralismo non acceleri la distruzione del pluralismo stesso. La societa’ industriale avanzata e’ veramente un sistema di poteri che si controbilanciano l’uno con l’altro. Ma queste forze si elidono a vicenda e finiscono per riunirsi a livello superiore, nell’interesse comune che esse hanno a difendere ed estendere la posizione acquisita, a combattere le alternative storiche, a contenere il mutamento qualitativo. I poteri controbilanciantisi non includono quelli che vanno contro l’insieme del sistema.

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La schiavitu’ del lavoro

Ok, d’accordo. Hai detto la tua opinione, caro Herbert. Ora basta. Ci sono altre cose cui pensare: il mio lavoro per esempio. Non capisco come mai i miei genitori, che pure avevano meno, sono andati in pensione prima e con una pensione piu’ elevata di quella che prendero’ io, pur avendo io lavorato per un numero maggiore di anni.

Certamente saprai che si erano spese tante parole sulle possibilita’ tecnologiche offerte dalla scienza applicata all’automazione e volta ad alleviare le fatiche e a ridurre il tempo consumato a lavorare e a guadagnarsi da vivere. E queste son cose che pur si devono fare: lavorare, guadagnarsi da vivere. E’ impensabile una societa’ in cui il lavoro non esiste piu’ ed e’ interamente sostituito dalle macchine.

(pag.45) Oggi la meccanizzazione sempre piu’ completa del lavoro nel capitalismo avanzato, se da un lato alimenta lo sfruttamento, dall’altro modifica l’atteggiamento e lo status dello sfruttato. Nel mondo tecnologico, il lavoro meccanizzato, in cui reazioni automatiche e semiautomatiche riempiono la maggior parte (se non la totalita’) del tempo di lavoro, resta pur sempre, come occupazione che dura una vita, una schiavitu’ inumana che strema e istupidisce, – tanto piu’ stremante a causa del ritmo accelerato, del controllo degli addetti macchina (piuttosto che del prodotto), e dell’isolamento dei lavoratori gli uni dagli altri. … Questo tipo di magistrale asservimento non e’ diverso, in essenza, da quello della dattilografa, dell’impiegato di sportello in una banca, del venditore o della venditrice “d’assalto”, e dell’annunciatore televisivo.

Va bene ho capito, caro Herbert. L’automazione e la meccanizzazione non hanno prodotto una maggiore liberta’ dalla schiavitu’ del lavoro, che da manuale e’ divenuto intellettuale, ma sempre di schiavitu’ si tratta. Non hai risposto pero’ alla mia domanda: perche’ oggi, piu’ tecnologici e automatizzati di ieri, si deve lavorare per un maggior numero di anni e anche a un ritmo piu’ accelerato?

(pag.23) …l’apparato impone le sue esigenze economiche e politiche, in vista della difesa e dell’espansione, sul tempo di lavoro come sul tempo libero, sulla cultura materiale come su quella intellettuale. In virtu’ del modo in cui ha organizzato la propria base tecnologica, la societa’ industriale contemporanea tende ad essere totalitaria. … Al presente il potere politico si afferma in forza del potere che detiene sulla produzione per mezzo di macchine e sull’organizzazione tecnica dell’apparato.

mmhh…, continua, che ti ascolto.

(pag.27) Il tratto distintivo della societa’ industriale avanzata e’ il modo come riesce a soffocare efficacemente quei bisogni che chiedono di essere liberati -liberati anche da cio’ che e’ tollerabile e remunerativo e confortevole- nel mentre alimenta e assolve la potenza distruttiva e la funzione repressiva della societa’ opulenta. Qui i controlli sociali esigono che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre e consumare lo spreco; il bisogno di lavorare sino all’istupidimento, quando cio’ non e’ piu’ una necessita’ reale; il bisogno di modi di rilassarsi che alleviano e prolungano tale istupidimento; il bisogno di mantenere liberta’ ingannevoli come la libera concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si censura da sola, la scelta libera tra marche e aggeggi vari. Sotto il governo di un tutto repressivo, la liberta’ puo’ essere trasformata in un possente strumento di dominio.

Dio mio, come sei teutonico nelle tue affermazioni! Mettici un po’ di allegria…, non hai ancora detto una battuta scherzosa, tanto per smorzare i toni, sai, … si usa.

Vuoi dire che, quanto piu’ sono dedicato al lavoro fino all’istupidimento, tanto meno ho tempo per pensare e soprattutto pensare a quelle sciocchezze che mi stai raccontando sulla repressione e la liberta’ dell’individuo trasformata in servitu’?

Mmmhh, voglio darti ragione e assecondarti per un attimo. Ma che fare di tutto quello che produco, se non e’ effettivamente necessario?

(pag.38) La piu’ alta produttivita’ del lavoro puo’ venir usata per perpetuare il lavoro e la fatica, e l’industrializzazione piu’ efficiente puo’ servire a limitare ed a manipolare i bisogni. Quando si raggiunge questo punto, la dominazione -sotto specie di opulenza e di liberta’- si estende a tutte le sfere dell’esistenza privata e pubblica, integra ogni opposizione genuina, assorbe in se’ ogni alternativa.

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La tecnologia oppressiva

In sostanza, una volta raggiunto un certo grado di tecnologia e di sviluppo, il sistema si alimenta da solo, in una corsa folle a produrre e consumare lo spreco; per mantenere alta la produttivita’ e garantire i salari, e consumare cio’ che si e’ prodotto, che altrimenti andrebbe invenduto.

Quanto piu’ si lavora, tanto meno si pensa. E quando non si lavora bisogna divertirsi quanto piu’ possibile e consumare.

La prospettiva di un piu’ alto tenore di vita, tiene a bada le masse da pericolose insurrezioni. Quando il pericolo di tali insurrezioni diventa prossimo e tangibile, basta concedere qualcosa e le masse si acquietano.

Nel contempo si agita lo spettro di una guerra totale. Tanto piu’ questo spettro viene agitato quanto piu’ il malumore e la sofferenza interne della popolazione di uno stato si fanno evidenti. La minaccia di guerra diventa motivo di coesione sociale.

Un modo per distogliere due individui contrapposti da uno scontro ormai inevitabile e’ quello di distrarli focalizzando l’attenzione su qualcosa di piu’ intenso e spettacolare: “Ehi guarda laggiu’! Ma cosa succede?”

Per non dire poi quanto sia redditizio e remunerativo il settore bellico nelle societa’ tecnologicamente avanzate.

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Siamo tutti dentro la balena

Povero Geppetto, il papa’ di Pinocchio, chiuso dentro la balena! Nella favola di Carlo Collodi: “Pinocchio” infatti, che cosa significa la vicenda di Geppetto e della balena? Che cos’e’ la balena, al di la’ del significato immediato di un enorme pesce che ingoia le persone?

Forse la vicenda di questa favola e’ stata profetica nel descrivere un sistema che ingoia le sue vittime e da esse trae vigore. Tutti dentro una balena: proletari, industriali, politici.

Perche’ non e’ vero quel che si pensa, che un industriale sia piu’ libero dai bisogni di quanto non lo sia il suo piu’ modesto impiegato. Ho conosciuto industriali che dedicavano ben piu’ di otto ore giornaliere a condurre la propria impresa. E quel che guadagnavano non lo spendevano. Quello che ho conosciuto io aveva un portafogli talmente gonfio che sembrava una palla. Eppure questa persona era sempre li’, a dirigere la sua impresa, anche di domenica. E la sua moglie tutta la settimana andava a produrre pezzi in officina insieme con le altre operaie, e la sera aveva sempre la tuta sporca di unto, le mani nere e sciupate. Eppure entrambi stavano li’, a produrre, produrre, produrre. Lui, essendo il capo e il proprietario, si sentiva in dovere di spronarci sempre. Quando non poteva sgridarci per questo o per quello, allora diceva: “mmh, va bene. Pedalare! Pedalare!” Era tutto quello che riusciva a dire quando c’era nulla da obiettare.

Ma pedalare che cosa? Pedalare dove? Pedalare perche’?

E quei politici che invocano la crescita! Ma crescita di che cosa? Crescita perche’?

…la crescita e’ robusta. La ripresa c’e’ e si vede. Ma non bisogna abbassare la guardia. Ora la crisi e’ passata e bisogna pensare a diminuire le tasse. Stiamo studiando un piano per…

Ma ssi’, e’ sempre cosi’. Tanto non ci crede piu’ nessuno. Stiamo studiando un piano, la crisi e’ finita, il prodotto interno lordo e’ in aumento, i sacrifici sono impopolari ma necessari.

Da quando mi sono affacciato al mondo del lavoro ho sempre sentito le stesse storie: c’e’ sempre una crisi economica da combattere ma la produzione e’ in aumento e la disoccupazione presto comincera’ a scendere.

E gli studenti? E i giovani? Studiare! Studiare! Studiare! E poi: lavorare! lavorare! lavorare!

E quando fai il colloquio di lavoro in cinque minuti ti giochi tutto: anni di studio, la speranza di una sistemazione, la possibilita’ di un futuro in cui pensi di essere finalmente un po’ piu’ libero e un po’ piu’ indipendente. La realta’ di una famiglia, una prole, una onorata vecchiaia.

Tutto ti giochi, magari con quel sorriso mancato, l’occhio un po’ storto, una parola di troppo e una di troppo poco. Ti giudicano anche da come stringi loro la mano alla fine del colloquio. Una mano floscia non trovera’ mai un lavoro. Troppo vigore d’altro canto risultera’ sospetto e cosi’ via.

Nell’ambiente di lavoro poi tutto deve essere sempre bello e soddisfacente.

Come in caserma: “Com’e’ il rancio, soldato?” “Ottimo e abbondante Signor capitano!” “Bravo soldato! Ricordati figliolo: usa obbedir tacendo e tacendo morir!” “C’e’ qualcosa che ti angustia, soldato? Hai qualche rimostranza da fare?” “Nulla Signor capitano! Fuori piove, ma per fortuna qui siamo all’asciutto e al calduccio.”

Ma quando gli anni passano e ti ritrovi verso la fine della corsa lavorativa, scopri che le nuove generazioni, piu’ giovani ed efficienti, ti sorpasseranno, ti lasceranno indietro, senza capire che le tue difficolta’ sono fisiologiche, dettate dal naturale declino dell’essere umano con l’avanzare dell’eta’.

Per loro tu sei solo un vecchio puzzone antipatico, un tedioso brontolone. La tua esperienza, la tua acquisita saggezza e diplomazia, la tua sagace umilta’, tutte queste cose saranno di nessun conto per loro piu’ giovani, ora che possono assaporare l’ebbrezza di un po’ di successo, una remunerazione un po’ piu’ cospicua, e soprattutto un occhio di riguardo da parte del titolare.

Cercherai un po’ di comprensione da quei giovani, un po’ di sostegno e un po’ di pazienza. Riceverai in cambio l’innalzarsi di un muro di piombo, fatto di silenzio e di antipatia.

Il titolare trasformera’ per te l’occhio di riguardo in uno sguardo accigliato e torvo. Infatti stai cominciando ad essere un costo piuttosto che un profitto, a causa della tua diminuita capacita’ produttiva.

Cercherai sostegno nelle istituzioni, allora.

Per fortuna si e’ sempre detto che alla fine di una onorata attivita’ lavorativa, per te lo Stato riserva il premio di una pensione di anzianita’. E’ un tuo inalienabile diritto sancito da… dalla Costituzione? No. Dalle leggi dello Stato Civile e Democratico!

Hai pagato contributi per tutta la vita e quel premio ti spetta. Di cosa ti preoccupi? Perche’ quello sguardo di sospetto?

Peccato che nel frattempo in cui tu pagavi contributi per quella pensione, qualcuno ha pensato bene di spostarti in avanti l’eta’ pensionabile, cosi’ che quando arrivi al traguardo, li’ non c’e’ piu’ nessuno, ne’ traguardo ne’ premio ne’ persone ne’ Stato ne’ Istituzioni.

Ci sei solo tu, col tuo fagotto di stracci e il deserto che ti hanno lasciato coloro che ti hanno abbandonato.

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Il Grande Rifiuto

(pag.264) Le tendenze totalitarie della societa’ unidimensionale rendono inefficaci le vie ed i mezzi tradizionali di protesta; forse persino pericolosi, perche’ mantengono l’illusione della sovranita’ popolare. Questa illusione contiene qualche verita’: “il popolo”, un tempo lievito del mutamento sociale, e’ “salito” sino a diventare il lievito della coesione sociale. E’ qui, e non nella ridistribuzione della ricchezza o nella progressiva uguaglianza delle classi, che occorre vedere la nuova stratificazione caratteristica della societa’ industriale avanzata. Tuttavia, al di sotto della base popolare conservatrice vi e’ il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico;

… Percio’ la loro opposizione e’ rivoluzionaria anche se non lo e’ la loro coscienza. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non e’ sviata dal sistema; e’ una forza elementare che viola le regole del gioco, e cosi’ facendo mostra che e’ un gioco truccato.

… Il fatto che essi incomincino a rifiutare di prendere parte al gioco puo’ essere il fatto che segna l’inizio della fine di un periodo.

… c’e’ la possibilita’ che, in questo periodo, gli estremi storici possano toccarsi ancora una volta: la coscienza piu’ avanzata dell’umanita’ e la sua forza piu’ sfruttata. Non e’ altro che una possibilita’. La teoria critica della societa’ non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente ed il suo futuro; non avendo promesse da fare ne’ successi da mostrare, essa rimane negativa.

In questo modo essa vuole mantenersi fedele a coloro che, senza speranza, hanno dato e danno la loro vita per il Grande Rifiuto.

Ma ssi’ dai, caro Herbert. Allora e’ cosi’: “Abbasso il sistema!”, “Potere al popolo!”, “Viva la Rivoluzione!”.

Ora capisco quei fricchettoni un po’ attempati, con un bicchiere di vino un po’ troppo colmo e le dita nere per le troppe sigarette fumate, dove hanno preso le idee e l’atteggiamento!

Caro Herbert, quella Rivoluzione non c’e’ mai stata, e anzi il sistema nel frattempo si e’ pure rafforzato.

I diseredati se ne stanno quieti, malgradoforza. E che potrebbero fare? Hanno appena il fiato per respirare, oggi; e domani, piu’ neanche quello.

Eh no, la teoria critica della societa’ e’ giusta, mio caro, ma la proposta di soluzione e’ completamente utopica.

Piuttosto sono piu’ propenso a credere che detto sistema possa esaurirsi per esaurimento di materie prime da sfruttare, di acqua potabile da bere, di mercati economici da conquistare; e non per la irriducibile opposizione da parte dei diseredati.

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La storia puo’ venirci in aiuto

L’Impero Romano si esauri’

– per le contraddizioni interne che erano quelle dello sfruttamento oppressivo da parte di pochi nei confronti dei molti;

– per le guerre civili causate da interessi politici mai conciliati: imperatore, esercito, senato;

– per il generale impoverimento della popolazione una volta esaurita la fase di conquista di nuovi territori e una volta che le merci cominciarono ad essere prodotte autonomamente nelle Province e non affluirono piu’ dalla sede verso le Province;

– per la graduale ed insistente invasione dei territori romanizzati da parte delle popolazioni barbariche, che vedevano in Roma la sede dell’oro, della ricchezza, della vita agiata, dei consumi sfrenati (e in parte era proprio cosi’).

Fu inutile tentare di fermare il fiume di coloro che si affacciavano ai confini dell’Impero. Tanto piu’ che gli eserciti regolari orami erano costituiti solo di barbari, coadiuvati da mercenari strapagati. E si sa che i mercenari, se non ci si sbriga a pagarli, fanno presto a rivoltarsi contro il loro padrone. E cosi’ fu. E quanti piu’ mercenari si assoldavano, tanti di piu’ erano coloro che avevano modo di vedere quante agiatezze e quante comodita’ erano a Roma, la Roma molle e opulenta.

L’Impero Romano si esauri’ da solo.

I rapporti economici e produttivi erano quelli di oggi, con la sola differenza che la nostra e’ una civilta’ industriale mentre la loro era ferma alla fase mercantile, ma la sostanza e’ identica:

sfruttamento, schiavitu’, oppressione, cattiva redistribuzione della ricchezza, sperpero di risorse, inadeguatezza nell’individuazione degli effettivi bisogni.

Allora come oggi, liberi dalla schiavitu’ del lavoro erano pochissimi, e quella liberta’ non la usavano certo per studiare di migliorare le condizioni di vita dell’umanita’.

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Un addio commosso, non troppo macabro

Cosi’, caro Herbert, hai toppato.

D’altronde tu stesso hai sempre ribadito, nel corso dell’esposizione, che il sottoproletariato e’ diventato elemento di coesione del sistema e non costituisce piu’ una forza rivoluzionaria scardinatrice! E allora perche’ mi concludi tirando in ballo dei poveri disgraziati che non esistono nei termini in cui ce li descrivi?

Pero’ io adoro questo tuo libro, adoro la tua esposizione dei fatti, il tuo slancio utopico e la capacita’ di pensare l’inimmaginabile.

Adoro quei fricchettoni un po’ stralunati e ho pieta’ per quei giovani presuntuosi ed arroganti che mi stanno facendo le scarpe sul luogo di lavoro.

Tanto domani ci saranno loro la’ dove io sono ora: in quel deserto fatto di promesse pensionistiche mancate, di lavoro infinito, di malinconica solitudine.

E’ una ruota che gira.

Quel giorno allora io me la ridero’ di costoro, dal profondo imo della terra in cui saro’ sprofondato nel frattempo.

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Bibliografia e suggerimenti

  • Herbert Marcuse – L’Uomo a una Dimensione – Einaudi
  • Michael Rostovzev – Storia Economica e Sociale dell’Impero Romano – La Nuova Italia
  •  
  • Captain Fantastic

     

    In riferimento a personaggi un po’ stralunati, eredi in qualche modo dei “Figli dei Fiori”, si puo’ vedere il film del 2016: Captain Fantastic

     

  • Re della terra selvaggia

     

    Per chi vive al di fuori della societa’, i “diseredati”, gli “esclusi”, invece si puo’ vedere il film del 2012: Re della terra selvaggia

     

     

  •  
  • Luigi Anèpeta: http://www.nilalienum.it/Sezioni/Bibliografia/Filosofia/MarcuseUomoUnaDimensione.html

    Nel mio articolo ho posto l’accento sulle implicazioni politiche e tecnologiche di una societa’ unidimensionale sostanzialmente repressiva nel mentre dichiara la propria liberta’.

    In questo articolo invece si pongono gli accenti sulle implicazioni psicologiche del pensiero unidimensionale, con approfondimenti di carattere psicanalitico e linguistico.

    Si parte da due definizioni contrapposte:

    • alienazione = radicamento di falsi bisogni nella struttura della coscienza
    • liberazione = avere coscienza del modo in cui le persone si mettono in rapporto con la societa’

    Tale rapporto fra la coscienza e il mondo, secondo Marcuse non e’ propriamente individuale, non nasce esclusivamente dalla capacita’ di percezione dell’individuo, ma e’ continuamente in rapporto dialettico con la societa’ in cui l’individuo e’ immerso.

    In questo senso, se l’uomo e’ in grado di percepire criticamente l’ambiente che lo circonda, cio’ dipende anche e soprattutto dalle possibilita’ che la societa’ offre per il formarsi di tale coscienza critica.

    E’ appunto questa istanza di liberazione critica della coscienza individuale, quella che sistematicamente viene repressa dalla societa’ contemporanea.

    Dice infatti l’autore dell’articolo: “Il controllo sulle coscienze è assicurato dall’interiorizzazione dei falsi bisogni, vale a dire da bisogni propri del sistema che vengono interiorizzati, vissuti e perseguiti come bisogni individuali.”

    Queste considerazioni costituiscono la parte centrale del libro di Marcuse, una parte per molti versi oscura e incomprensibile ai non addetti ai lavori.

    L’articolo di Anèpeta contribuisce proprio a spiegare queste parti “oscure”.

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