John Milton e la luce


 

Dalla celeste Musa a entrar nell’ima
Buia discesa instrutto e verso le stelle
A risalir per via solinga e dura,
Salvo a te riedo, o bella Luce, e sento
L’alma tua lampa che di vita è fonte;

Ma tu questi occhi a visitar non torni
Però, che in cerca del tuo raggio invano
si volgono, e albore non trovano: tal denso
Velo li ricopre, o lor pupille ha spente
Maligno umore! Ma non per questo io cesso
D’andare là vagando ove ha più spesso in uso
Di far sua grazia il coro delle Muse,

Lungo un limpido fonte, o in colle aprico,
O in ombroso boschetto: un così forte
Amore dei sacri carmi il seno m’infiamma.
Ma te, Sionne, in prima, e i tuoi fioriti
Soavemente mormoranti rivi
Che il sacro piè ti bagnano, notturno

A visitar io vengo, e spesso in mente
Mi tornano quei due che ebbero con me
Egual destino (eguale così foss’io
A loro in fama almeno!), Tamiri il cieco
E il cieco Omero, e di quei Vati antichi,
Tiresia e Fíneo, mi sovviene pur anco.

Allora mi vado di quei pensieri nutrendo
Onde sgorgano poi spontanei e pronti
Armoniosi versi, e a quel somiglio
Vigile uccello che sott’ombrosa chiostra
Nascoso intuona il suo notturno canto.

Le stagioni così si susseguono coll’anno,
Ma il giorno a me non segue: io più non veggo
Nè i dolci raggi del mattino che spunta,
Nè di quel del sole che cade; io più non veggo
Di primavera i fiori, nè rosa estiva,
Non più scherzosi armenti, non più mandrie,
E non più volto d’uomo, divina imago:

Ma folta nube invece e buio eterno
Mi cinge intorno e dai piaceri che dolce
Fanno la vita, mi divide: invano
Del bel saper, delle grandi opere sue
Apre natura il libro; è per me tutto
Oscuro, vuoto, cancellato, e chiusa
M’è a Sapienza una gran via per sempre.

Tanto più vivi dunque, o tu, celeste
Luce, i tuoi raggi nella mia mente infondi
E ne illustra ogni parte, occhi migliori
Tu m’apri in essa e ne disgombra e tergi
Ogni bassa caligine terrena,
Onde scorgere io possa e altrui far conte
Negate a mortale sguardo arcane cose.

John Milton – Paradiso Perduto – Libro Terzo 


L’uscita di Satana dalle oscure dimore infernali, regno della buia notte, da’ occasione all’autore di accennare alla sua propria cecita’.John Milton 

Sono pagine di alto, sublime, commovente lirismo poetico.

Egli paragona l’eterna notte dei luoghi infernali con l’oscurita’ di folte e impenetrabili nubi che gli offrono i suoi occhi, e cio’ lo fa sul momento rattristare.

Negato infatti e’ a lui di vedere il sole, gli astri, la Terra con le sue foreste e gli animali tutti.

Ma negato gli e’ soprattutto vedere il volto dell’uomo, immagine di Dio.

Ma non per questo egli cade in tetro avvilimento.

Questa sua cecita’ e’ infatti la via per scorgere la splendente luce di Dio che gli infonde speranza e volonta’ di vivere.

Chi non soffre di questa terribile malattia della cecita’, non riesce a immaginare quanto straziante debba essere avere davanti agli occhi una perenne oscurita’.

 

Le parole di John Milton, cosi’ eleganti, cosi’ commoventi e poetiche, riescono a darne solo un vago significato; eppure fanno capire quanto grande sia quel pur piccolo dono della vista che comunemente ci e’ stato elargito.

Insieme con esso, anche il dono della vita, in tutte le sue forme, appare ancora piu’ immenso e sublime.



 

Il ponte medievale, a schiena d’asino, che si vede nel filmato, e’ il Ponte della Brusia, a Portico e San Benedetto (FC), frazione Bocconi.

 

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