Utopia

Terra del Sole (FC)

Voglio parlare di utopia e vedere se si puo’ calare un pensiero utopico nella realta’ quotidiana.

Ho letto un bellissimo articolo di un professore di filosofia che fa una “lectio magistralis” su Platone e sul di lui dialogo “La Repubblica”. L’articolo si trova qui, per chi volesse leggerlo interamente:

Nel mio articolo usero’ solo un breve passaggio, per sviluppare poi le mie considerazioni. Il professore dice:

…Ma torniamo a Platone ed entriamo nel vivo della nostra lezione. Il Dialogo che ci interessa di più, per quanto riguarda il Platone politico, è un dialogo della maturità, e s’intitola, non a caso, Repubblica, in greco Politeia, Costituzione, ordinamento dello stato. Platone è stato spesso definito un “pensatore utopista”, cioè uno con la testa un po’ tra le nuvole – una testa notevole, beninteso – che, avendo un sacco di tempo libero, si è messo ad immaginare come dovesse configurarsi lo stato ideale, quello che, per essere troppo bello, non si trova, né potrà mai trovarsi in nessun luogo: questo significa, in greco, ou-topos, nessun luogo, da nessuna parte. Insomma, avete capito: sarà pure bello ed interessante pensarci, ma serve a poco o a nulla. …

L’utopia di Platone

Platone nella Repubblica descrive la citta’ perfetta. Essa e’ suddivisa in tre classi:

  • i reggitori
  • i guerrieri
  • gli operai

I reggitori ovviamente sono i filosofi, coloro che conoscono il Bene, cioe’ il principio ordinatore del cosmo, e quindi essi sono in grado di dare alla citta’ l’ordinamento migliore, quello volto al Bene.

I guerrieri invece sono coloro che devono difendere la citta’; perche’ ogni citta’ e’ soggetta ai soprusi, sia internamente da coloro che agiscono per i propri interessi, sia esternamente da coloro che agiscono per appropriarsi dei beni altrui.

Gli operai sono coloro che non sono affatto schiavi, ma semplicemente hanno caratteristiche per cui i lavori manuali sono adatti e utili a se stessi e alla comunita’.

I reggitori governano, i guerrieri difendono, gli operai producono.

Il dialogo La Repubblica e’ stato definito come il primo affacciarsi dell’utopia nell’ambito della civilta’ occidentale. Perche’ utopia? Perche’ La Repubblica platonica e’ un luogo che non esiste da nessuna parte, deve ancora avvenire, e risiede soltanto nella memoria delle persone come esempio di perfezione cui tendere ma con la consapevolezza che comunque non si potra’ mai raggiungere pienamente.

E siamo arrivati al punto.
La Repubblica di Platone non aveva leggi scritte, perche’ ogni cittadino essendo per propria natura volto al Bene, non necessitava di norme e/o restrizioni. Le norme le conosceva gia’, in quanto ciascuno era naturalmente portato e destinato al proprio compito sociale, con l’occhio sempre volto al Bene sommo, la Giustizia in se’ e per se’ quale principio ordinatore del cosmo.

Qui sta l’utopia, il luogo che non c’e’, ma a cui si dovrebbe tendere.

Qui sta la forza espressa nella Repubblica platonica in quanto diretta espressione della citta’ perfetta; ma qui sta anche la sua debolezza, perche’ questa citta’ perfetta non potra’ mai essere realizzata nella comunita’ degli esseri viventi che abitano su questa Terra.

L’utopia cristiana

Sant’Agostino, nel suo libro “La Citta di Dio”, consapevole dell’impossibilita’ di realizzare sulla Terra la Citta’ di Dio, provera’ a dare una soluzione cristiana al problema, definendo quindi due citta’, che egli chiamera’:

  • la Gerusalemme Celeste
  • la Gerusalemme Terrestre

L’essere umano (il buon cristiano) vive nella Gerusalemme Terrestre, ma con l’occhio sempre volto all’attesa escatologica dell’ultimo giorno, quando Dio si presentera’ sulla Terra per annunciare il proprio regno, la Gerusalemme Celeste. Qui l’essere umano vivra’ finalmente in comunione con Dio e con i Santi, e sara’ perfettamente felice e realizzato.

E’ chiaro che siamo di fronte ad un’altra utopia, per chi si accontenta della sola Gerusalemme Terrestre, cioe’ della societa’ civile come quella in cui viviamo oggi. Sulla Terra infatti, la Gerusalemme Celeste non verra’ mai realizzata.

Altre utopie dei secoli passati

Altri autori, durante i secoli si sono dedicati a descrizioni utopiche della citta’ perfetta:

  • Omero nell’“Odissea”, quando Ulisse naufraga nell’Isola dei Feaci, l’isola dove i conflitti di classe sono stati risolti
  • Tommaso Moro, nel libro intitolato proprio “Utopia”
  • Tommaso Campanella, nel libro “La Citta’ del Sole”
  • Gerrard Winstanley, con il movimento dei “Diggers”, gli zappatori senza terra

Utopie del ventesimo secolo

Nel ventesimo secolo della nostra era invece voglio citare:

  • Aldous Huxley con il romanzo “Il Mondo Nuovo”
  • Artur Clarke con il romanzo “La citta’ e le stelle”
  • Ivan Efremov con il romanzo “La Nebulosa di Andromeda”, ampiamente descritto nel mio articolo:
    vai Ivan Efremov – La Nebulosa di Andromeda

E su questi voglio soffermarmi un attimo, in quanto piu’ vicini ai problemi di oggi.

Aldous Huxley – Il Mondo Nuovo

E’ una sorta di Repubblica platonica trasferita nel mondo tecnologico dei primi del ‘900, ma che immagina un mondo futuro in cui le classi sociali vengono scelte non tanto dal destino delle anime, secondo il mito di Er nella Repubblica di Platone; quanto piuttosto dalle necessita’ economiche e sociali. La societa’ e’ divisa in classi. Ogni classe viene progettata e realizzata in provetta, attraverso la manipolazione genetica…

Tutto funziona bene e ogni individuo e’ felice all’interno della sua classe sociale, perche’ progettato apposta per quella classe… finche’ un giorno arriva un individuo nato dall’utero materno e non dalla provetta, e dimostra che quella societa’ e’ una aberrazione, perche’ perfetta nel suo scopo di realizzazione dell’utile, ma priva di liberta’ individuale.

Artur Clarke – La citta’ e le stelle

In un mondo futuro, la citta’ e’ progettata per gli esseri umani e progetta e realizza gli esseri umani stessi. La citta’ e’ perfetta. Tutti sono contenti, nati anch’essi ognuno da una matrice genetica archiviata nella memoria di un enorme calcolatore che provvede a rinnovare gli individui al termine della loro vita.

La citta’ tuttavia ha una caratteristica originale.

Periodicamente viene introdotto (creato) un individuo imprevedibile, che contiene in se’ elementi intellettuali non previsti, creando cosi’ una interruzione nella perfezione del progetto della citta’. Tale “errore” e’ stato intenzionalmente inserito nel calcolatore proprio per produrre ogni tanto un elemento di innovazione e di originalita’.

In effetti, pensando alla Repubblica di Platone, un suo difetto potrebbe essere la mancanza di un disturbo nella perfezione del progetto, un elemento aleatorio, casuale.

Ivan Efremov – La Nebulosa di Andromeda

In un futuro molto lontano, il comunismo trova la sua piena realizzazione.

Anche la Repubblica di Platone e’ stata definita una sorta di comunismo primordiale, in quanto Platone mette in comune i mezzi di produzione, e anche le femmine.

Comunque, nella societa’ descritta da Efremov, non piu’ i partiti governano la citta’, ma governa il dipartimento di statistica che, sulla base di cio’ che risulta statisticamente migliore e accettabile economicamente, realizza di volta in volta il benessere dell’individuo e della comunita’.

Non piu’ necessita’ di scambi in denaro, non piu’ necessita’ di moneta quindi. Non piu’ lavoro per guadagnarsi da vivere, ma lavoro socialmente utile.

Non piu’ necessita’ di armi. La guerra e’ inconcepibile dove tutti partecipano al bene comune. Enormi risorse vengono quindi destinate al progresso sociale e non alla distruzione.

Gli individui nascono dall’utero materno, ma vengono affidati all’educazione comunitaria gia’ dalla primissima eta’…

Non piu’ lo stesso lavoro alienante per tutta la vita, ma ogni tanto si cambia, si fanno quindi lavori un po’ piu’ manuali per un certo tempo, poi si ritorna a lavori intellettuali con un maggiore vigore ed esperienza.

Per chi non e’ d’accordo, esiste l’Isola dell’Oblio, dove i dissenzienti hanno la possibilita’ di costruirsi una societa’ senza regole. Anche qui percio’ e’ previsto un canale di aleatorieta’: l’Isola dell’Oblio.

Dico io: se non e’ utopia questa, quale mai dovrebbe essere? Io la definisco una perfetta utopia.

Tiriamo le conclusioni

Chi progetta un sistema utopico, lo vuole perfetto.
Secondo me invece, il problema di questi sistemi “perfetti”, da Platone ad oggi, e’ sempre la mancanza di un elemento di disturbo, un elemento di imprevedibilita’, che, pur con tutti i rischi del caso, puo’ essere un fattore di progresso e di miglioramento sociale e intellettuale.

Cio’ anche dovendo affrontare una fase iniziale di negativita’ intrinseca nella casualita’, da contrapporre al rischio di staticita’ e di esaurimento, tipica invece dei sistemi chiusi, come appunto fu, nella storia greca, la societa’ spartana divisa in classi “impermeabili”.

E’ vero, in questo modo la citta’ non sara’ mai perfetta, ma forse sara’ piu’ corrispondente al modello del cosmo e dell’Universo, la’ dove anche il contrario contribuisce al Bene a suo modo, e la’ dove tutto, ogni volta emerge all’esistenza per poi ritornare all’origine, alla fine del proprio ciclo.

Cosi’ come nei modelli di certe religioni e filosofie orientali.
Per citarne una: il Taoismo. (Sul Taoismo, vedi il mio articolo: vai Lao Tzu – Tao Te Ching)

E, per citare solo uno degli influssi delle filosofie orientali sulla civilta’ occidentale, nominero’ un solo autore, cristiano: Origene che, nel suo libro “De Principiis” dichiara candidamente che tutto un giorno verra’ riassorbito in Dio, il Bene come il Male, perche’ tutto da Dio proviene e tutto a Dio ritorna.

Ovviamente, la tesi di Origene verra’ condannata dalla Chiesa. Il Male non puo’ essere riassorbito in Dio. Il Cristianesimo non e’ una cosmologia circolare come puo’ essere il Taoismo.

Il Taoismo prevede un ciclo infinito di essere e non-essere. Vita e morte sono entrambi Tao. Il tempo nel Taoismo e’ circolare e si rinnova ogni volta.

Il tempo nel Cristianesimo e’ lineare. C’e’ un inizio con il libro della Genesi; ci sara’ una fine con il libro dell’Apocalisse.

L’ultimo giorno ci sara’ una cernita fra Bene e Male, fra buoni e cattivi. I primi verranno presi e condotti nella Gerusalemme Celeste mentre i secondi verranno gettati fra le fiamme e distrutti.

gufo separatore

Ogni utopia, nel tentativo di definire un modello perfetto, dimentica che il cosmo e’ perfetto proprio perche’ e’ imperfetto.
Il cosmo e’ un tutto che si rinnova, l’utopia invece non da’ mai spazio all’imperfezione, proprio perche’ ha la pretesa di essere ultima e definitiva.

E’ in questa pretesa di perfezione che sta l’errore fondamentale di ogni discorso utopico.

Il Taoismo invece, ad esempio, con l’ammissione di una circolarita’ temporale; con l’assorbimento del negativo nel positivo e viceversa; apre le porte all’infinito e, percio’ stesso, all’eternita’.

Severino Boezio – Disarmonia della vita umana

Disarmonia della vita umana

La Consolazione della Filosofia. Miniatura del 1485

O creatore del firmamento stellato,
che assiso su eterno trono
volgi il cielo con rapido vortice
e assoggetti le stelle alla tua legge,

sì che la luna, or splendente nel suo pieno disco
rivolta ai raggi diretti del fratello
oscura le stelle minori,
ora pallida nel suo oscuro disco
più vicina a Febo perde il suo splendore,

e colei che come Vespero sul far della notte
riconduce il sorger delle gelide stelle,
di nuovo, come Lucifero, cambia il suo solito corso,
impallidendo al sorger del sole.

Tu, al rigor del primo inverno che fa cadere le foglie,
raccorci la luce in più breve durata.

Tu, al sopraggiungere della torrida estate,
assegni alla notte veloci le ore.

La tua potenza regola il mutar delle stagioni,
sicché le fronde che il soffio di Borea porta via,
tenere le riconduce poi Zefiro,
e quelle che Arturo vide come sementi,
Sirio le dissecca come alte messi.

Nulla sciogliendosi dall’antica legge
si sottrae alla funzione che gli è propria.

Tutto governando con sicuro destino,
i soli atti umani rifiuti tu, reggitore,
di imbrigliare nella debita misura.

Perché infatti la fortuna fallace volge sì grandi vicende?

Opprime gli innocenti la dura pena dovuta al delitto,
mentre voleri perversi si assidono su alto trono
e i malfattori, con iniquo scambio,
calpestano il capo dei giusti.

La chiara virtù avvolta in oscure tenebre giace nascosta
e il giusto sconta le colpe degli iniqui.

Proprio a costoro nulla nuoce lo spergiuro,
nulla la frode adorna di ingannevole colore.
Ogni qual volta poi essa decide di usare le sue forze,
gode di assoggettare a sé i più grandi re,
che popoli innumerevoli temono.

Oh, volgiti ormai a riguardare la misera terra,
chiunque tu sia che coordini l’armonia delle cose!

Parte non vile di tanta opera,
noi uomini siamo sballottati nel mare della sorte.

La violenza dei flutti, o reggitore, tu calma,
e mediante la legge con cui reggi l’immenso cielo,
rinsalda stabilmente la terra.

(Severino Boezio – La Consolazione della filosofia – Libro I, capitolo V)

  • rivolta ai raggi diretti del fratello: la luna è Diana Artemide; il “fratello” della Luna è Febo, la divinità solare
  • Vespero e Lucifero: due denominazioni del pianeta Venere
  • Borea: è il vento di tramontana; qui è inteso come simbolo della stagione invernale
  • Zefiro: è il vento primaverile; che spira da occidente
  • Arturo: in greco significa “guardiano dell’Orsa; è la stella luminosissima sul prolungamento della coda dell’Orsa Maggiore
  • Sirio: al solstizio d’estate, Sirio precede di poco il levar del sole all’orizzonte. In latino Sirio era anche detta Canicola

 

Boezio in prigione, miniatura, 1385

Prima considerazione

Boezio insegna agli studenti

Ammettiamo che il cosmo sia un caos.

Frutto di una conflagrazione iniziale, l’universo si espande; e la materia si allontana inesorabilmente.

In questo magma di materia che si consuma, l’essere umano non si capisce cosa ci stia a fare.

Casualmente, molecole di carbonio, idrogeno e ossigeno, si sono aggregate e… zzzac!!!… eccoti l’essere umano che, poveretto, è pure consapevole della sua condizione, cioè ha coscienza di sé e della sua infinita misera condizione, confrontata con la immensità dell’Universo.

E’ veramente disgraziato questo essere umano. Sballottato di qua e di là nell’Universo, aggrappato saldamente alla sua navicella Terra, egli non ha alcun valore né importanza, per quanto riguarda la sua posizione nell’economia dell’Universo

Seconda considerazione

Boezio raffigurato col proprio suocero, Quinto Aurelio Memmio Simmaco, nobile e letterato romano.

Ammettiamo che il cosmo sia un tutto ordinato e regolato da leggi armoniche e matematiche.

E’ difficile sostenere che questo ordine cosmico non abbia un reggitore, cioè non abbia una entità che regola e ordina il tutto.

Se esiste una entità regolatrice del tutto, se il cosmo ha un ordine armonico, allora questa armonia deve essere anche saggiamente equilibrata.

Se esiste un saggio equilibrio nel cosmo, se esiste un reggitore che regola saggiamente, allora questo reggitore deve aver agito a fin di bene e di giustizia.

L’essere umano è quindi una creatura voluta dal suo reggitore, e si inserisce nel cosmo conformemente all’obiettivo di un tutto governato in maniera armonica ed equilibrata.

L’essere umano, voluto dal suo creatore e reggitore, è quindi immerso in questo cosmo ordinato in cui il reggitore agisce a fin di bene e di giustizia.

Considerazione finale

Che il cosmo sia un caos, che l’essere umano sia pura casualità, è una conclusione non accettabile dalla coscienza umana.

Esistere o non esistere è la stessa cosa? E’ una tesi difficile da ammettere e da sostenere. Inoltre è contraria al principio di sopravvivenza, istinto naturale dell’essere umano.


Ma se il cosmo è ordinato, se il cosmo è saggiamente governato e regolato da leggi armoniche e matematiche; allora perché le vicende umane sembrano sfuggire a questa armonia?

Perché la vita dell’essere umano sembra più governata dal caso, dalla fortuna, dall’ingiustizia e dallo squilibrio delle forze, a dispetto di quanto invece avviene nell’equilibrio armonico dell’Universo?

 

Bibliografia e suggerimenti

 

Severino Boezio – Armonia del cosmo

L’armonia del cosmo

La Consolazione della Filosofia. Miniatura del 1485

Se vuoi, sagace, indagare con la mente pura
le leggi dell’eccelso Iddio,
guarda le altezze del sommo cielo;
là, per la perfetta armonia dell’universo,
le stelle conservano l’antica pace.

Il sole, messo in moto dal fiammeggiante ardore,
non impedisce il corso gelido di Diana,
e l’Orsa, che al sommo polo del mondo
piega i suoi rapidi giri,
mai bagnata nella profondità del mare occidentale,
non desidera tuffare le sue fiamme nell’oceano,
pur vedendo tutte le altre stelle immergersi.

Sempre con uguali alternative di tempo,
Vespero annunzia l’ombre della sera,
e Lucifero riconduce il giorno datore di vita.

Così il vicendevole amore rinnova
gli eterni corsi, e dalle regioni stellate
esula la guerra della discordia.

Quest’armonia concilia con giuste leggi
gli elementi, cosicché, in reciproca gara,
quegli umidi facciano luogo agli aridi,
e il freddo si combini con il caldo,
e il fuoco sospeso nell’aria voli verso l’alto,
e la terra giaccia, gravata dal suo peso.

Per queste cause, al tepore della primavera,
la stagione fiorita spira i suoi profumi,
l’estate torrida dissecca le messi,
ritorna poi l’autunno carico di frutti,
e l’inverno è inondato dagli acquazzoni scroscianti.

Questa giusta mescolanza, produce e alimenta
tutto ciò che sulla terra spira vita;
ed è la stessa che trascina a sé, occulta, e fa sparire
tutto quanto è nato, sprofondandolo in un supremo tramonto.

Sublime, intanto, siede il creatore,
e, governando, piega il corso dell’universo;
re e signore, fonte e origine,
legge e arbitro sapiente della giustizia,
e quegli elementi che, con il moto, spinge ad andare,
ritraendoli a sé, li arresta, e fissa quelli vaganti;

se, infatti, volgendo indietro i dritti corsi,
non li costringesse di nuovo in spire circolari,
quegli elementi che ora l’ordine stabile tiene insieme,
separati dalla loro fonte, si dissolverebbero.

Questo è l’amore comune a tutti quanti gli esseri:
essi desiderano essere regolati da un fine di bene,
perché non potrebbero durare altrimenti,
se, inirizzando l’amore loro al punto di partenza,
non ritornassero alla causa che ha dato loro l’essere.

(Severino Boezio – La Consolazione della filosofia – Libro IV, capitolo VI)

 

  • eccelso Iddio: propriamente sarebbe eccelso Tonante, inteso Giove Tonante
  • Diana: divinità lunare
  • Orsa: costellazione dell’Orsa Maggiore, che non tramonta mai
  • Vespero e Lucifero: due denominazioni del pianeta Venere

Boezio in prigione, miniatura, 1385

Prima considerazione

E’ giusto intervenire, deliberatamente, per aiutare un amico, liberarlo da un’accusa infamante, esporsi a propria volta ad un’accusa di lesa maestà e quindi essere condannato a morte?
Perché questo fece Severino Boezio: aiutò un amico in difficoltà, alla corte di Re Teodorico, nel VI Secolo, e perciò venne condannato a morte.
Ma lo fece in rispetto di un ideale di giustizia che trascende le opinioni individuali e si ascrive in un contesto ideale universale.
Quello stesso contesto universale che regola e coordina il corso delle cose e del cosmo tutto, in una perfetta armonia.
Quello stesso contesto in cui

“siede il creatore, e governando, piega il corso dell’universo”.

Boezio insegna agli studenti

La morale cristiana risponde che, sì, è giusto aiutare i bisognosi, anche se questo può significare essere sottoposti al martirio.
E martirio fu, in termini cristiani, la sorte di Severino Boezio.

L’alternativa sarebbe stata quella di stare zitti, chiudersi in casa, aspettare tempi migliori.

Questo, Boezio non lo fece. Sarebbe stato un agire da vigliacco.
Ma probabilmente, la sua vita sarebbe stata salva, la sua famiglia non avrebbe sofferto la morte del padre e le accuse d’infamia, e lui avrebbe raggiunto la vecchiaia in pace e serenità.

 

A volte, anzi spesso, penso io, comunque si decida di agire, si ottiene sempre un pessimo risultato.

 

Seconda considerazione

Cosa pensa un individuo condannato a morte, ingiustamente, per un’accusa falsa e tendenziosa, come quella incorsa a Severino Boezio?

Boezio raffigurato col proprio suocero, Quinto Aurelio Memmio Simmaco, nobile e letterato romano.

Forse inveisce contro tutto e contro tutti.
Forse rinuncia a credere ad una armonia del cosmo.
Forse pensa di essere stato abbandonato: dagli amici, dai parenti, dal creatore.

Forse invece, accoglie nel proprio seno un messaggio di speranza.
Forse ascolta la voce che è venuta a consolarlo e che risiede nel profondo della sua anima.
Forse si dispone a ragionare assieme a quella stessa voce, in armonia con se stesso e con il cosmo.

Appunto questo fece Severino Boezio: si pose in ascolto della voce che era venuta a consolarlo.

 

Considerazione finale

“La Consolazione della Filosofia” è l’opera che Severino Boezio ci ha lasciato.
Fu scritta in carcere, in attesa che la condanna a morte venisse eseguita.
Per tutto il Medioevo quest’opera venne considerata come un manuale di comportamento etico.

Allora come oggi, essa è considerata una consolazione per tutti coloro che soffrono in silenzio le vicissitudini della vita e si chiedono perché tali sofferenze devono capitare proprio a loro.

 

Bibliografia e suggerimenti

 

Antico Egitto: Il Canto dell’Arpista

La fragilita’ della condizione umana

Nell’Antico Egitto, la risposta normale alla paura della morte e’ la cura per la propria sepoltura e ogni precauzione magica.

Il re Antef II

La contropartita psicologica di questa paura e’ l’impulso a godere la vita, pur nel rispetto dell’equilibrio e della misura nell’usufruire dei propri beni.

 

“Segui il tuo cuore, fintanto che vivi!”,

 

esclama il re Antef II nel Canto dell’arpista. La vita e’ un soffio, sembra dire, la vecchiaia e’ dietro l’angolo, e la morte non risparmia nessuno.

Ma leggiamo “Il Canto dell’Arpista”.

Di questo ho fatto anche una riduzione video (in apertura di articolo) dove ho cercato di cogliere la struggente malinconia suscitata dalle parole del canto.

Nel video, il suono dell’arpa si associa alle immagini del vento che scuote gli steli d’erba e i fiori.
La malinconia della pioggia sulle foglie sembra accompagnare il percorso del sole che tramonta.

 

Il canto dell’arpista nella tomba del re Antef

La stele del Canto dell'Arpista

È il testamento di quel buon sovrano, dal felice destino:

 

Periscono le generazioni e passano,
altre stanno al loro posto,
dal tempo degli antenati:

i re che esistettero un tempo
riposano nelle loro piramidi,

son seppelliti nelle loro tombe
i nobili ed i glorificati egualmente.

Quelli che han costruito edifici,
di cui le sedi più non esistono,

cosa è avvenuto di loro?

Ho udito le parole
di Imhotep e di Hergedef,
che moltissimi sono citati nei loro detti:

che sono divenute
le loro sedi?

 

I muri sono caduti
le loro sedi non ci son più,
come se mai fossero esistite.

Nessuno viene di là,
che ci dica la loro condizione,
che riferisca i loro bisogni,
che tranquillizzi il nostro cuore,

finché giungiamo a quel luogo
dove sono andati essi.

 

Rallegra il tuo cuore:
ti è salutare l’oblio.

Segui il tuo cuore
fintanto che vivi!

 

Metti mirra sul tuo capo,
vestiti di lino fine,
profumato di vere meraviglie
che fan parte dell’offerta divina.

 

Aumenta la tua felicità,
che non languisca il tuo cuore.

 

Segui il tuo cuore e la tua felicità,
compi il tuo destino sulla terra.

 

Non affannare il tuo cuore,
finché venga per te quel giorno della lamentazione.

 

Ma non ode la loro lamentazione
colui che ha il cuore stanco:

i loro pianti,
non salvano nessuno dalla tomba.

 

Pensaci,
passa un giorno felice
e non te ne stancare.

 

Vedi, non c’è chi porta con sé i propri beni,

vedi, non torna chi se ne è andato.

 

In balìa del vento

La vita e’ fragile infatti, come steli in balia del vento. Tramonta il sole e scompare, aggiungo io, cosi’ come tramonta la vita di ogni essere vivente sulla terra.

 

“Non si stanchi il tuo cuore di bere e di mangiare, di essere ebbro e di amare!”,

 

esclama la donna Taimhotep a chi e’ rimasto in vita.

Taimhotep e’ quella a destra, nell’immagine qui sotto, con le mani alzate in atto di preghiera.

Questi personaggi, che pur devono esser stati potenti in vita, abituati ad ogni genere di agiatezza e di lusso, si struggono di infinita malinconia e nostalgia, una volta giunti al capolinea, mostrando evidente tutta la fragilita’ e precarieta’ della condizione umana sulla terra.

 

Lamento della donna Taimhotep

moglie del sommo sacerdote di Ptah, Pasherienptah

Round-topped limestone stela of Tjaiemhotep

O fratello, o mio sposo, amico mio!
Non si stanchi il tuo cuore di bere e di mangiare, di essere ebbro e di amare!

Passa un giorno felice, segui il tuo cuore di notte e di giorno,
non affannare il tuo cuore!

Che cosa sono gli anni che non si passano sulla terra?

L’Occidente e’ il paese del sonno, un’oscurita’ profonda,
la dimora di quelli che sono laggiu’, e la cui occupazione e’ dormire;

non si svegliano per vedere i loro fratelli,
non possono vedere ne’ il loro padre ne’ la loro madre,
i loro cuori dimenticano la moglie e i figli.

L’acqua della vita, che nutre ogni vivente,
e’ sete per me: giova soltanto a chi e’ sulla terra.

Ho sete, benche’ abbia l’acqua a portata di mano.
Non so dove mi trovo, da quando sono giunta in questa valle […]

Pe quanto riguarda la morte, il suo nome e’ “Vieni!”, tutti coloro che chiama a se’,
essi subito vanno da lei,
benche’ davanti a lei rabbrividisca di paura il loro cuore.

Nessuno la vede, degli uomini o degli dei,
gli anziani sono in sua mano come i giovani,

nessuno puo’ tenere lontano il suo cenno da tutti coloro che ama:
ruba il figliolino a sua madre piu’ volentieri del vecchio che le fa la corte.

Ognuno che e’ in pena la prega, ma lei non volge loro la faccia:
non viene da chi la implora, non ascolta colui che la loda,
non si cura di chi le si offre

 

La condizione umana nella Bibbia

Salomone in un dipinto di Gustave Doré.

Ebbene si’, la vita e’ un soffio, e non fai in tempo a voltarti indietro per guardare il cammino percorso, che gia’ la morte ti reclama.

Percio’, cogli l’attimo, godi la vita finche’ puoi, perche’ una volta passata, non c’e’ piu’ ritorno.

E nessuno e’ mai tornato indietro, ne’ si e’ portato con se’ i propri beni.

 

Il tema, del godere la vita nell’attimo in cui si coglie, e le parole espresse nel canto dell’arpista, ricorrono con frequenza nella letteratura antica, e attraversano trasversalmente le culture e le civilta’.

Ecco infatti come si esprime Salomone nel vai libro di Qoelet, nella Bibbia:

 

Una generazione va, una generazione viene,
ma la terra resta sempre la stessa…

Non resta piu’ ricordo degli antichi,…

Non c’e’ di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche…

Sta’ lieto o giovane, nella tua giovinezza,
e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventu’.

Segui pure le vie del tuo cuore
e i desideri dei tuoi occhi…

Dolce e’ la luce,
e agli occhi piace vedere il sole.

Anche se vive l’uomo per molti anni,
se li goda tutti

e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti,
tutto cio’ che accade e’ vanita’.

gufo separatore

Considerazioni finali

Cerchiamo di vivere al meglio ogni attimo della nostra vita, dico io, e non manchi mai la speranza che non tutto e’ perduto, Fanciullo con laminetta orfica al collo una volta giunti la’ dove nessuno e’ mai tornato indietro.

 

Chissa’ non sia vero invece, che nessuno e’ mai tornato indietro perche’ “nuovi cieli e nuova terra” lo hanno definitivamente accolto nel proprio seno, per sempre.

 

Vengo pura fra i puri…

 

Accoglimi, dichiara l’anima del trapassato, al cospetto di Persefone, nelle vai laminette orfiche della tradizione religiosa dell’Antica Grecia.

 

Lao Tzu – Tao Te Ching

Lao Tzu – Tao Te Ching

Il “Tao” del “non agire”

Statua in pietra di Laozi

La versione audio del Tao Te Ching, è recitata da Silvia Cecchini, e da me corredata di sottofondo musicale.

Si può scaricare facendo click qui:Audiolibro: Tao Te Ching zip. Licenza Creative Commons 4.0

 

Note generali

Laozi (老子T, LǎozǐP), trascritto anche Lao Tzu, Lao Tse, Lao Tze o Lao Tzi, è stato un filosofo e scrittore cinese antico del VI secolo a.C., presunto autore del Tao Te Ching e fondatore del taoismo.

Nel I secolo d.C divenne la principale divinità del pantheon taoista.

Laozi è tradizionalmente ritenuto l’autore del Tao Te Ching, saggio composto di poco più di cinquemila parole, Lao Tzu contenente i punti cardine della sua dottrina e strutturato in brevi aforismi, non collegati fra loro in maniera struttrata.

L’opera pertanto non vuole essere l’esposizione di una dottrina, ma più semplicemente vuole suggerire una serie di impressioni, di stili di vita, di strutture di pensiero, per giungere a indicare una via, un cammino.

Quanto sopra appena detto è tanto vero che il concetto fondamentale del Tao Te Ching, e dell’intero taoismo, è il wu wei, un termine che in italiano può essere tradotto letteralmente come «non agire», «non sforzarsi» o anche, «agire spontaneamente» o «vivi il momento».

Ribadito come norma suprema del comportamento individuale e collettivo, il wu wei tuttavia non invita alla passività, ebbene esige un’attenzione costante al mondo circostante, così da non interferire con il fluire spontaneo degli eventi naturali.

Seguendo l’esempio di altri trattatisti cinesi, Laozi per spiegare le proprie idee e concezioni fa ampio ricorso a paradossi, analogie, ripetizioni, simmetrie, rime, e costruzioni ritmiche.

Non a caso, l’intera opera può essere interpretata come una complessa analogia, dove il riferimento al monarca allude all’Io, e il riferimento ai cittadini dell’Impero allude alle sensazioni e ai desideri sperimentati dal corpo.

Interpretazione del primo aforisma

Da un punto di vista filosofico, il Tao Te Ching si apre con un aforisma: “Delinea il Tao” che ribadisce l’impossibiltà per l’essere umano di conoscere razionalmente il Tao. Delinea il Tao Esso appare come un’entità al di là del cosmo, metafisica, da cogliere solo con l’intelletto.

Pertanto il Tao non ha nome, e solo convenzionalmente gli esseri umani lo definiscono Tao.

Esso e’ tuttavia il principio generatore, dispensatore e coordinatore del Cielo e della Terra, cioe’ del Cosmo visibile; e quando il Tao assume lo stato di realta’ materiale e conoscibile, prende il termine di Madre delle diecimila creature, cioe’ di Madre generatrice della molteplicità materiale.

La Madre delle diecimila creature pertanto, si contrappone, come realta’ materiale molteplice, al Tao, principio immateriale, unico e inconoscibile; e tuttavia generatore della molteplicità cosmica.

Interpretazione del secondo aforisma

Nel secondo aforisma: “Nutrire la persona” i pricìpi del cosmo materiale sono definiti da entità contrapposte: bello, brutto, bene, male, essere e non-essere.

La contrapposizione tuttavia si configura come una armonia, e non come un lotta o un conflitto. Il cosmo è una armonia autoregolata dal Tao.

In generale, l’armonia degli opposti essere e non-essere viene brillantemente spiegata nell’aforisma che porta l’esempio del vaso, dove l’essere costituisce la forma materiale del vaso stesso, mentre il non-essere è il vuoto contenuto nel vaso, e ne costituisce l’utilità. Infatti l’importante non è il vaso, ma ciò che esso contiene.

Lao TzuCompito dell’essere umano, cioè del saggio (qui definito come: il Santo), è quello di cogliere il fluire del cosmo senza interferire con azioni razionali, pensate e pianificate nei minimi particolari come se si dovesse costruire un edificio.

L’edificio della vita deve seguire un corso “spontaneo”, adattarsi agli eventi senza forzarne la conclusione. Pertanto deve seguire il principio del “wu wei”, cioè il “non agire”, adattarsi alla maniera dell’acqua che si riversa al suolo, riempie gli anfratti e segue la pendenza.

Una volta compiuta l’opera, il saggio deve ritrarsi e lasciar scorrere gli eventi.

Continuare ad agire comporterebbe una perdita del risultato raggiunto; sarebbe una sottrazione piuttosto che un arricchimento.

Anche nel nostro agire comune spesso osserviamo la norma del “non agire”.

Quando, trovandoci a dover affrontare situazioni in cui agire in un modo o nell’altro, comunque non si ottiene un risultato soddisfacente; allora ci si pone la domanda: “Cosa devo fare?”.

E la risposta quasi sempre è: Lascia stare, aspetta, non agire.

Considerazioni sparse

Sono interessanti gli aforismi che affrontano il problema della guerra.

In essi si ribadisce comunque la necessità di possedere un esercito, come deterrente contro le sopraffazioni da parte del nemico.

Ma la guerra di conquista è sempre sbagliata e nociva, e al regnante che in tal modo ottiene una vittoria in battaglia, spetta comunque il posto d’onore per la cerimonia funebre dei caduti in guerra.

In conclusione, la filosofia del Tao, del “non agire”, del cogliere l’attimo e lasciarsi trasportare dalla corrente, fiduciosi che comunque l’armonia del cosmo ha una sua ragione recondita; questa filosofia, dicevo, o per meglio dire: questo stile di vita, costituisce una interessante alternativa alla pianificazione minuziosa della nostra vita di tutti i giorni, con le sue ansie, le sue preoccupazioni, le sue nevrosi.

Chissà che un pò più di lasciar stare, lasciar perdere, non agire, non possa a volte essere la soluzione migliore rispetto ad un estenuante affannarsi, perdere la pazienza e infine soccombere sotto il peso degli eventi.

 

Aforismi

1 – Delinea il Tao

Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao,
il nome che può essere nominato non è l’eterno nome.

Senza nome è il principio del Cielo e della Terra
quando ha nome è la madre delle diecimila creature.

Perciò chi non ha mai desideri ne contempla l’arcano,
chi sempre desidera ne contempla il termine.

Quei due hanno la stessa estrazione anche se diverso nome
ed insieme sono detti mistero.

Mistero del mistero, porta di tutti gli arcani.

Tao

2 – Nutrire la persona

Sotto il cielo tutti sanno che il bello è bello,
di quì il brutto,

sanno che il bene è bene,
di quì il male.

E’ così che essere e non-essere si danno nascita fra loro,
facile e difficile si danno compimento fra loro,

lungo e corto si danno misura fra loro,
alto e basso si fanno dislivello fra loro,

tono e nota si danno armonia fra loro,
prima e dopo si fanno seguito fra loro.

Per questo il santo permane nel mestiere del non agire
e attua l’insegnamento non detto.

Le diecimila creature sorgono ed egli non le rifiuta
le fa vivere ma non le considera come sue,
opera ma nulla si aspetta.

Compiuta l’opera egli non rimane
e proprio perché non rimane non gli vien tolto.

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Riferimenti

 

 

 

 

Un ideale di umana perfezione

Orfismo Pitagora Platone Cristianesimo

Un ideale di umana perfezione

Quale sarebbe il senso della vita in questo mondo?

Tutti se lo sono chiesto, almeno una volta. La storia delle civilta’ si puo’ dire che insegua la risposta a questa domanda. Ogni cultura ha fornito le sue risposte.

Se cultura significa trovare una risposta adeguata al senso della vita, allora la cultura si identifica con cio’ che di meglio e’ stato dichiarato e fatto dall’essere umano; ma all’interno dell’orizzonte storico in cui quell’essere umano si e’ trovato a pensare ed agire.

Cultura quindi significa: consapevole ideale di perfezione umana.

La religione orfica identifica la vita dell’essere umano nel cosmo, come conseguenza di una colpa originaria, colpa che ha dato inizio al ciclo di morti e rinascite, poiche’ l’anima dell’uomo e’ comunque incorruttibile e immortale. Corruttibile e’ la carne, la vita terrena, ma non l’anima, che e’ immortale.
La vita dell’essere umano sulla Terra e’ quindi innanzitutto un percorso di purificazione:

“Vengo pura fra i puri”

dichiara l’anima al cospetto di Persefone, regina del Mondo di sotto, cioe’ Regina degli Inferi.

L’ideale di perfezione umana si identifica quindi, nella religione orfica, con l’anima purificata. Questo ideale percorre tutta la cultura greca, dalla religione orfica al Platonismo, per sfociare, rielaborato, al Cristianesimo.

Nel poema Iliade di Omero, la perfezione umana e’ la vita dell’eroe, che combatte per l’onore e la gloria.
Nel poema Odissea di Omero, questo ideale di perfezione si configura invece nell’eroe, munito di saggezza ed equilibrio, che combatte per la giustizia.

Nelle “Opere e i Giorni” di Esiodo, la giustizia e’ l’ideale che il contadino, privo di sangue aristocratico, deve perseguire in vita, per essere un eroe e conseguire onore e gloria e ricevere in ricompensa la gratitudine degli dei.

Nella citta’ di Sparta invece, l’eroismo individuale dei poemi omerici, si lega indissolubilmente con l’idea di Stato. La perfezione umana risiede nell’ideale di abnegazione, rispetto e conformita’ allo Stato come comunita’ di individui giusti e valorosi.
Non essendo presente a Sparta l’idea religiosa di una colpa originaria e di un percorso di purificazione dell’anima, la perfezione umana si identifica con l’adeguamento del cittadino ad uno Stato comunque giusto e perfetto.
Nella comunita’ politica di Sparta, eroe e’ colui che si sacrifica per il bene dello Stato e della comunita’ di cittadini cui appartiene.

La filosofia pitagorica nel VI Secolo avanti Cristo farà suoi i temi della religione orfica per spiegare la presenza dell’essere umano all’interno del proprio sistema cosmologico. vai Pitagora. L’orfismo

Nei dialoghi di Platone, la perfezione umana si identifica invece in un ideale di Giustizia che altro non e’ se non perseguire la Bellezza come idea di somma perfezione.
Bellezza significa “armonia”, per Platone. Armonia e’ equilibrio, saggezza. Saggezza e’ consapevole ideale di umana perfezione, che porta l’essere umano a desiderare di assimilarsi a Dio.

Il Cristianesimo riprendera’ questa idea di umana perfezione quale desiderio di assimilarsi a Dio. Ma ne correggera’ il percorso.
Seguiamo i ragionamenti di Sant’Agostino nell’opera “La Citta’ di Dio”, in particolare nel libro dodicesimo.

  • Dio e’ sommo bene.
  • Nel sommo bene non esiste il male.
  • Dio ha creato il cosmo dal nulla, per volonta’ e amore.
  • Il cosmo e’ buono per natura, perche’ creato da Dio, sommo bene.
  • Il male non esiste per natura.
  • Il cosmo non e’ male.
  • L’uomo e’ creato da Dio dal nulla per volonta’ e amore.
  • L’uomo e’ buono per natura, ma in quanto creato, l’uomo e’ corruttibile e puo’ seguire la via del male invece che quella del bene.
  • Il male e’ conseguenza di un atto volontario dell’essere umano che rinuncia al bene per seguire la via del male.
  • Seguire la via del male vuol dire volgersi alle cose inferiori invece che rivolgersi a Dio che e’ sommo bene e perfezione.
  • Volgersi alle cose inferiori vuol dire corrompere se stessi e il cosmo con atti di volontaria superbia e arroganza.
  • Volgersi alle cose inferiori vuol dire ritenersi bastevoli a se stessi col solo ausilio della ragione e dell’intelligenza.
  • La perfezione umana, invece, e’ rivolgersi a Dio chiedendo che gli sia concessa la Grazia di imitare quanto di bello e di buono Dio ha creato nel cosmo.
  • La ricompensa, per questa vita di perfezione umana, sara’ la riconquista della felicita’ e la garanzia del ricongiungimento a Dio, alla fine dei tempi.

Così, il senso della vita umana, come ideale di umana perfezione, attraverso i vari miti di un giudizio dell’anima, da scontare al cospetto del sovrano del Regno dei Morti, alla fine della propria vita; questo ideale informa e giustifica trasversalmente la civiltà cosiddetta “occidentale”, cioe’ la nostra civiltà europea.

Attraverso la civiltà greca, la religione orfica penetra nella filosofia antica greca e romana, e influenza la religione cristiana, la quale a sua volta nel corso degli ultimi duemila anni della nostra epoca, sarà l’ossatura su cui si fonda la morale della nostra civiltà europea.

Nell’Apocalisse della Bibbia Cattolica infatti si parla di un giudizio delle anime, alla fine dei tempi, giudizio che separerà i “buoni” dai “cattivi”, i “giusti” dagli “ingiusti”; separerà cioè coloro che hanno speso la loro vita in maniera “dissoluta” da coloro che invece avranno saggiamente scelto la via della “purezza” morale.

E finisco questa lunga e noiosa 🙂 digressione del tema di una vita etica dell’essere umano, vita da spendere coscienziosamente per non incorrere in una condanna finale; finisco citando un breve passo dal dialogo Gorgia di Platone:

Socrate: …Orbene, sotto il regno di Crono, vigeva riguardo agli uomini la legge – che del resto vige tuttora tra gli dei – che chi degli uomini sia vissuto giustamente e santamente, dopo morto vada nelle isole dei beati e vi abiti in una completa felicità al sicuro dai mali; ma chi invece sia stato ingiusto ed empio, precipiti in quel carcere di pena e di giustizia che chiamano Tartaro…
(Platone, Gorgia 523/524)

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Laminette orfiche e un castello

Viaggio di fantasia, fra storia e religioni misteriche

 

Giunto al minuscolo paese di Castello di Serravalle, sito fra Modena e Bologna, Mappa del Castello di Serravalleabbarbicato sulla vetta di una amena collina ampiamente coltivata a vigneto; mi sono ritrovato in un luogo quasi irreale; un luogo perduto nella nebbia del tempo, immagine cristallizzata di un’epoca, che pareva ferma al medioevo.

Avevo di recente letto di alcuni frammenti di laminette orfiche, del III o II secolo avanti Cristo, che parlano di un viaggio dell’anima, caduta nel ciclo delle morti e rinascite. Queste laminette contengono le istruzioni per interrompere detto ciclo e conquistare la vita eterna.

 

L’anima che percorre le vie dell’Ade trovera’ a un certo punto un bivio, in cui a sinistra c’e’ una fonte e accanto un bianco cipresso. Questa e’ la fonte dell’oblio e dell’inizio di un ulteriore ciclo di vita e di morte.

 

Sulla destra invece, e’ la fonte del lago di Mnemosine (la fonte del ricordo).
L’anima dovra’ seguire la via di destra, e bere l’acqua proveniente dal lago Mnemosine, cosi’ da acquisire il ricordo di se’ e conquistare la vita eterna; accanto agli dei e agli eroi tutti.

diapositive del Castello di Serravalle

Come non rimanere suggestionati dalla veduta di questo minuscolo paesino e della sua rocca medievale, quasi fosse dimora della divina Persefone, regina del mondo di sotto?

La mia mente ha immediatamente associato il paese alle visioni suscitate dalle laminette orfiche.

Ho cercato la fonte e l’ho trovata.
Ho cercato i boschi e i fiori, e li ho trovati.
Ho cercato i cipressi, e li ho trovati.

Fontana salata del Rio Marzatore

 

Ho visto anche vigne stracolme di grappoli d’uva, e vigneti estesi fino all’orizzonte, e digradanti da quel colle ameno.
Ai miei occhi sognanti, indizio certo di un luogo di confine fra Terra e Cielo.

 

Ho immaginato Orfeo e la sua cetra, e il suo divino e soave canto, capace di trascinare le menti dei mortali.

 

Ho superato l’arco d’ingresso al castello, col cuore palpitante di emozione. Ho vagato per il paese, seguendo la via di destra.

 

Ho gioito delle emozioni che quel luogo mi stava suscitando. Proprio come l’anima che vaga, gioisce per la propria ritrovata immortalita’.

 

 

Tornato a casa, ho recitato i testi di quelle antiche laminette d’oro, orfiche.
Poi ho tentato di assemblare tutto in un unico documento multimediale: immagini, musica, parole.

Il risultato e’ il video che presento qui sopra, in apertura del documento.

gufo separatore

Longitude,Latitude,Name
11.031750,44.437750,”Castello di Serravalle -BO”
11.063067,44.473293,”Fontana salata del Rio Marzatore”

gufo separatore

Approfondimenti:

 

Audio letture dalla Bibbia – Qoelet

Audio letture dalla Bibbia – Qoelet

Qoelet: meditazione sulla condizione umana

Tra filosofia ellenistica e fede cristiana

un dignitario assiro

Che cosa cerca l’essere umano nella sua vita terrena?

Il denaro, il potere, il piacere, la felicità?

Per Epicuro, filosofo del IV Sec. avanti Cristo, non ci sono dubbi: l’uomo ricerca il piacere.
Ma non il piacere dei dissoluti, bensì il piacere che procurano ad esempio le sensazioni, gli affetti, le amicizie sincere.

Nello stesso periodo, la filosofia stoica identificava la felicità dell’uomo nell’assenza di dolore, nella certezza che, là dove si eliminavano tutti i patimenti della vita, si aveva la fioritura spontanea della felicità.

Qualche secolo più tardi, la religione cristiana, con Sant’Agostino, avrebbe identificato la pace come aspirazione ultima nella vita di ogni essere umano, sia egli buono o cattivo, sia egli cristiano o di altra religione (La Città di Dio, libro XIX).

La ricerca della pace in fin dei conti si può estendere anche a tutti gli esseri viventi sulla terra: non solo esseri umani, ma anche animali. Non è forse vero che l’uccellino nel proprio nido ricerca la pace della propria dimora, l’animale feroce ricerca la pace della sazietà dal cibo, e ogni essere vivente ricerca la pace di una famiglia e una sicura dimora dove riposare?

Quanto affanno nella vita!
Quante sofferenze e dolori bisogna imparare a conoscere per poterli poi adeguatamente affrontare!

Nel momento in cui tutto sembra crollarci addosso, può essere d’aiuto e sostegno la fede in una pace futura, la speranza in una pace che si protenda anche oltre la vita umana stessa, là dove nella vita terrena pare evidente che dolori e affanni non ci abbandoneranno mai completamente.

Il re Assurbanipal mentre fa una libazione

Vanità delle vanità, dice Qoelet,
vanità delle vanità, tutto è vanità,
e un inseguire il vento.

Sembrano parole piene di scetticismo e pessimismo, queste che aprono la lettura del testo.

Una generazione va, una generazione viene,
ma la terra resta sempre la stessa.
Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.

Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.

Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Perchè affannarsi?, sembra suggerire Qoelet.
Anche la ricerca della scienza e della sapienza, in ultima analisi, sono un vano affannarsi e un inseguire il vento.


Ecco, io ho avuto una sapienza superiore e più vasta
di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme.
La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza.
Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia,
e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, perchè:
molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere,
aumenta il dolore.

Ma poco a poco, traspare dal testo un pensiero positivo, un pensiero di pace e di speranza.


Ecco quello che ho concluso:
è meglio mangiare e bere e godere dei beni in ogni fatica durata sotto il sole,
nei pochi giorni di vita che Dio gli dà:
è questa la sua sorte.

Accontentati, sembra dire Qoelet, e non ti lamentare, perchè tutto è un dono di Dio.


Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo,
perchè egli non ama gli stolti: adempi quello che hai promesso.


Getta il tuo pane sulle acque, perchè con il tempo lo ritroverai.
Fanne sette od otto parti, perchè non sai quale sciagura potrà succedere sulla terra.


Dolce è la luce
e agli occhi piace vedere il sole.
Anche se vive l’uomo per molti anni
se li goda tutti,
e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti:
tutto ciò che accade è vanità.


Caccia la malinconia dal tuo cuore,
allontana dal tuo corpo il dolore,
perchè la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.


Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa:
Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perchè questo per l’uomo è tutto.
Infatti Dio citerà in giudizio ogni azione,
tutto ciò che è occulto, bene o male.

una barca di giunchi

E così si conclude il testo di Qoelet, esortando l’essere umano ad accontentarsi di ciò che ha, senza cercare troppo affannosamente di migliorare o cambiare le cose; senza esagerare montandosi la testa con la pretesa di conoscere la verità delle cose, siano esse immediatamente fruibili attraverso la sensazione o conoscibili attraverso l’intelletto e il ragionamento.

Sono cose da superbi e vanitosi. Cerca di essere umile.

Non farti prendere dall’ansia e dalla paura: oddio, e adesso come faccio?
So che è difficile da accettare, e io che qui scrivo, sono il primo a riconoscere l’estrema difficoltà che riscontro nel raggiungere questo obiettivo.

Ma Dio sa quel che sta succedendo, noi esseri umani invece non lo sappiamo.
Così dice Qoelet, e forse non è tanto lontano dal vero nell’affermarlo.

Godi del poco o molto che hai, perchè tutto è un dono di Dio.
Stai lieto in giovinezza e segui pure le vie del tuo cuore, ma sappi che su tutto Dio ti convocherà in giudizio.
Non esagerare, quindi.

Per chi, come me, sente di essere un perenne pellegrino su questa terra, alla ricerca di una risposta, che a volte viene dalla ricerca filosofica, altre volte invece da una faticosa fede religiosa, caparbiamente mai accettata in pieno; il testo di Qoelet costituisce una fase di transizione assai interessante fra filosofia e fede.

Da un lato infatti manca in Qoelet l’anelito alla pace eterna dopo il Giudizio Finale, prospettata nel Nuovo Testamento, poichè il testo è stato scritto prima della venuta del Cristo. Dall’altro lato però offre tanti spunti di meditazione e riflessione sulla caducità della vita e della condizione umana, e suggerisce tante idee e azioni per affrontare le difficoltà e i dolori, facendo sì che, pure in una esperienza dolorosa, non manchi mai la speranza che questa è la volontà di Dio per mettere alla prova la fede dell’essere umano.

E forse è meglio adeguarsi a questa speranza di fede e pace, piuttosto che abbandonarsi alla più tetra disperazione e al più cupo scetticismo.

Marsilio Ficino – De Vita

Consigli per una vita lieta

Come assorbire in sé la vita del Mondo

Estratti dal “De Vita” di Marsilio Ficino

Marsilio Ficino fu sacerdote, medico, mago e astrologo, che Cosimo De Medici volle filosofo alla sua corte.

Pochi periodi della storia umana, come questo del primo Rinascimento, sono stati cosi’ pieni di armonia e gioia di vivere. Cosi’ completi nelle arti e nelle scienze.


I sette pianeti

Esortazione

Salve amico, che sei giunto fino a questa pagina
e frettolosamente pensi gia’ di andartene.

Aspetta!
Lascia quel mouse!

Non scorrere la pagina guardando solo le immagini!
Fermati, leggi e ascolta.

Guarda il cielo lassu’!
Tutto si muove armonicamente.

Cosi’ deve essere anche il tuo corpo; e la tua mente, che in esso e’ ospitata.

Assorbendo lo spirito del mondo e contemplando l’armonia dell’universo, puoi ristorare il tuo spirito e fare che la vita per te sia ampia e non costretta in angustie,

ovvero lieta e in armonia con il tutto.

emblema floreale

Cosi’ penso che Marsilio Ficino si sarebbe rivolto ai suoi lettori, se fosse vissuto nella nostra era.
Poi avrebbe continuato (…e invero, proprio cosi’ ha continuato):

Certamente le angustie ci opprimono, quando riduciamo in uno spazio ristretto l’animo e i suoi moti.
Tutti coloro che ponderano con cura eccessiva interessi e occupazioni, cosi’ facendo, logorano e distruggono la loro vita.

Stai attento a non essere costretto in uno spazio angusto.

Nulla e’ piu’ ampio del cielo, nulla e’ piu’ pieno di vita.
Se viviamo con il cielo e con il suo tempo, quanto piu’ assorbiamo queste realta’, tanto piu’ a lungo viviamo.

Vivete dunque ampiamente, o amici, lontano dalle angustie! Vivete lieti!

Il cielo vi ha creati con letizia, che manifesta con il suo “riso”, cioe’ dilatandosi, muovendosi, risplendendo.
Il cielo vi conservera’ con vostra letizia.
Vivete dunque ogni giorno lieti il tempo presente!

Ancora una volta, dunque, vi prego, o amici, ancora una volta: Vivete lieti!

Ma perche’ viviate senza preoccupazioni, non preoccupatevi neppure di come possiate fuggire con la massima diligenza possibile le preoccupazioni.

Trascurate dunque la diligenza! Amate la negligenza!
E anche quest’ultima, con negligenza! Per quel tanto che a voi e’ lecito e conveniente.

Senza questa, per dir cosi’, unica vita di tutte le medicine, tutte le mdicine che si adoperano per prolungare la vita, muoiono.

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emblema floreale

Letterati e studiosi sono melancolici

Coloro che intendono dedicarsi assiduamente agli studi letterari, alla scrittura, e alla filosofia, devono aver cura del proprio spirito, come “ogni artigiano diligente cura con la massima premura i suoi strumenti”. Lo spirito e’ lo strumento col quale possono conoscere l’universo.
Ma devono anche “evitare sempre con la massima attenzione la pituita e l’atra bile, che gli antichi Greci chiamavano rispettivamente flegma e melancolia.

Il flegma o pituita, e’ l’umore freddo, di colui che agisce con fredda posatezza o con lentezza.
La melancolia o atra bile, e’ uno Stato d’animo tetro, depresso e accidioso, e insieme meditativo e contemplativo, occasionale o abituale; mestizia vaga e rassegnata, dolore raccolto e intimo.

Dice Marsilio Ficino: la pituita “spesso indebolisce e soffoca l’ingegno”, mentre l’atra bile “tormenta l’animo con una continua inquietudine e frequenti deliri, e turba la capacita’ di giudicare, al punto che non senza ragione si puo’ dire che i letterati sarebbero particolarmente sani se non fossero talvolta disturbati dalla pituita, e sarebbero piu’ felici e sapienti di tutti, se non fossero indotti dal vizio dell’atra bile, o spesso a rattristarsi, o talvolta a vaneggiare.”

Ma ascoltiamo le cause per cui i letterati sono o diventano melancolici.

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Nemici fisici e celesti degli studiosi

La via che conduce alla verita’ e alla sapienza quindi, e’ lunga e faticosa, disseminata di insidie e mostri, nemici dell’animo umano.

Le prime due insidie le abbiamo gia’ elencate: La pituita e l’atra bile, o melancolia nociva.

I tre mostri poi, che si fanno incontro a coloro che intraprendono assiduamente l’attivita’ speculativa e filosofica, sono:

  • i piaceri della Venere terrena e di Priapo
  • i piaceri di Bacco e di Cerere
  • il connubio troppo assiduo con la notturna Ecate

Ascoltiamo come si presentino questi mostri e come debbano essere affrontati:

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Regola del mangiare e bere per i vecchi

Prima di tutto non bisogna esagerare nel cibo, regolare le funzioni del proprio corpo, soprattutto per quanto riguarda i canali, sia di entrata come di uscita….

Fra ricette, erbe, stili di comportamento, si danno consigli, come farebbe un medico, per rendere la vita sana e lunga.

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I piaceri di Venere per i vecchi

Venere si approssima ai vecchi e li esorta con le sue blandizie, col conversare pacato e con la bellezza della natura, specchio della bellezza di Venere stessa.

– Godete o vecchi -, dice loro, – dei piaceri di Venere, ma non dei piaceri legati al tatto e al movimento, quelli che a suo tempo vi hanno generato. Questi lasciateli alle generazioni piu’ giovani.

Per voi sia gradevole il piacere legato alla luce e agli odori, come quello riservato alla contemplazione delle bellezze della natura.

Godete dei fiori e del loro profumo, godete dell’odore delle piante aromatiche. Dilettatevi in ameni giardini e ristoratevi alla luce del sole primaverile, non troppo caldo e afoso.

Assorbite i raggi luminosi e ristorate le vostre membra.-

“Nulla nel mondo e’ piu’ armoniosamente disposto del cielo. Niente sotto il cielo e’ a un dipresso piu’ equilibrato del corpo umano. Niente in questo corpo piu’ equilibrato dello spirito.

Per mezzo delle cose equilibrate dunque, si sostiene e si rinforza la vita che permane nello spirito. Per mezzo delle cose quilibrate, lo spirito, diventa simile alle cose celesti.”

Ascoltiamo le parole di Venere e i consigli che da lei si possono trarre.

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I consigli di Mercurio per i vecchi

Giunge Mercurio, dio dell’eloquenza e del conversare, e redarguisce i vecchi dal non farsi abbindolare dalle lusinghe della Venere sempre giovane, loro che sono gia’ vecchi e in un’eta’ non piu’ adatta ai di lei piaceri.

Premesso che i canali della sensibilita’ sono cinque: vista, udito, olfatto, gusto, tatto, cosi’ sono cinque anche le eta’ della vita, esattamente come cinque sono i canali in cui si dispone la vita riguardo al senso e alla ragione.

  • La prima eta’ e’ mossa soltanto dal senso.
  • La seconda e’ allettata dal senso e in parte dalla ragione.
  • La terza si lascia persuadere alternativamente sia dalla ragione che dal senso.
  • La quarta e’ guidata piu’ dalla ragione che dal senso.
  • La quinta eta’ infine deve essere retta soltanto dalla ragione.

Ascoltiamo, dunque,Mercurio elargire ai vecchi i suoi insegnamenti, mettendoli in guardia sia dagli allettamenti del tatto e del gusto, propri di Venere, come pure dalle insidie del troppo ragionare, proprie di Saturno, cui i vecchi vanno soggetti; perdendo il contatto col mondo terreno, anche se guagagnando i piu’ ampi piaceri della contemplazione del Mondo Celeste.

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Come assorbire lo spirito del Mondo e vivere lieti

Lo spirito dell’uomo deve accogliere in se’ quanto piu’ possibile lo spirito della vita del mondo.
Tutti gli esseri, animati e non, vivono e assorbono gli infussi dello spirito del mondo.

Tutti viviamo della stessa vita comune del Tutto.

Nutrendoti e sostentandoti di cibi e piante quanto piu’ freschi e aromatici, potrai ampiamente assorbire lo spirito del mondo. Anche il profumo dei fiori e delle piante puo’ giovare all’animo e ristorare il corpo.

Dovrai aggirarti in giardini ameni, contemplando e respirandone i profumi, soffermandoti a godere degli ameni raggi del sole e lasciandoti accarezzare dalla brezza lieve e suadente.

Lo Spirito del Mondo entrera’ ampiamente nel tuo spirito, arrecando maggiore vigore e letizia.

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Porfirio – Conosci te stesso

Conosci te stesso

Frammenti da un’opera perduta di Porfirio

Conoscere se stessi per conoscere il mondo. Conoscere il mondo per conoscere se stessi.

L’animo umano e’ un microcosmo. L’Universo e’ un macrocosmo.

Contemplare l’Universo per riconoscere il divino.

Indagare se stessi per riconoscere quale parte di noi e’ piu’ assimilabile al divino.

Per Porfirio, filosofo del tardo paganesimo, non ci sono dubbi: la parte assimilabile al divino e’ l’intelletto.

E’ malinconica la filosofia del tardo paganesimo. Mi sorprende per il suo assoluto ascetismo.

Se la parte assimilabile al divino e’ l’intelletto, tutta la corporeita’ viene ad acquisire una importanza secondaria, anzi, addirittura nociva.

Io non approvo quest’ultima conclusione. Perche’ rifiutare la parte corporea di noi se questa c’e’ e ci e’ stata donata?

Mentre invece, che l’animo umano sia un microcosmo in cui si riflette l’intero Universo, questo mi piace considerarlo.

Invito ad ascoltare le parole di Porfirio, che mi sono dilettato a recitare, accompagnare con brani musicali, e infine corredare di immagini, assecondando una certa mia attitudine all’introspezione e alla contemplazione.

Tutto eseguito con quel pizzico di malinconia, che pure e’ parte di me stesso, e in cio’ mi accomuna agli ultimi pensatori del tardo paganesimo.

Riferimenti

L’etica del ringraziamento

L’etica del ringraziamento

Una risposta alla filosofia di Nietzsche

Premessa

Morale. Etica. Cosa significano queste parole per l’essere umano?
Significano riconoscere dei principi, delle coordinate universali che ti guidano sulla via da seguire.

Tali principi non devono essere accettati per “tradizione” o per “convenzione”. Essi devono essere giustificati dalla ragione.

Bisogna cioe’ riconoscere che agire cosi’ e’ giusto perche’ e’ ragionevole, e’ buono ed e’ bello.

Il difficile e l’ambiguo pero’ sta proprio qui. Ci si puo’ chiedere:
“C’e’ una via da seguire? Ci puo’ essere una finalita’ comune per gli esseri umani? Oppure e’ vero solo cio’ che a me pare vero ed e’ falso tutto cio’ che a me pare falso?”

Nietzsche

In “Aurora” Nietzsche dichiara che la morale occidentale e’ diventata tradizione e convenzione e si e’ cristallizzata. Recuperare la propria “individualita’” significa per Nietzsche rifiutare questa tradizione cristallizzata, questa servitu’ della morale giustificata dalla ragione, e liberare le energie creative individuali, liberare la capacita’ di pensare e perseguire l’irrazionale.

In “La Nascita della Tragedia” questi temi erano gia’ stati trattati in termini di “apollineo” e “dionisiaco”.

“Dionisiaco” rappresenta come l’infanzia dell’uomo, in cui la creativita’ ha libero sfogo in ogni direzione, ed e’ spontanea e genuina, come il gioco dei bambini.

“Apollineo” e’ invece il passaggio all’eta’ adulta, all’eta’ della ragione, in cui l’uomo si sottomette alle necessita’ della vita e da esse ne rimane come schiacciato e asservito. Con la sottomissione al principio di ragione nasce il senso tragico della vita, la sensazione della vanita’ dell’agire umano, nasce il bisogno di una morale, di una giustizia, e infine la speranza di riscatto in una vita oltre la morte: nasce la religione.

L’apollineo viene rifiutato da Nietzsche e, in nome del ritorno alla spontaneita’ dionisiaca, si richiede di rifiutare ogni morale, ogni giustizia ed ogni convenzione, che siano limitazione della genuina “individualita’” e spontaneita’ irrazionale dell’essere umano.

Un relativismo esasperato

Ma l'”individualita’” di cui parla Nietzsche, non rischia forse di naufragare in un relativismo esasperato, in un “egoismo razionale” che tende a giustificare le nostre azioni solo perche’ in quel momento ci tornano utili e vogliamo che risultino valide anche agli occhi degli altri?

Voglio dire: non stiamo cadendo in un sofisma, in una tautologia che significa: giustifichiamo le nostre azioni solo perche’ sono le nostre, e tutto cio’ che e’ nostro e’ anche possibile?

Credere che tutto cio’ che vogliamo sia possibile per il fatto che e’ la nostra individualita’ a volerlo, e’ un pericolo in cui molti interpreti della filosofia di Nietzsche sono scivolati, giustificando con cio’ quello che io definisco: delirio di onnipotenza.

Protagora

Nietzsche riconosce e giustifica le azioni umane in base all’utilita’. Ma e’ sbagliato e riduttivo. L’uomo non agisce solo per utilita’ ed egoismo. Potremmo dire: e’ vero, l’uomo della cultura occidentale riconosce valido solo cio’ che e’ utile. Ma e’ una stortura della nostra civilta’. E’ una patetica giustificazione dell’innato egoismo umano.

Diceva Protagora, 2500 anni fa:
“E’ l’uomo misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono.”

Protagora non riconosceva cioe’ l’esistenza di principi universali, tutto era relativo all’essere umano.

Egli non andava forse, con queste parole, a solleticare il piu’ basso egoismo di ogni essere umano? Infatti sembra voler dire:
“Non temere caro allievo che sei venuto ad ascoltare le mie lezioni di filosofia e che io ti offro facendole pagare profumatamente. Tutto cio’ che credi e’ vero, per il solo fatto che tu lo credi e lo vuoi.”

Un delirio di onnipotenza

Non stava forse Protagora trascinando i suoi allievi in una illusione di onnipotenza?

E non fa la stessa cosa anche Nietzsche quando cerca di giustificare le azioni umane sulla base dell’utilita’ e della individualita’?

Gia’, perche’ questa illusione di poter fare cio’ che si vuole, questo delirio di onnipotenza, e’ un declino in cui scivola anche Nietzsche, con le sue pretese di giustificare le azioni umane solo sulla base della propria individualita’.

Anche Nietzsche sembra voler dire:
“E’ giusto, e’ moralmente valido cio’ che faccio e penso, perche’ sono io, e’ la mia individualita’ che lo giustifica e che lo reclama.”

E io gli aggiungerei, parafrasando Protagora:
“Sono io misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono.”

La catarsi

Ma basta guardarsi intorno per capire che le cose non sono fatte come ci pare e piace.

Ora, se non e’ vero che risulta valido tutto cio’ che ci pare e piace, bisogna riconoscere che devono esistere dei criteri generali cui l’essere umano deve conformarsi.

Come riconoscere questi criteri generali?

la contemplazione

  • Il primo e’ l’istinto di sopravvivenza, che ci porta a difendere la nostra vita fino all’ultimo.
  • Il secondo e’ la facolta’ razionale che, cosi’ come ci fa riconoscere l’istinto di sopravvivenza, ci fa anche riconoscere il diritto all’esistenza degli altri. E abbiamo gia’ stabilito uno scopo comune.
  • Il terzo e’ la capacita’ di contemplare il mondo che ci circonda. Essa ci fa concludere che il mondo non e’ caotico, non e’ casuale. Ogni cosa occupa nella natura un suo spazio e segue regole ben precise: gli uomini sono uomini, le piante sono piante, gli animali sono animali. Dall’uomo non nascono piante e dalle piante non nascono uomini.

E cosi’ anche l’uomo, unico essere sulla Terra dotato della facolta’ di ragionare, acquisisce una sua ben precisa necessita’, nell’Universo:

perche’ possa riconoscere che la Creazione non e’ casuale e perche’ si accorga dell’esistenza del proprio Creatore.

Attitudine all’imitazione

Il mondo e’ una creatura complessa le cui finalita’ sfuggono ai nostri tentativi di comprenderla.

La Terra non esiste perche’ l’uomo possa sfruttarla a suo piacimento.

Il mondo e’ fatto per essere contemplato.
Questo era il compito e l’impegno di Adamo ed Eva sul Paradiso Terrestre: dovevano contemplare la Creazione e rendere grazie al Creatore.

Lo sforzo degli uomini per vivere sulla Terra, dovrebbe essere rivolto verso la “contemplazione” e la “imitazione” della Creazione Divina.

Cio’ esclude qualsiasi diritto dell’uomo a “forgiare” e “modellare” la Natura per scopi che non siano quelli di migliorare la propria esistenza. Verrebbero esclusi il denaro e l’accumulazione; la volonta’ di dominio e di potenza; la volonta’ di sottomettere e asservire.

Ma proprio la speculazione cristiana, volendo porre l’attenzione sulla centralita’ dell’essere umano sulla Terra, rischia di sminuire l’eguale importanza dell’ambiente su cui l’uomo vive e risiede.

Il risultato potrebbe essere un peccato di presunzione: la pretesa che tutto cio’ che ci circonda sia nostro diritto sottometterlo e sfruttarlo.

I pericoli dei sistemi cosmologici

In realta’, e’ un merito del Cristianesimo e non una colpa, aver posto l’uomo al centro della Creazione.

Senza una divinita’ che forgia l’Universo e l’Uomo, senza una attenzione focalizzata sulla Vita in tutte le sue forme, si rischia di fare dell’Universo una cosmologia casuale in cui l’uomo o un sasso hanno la stessa importanza, cioe’ entrambi sono nulla e nullo e’ il valore che si va ad attribuire loro.

E questo non si puo’ accettare.

In una cosmologia pura ogni tentativo di stabilire principi morali di equita’, giustizia, convivenza, lascerebbero il passo a una lotta cieca di tutto contro tutto. Questo e’ evidente che non succede nell’Universo.

  • Quindi l’Universo non e’ casuale.
  • Quindi esistono principi universali.
  • Quindi il diritto di ogni essere vivente, e soprattutto dell’uomo, finisce li’ dove termina il proprio corpo, appena al di la’ della propria pelle.

Neppure sulla propria vita l’essere umano ha dei diritti: non e’ la sua; gli e’ stata donata nel momento in cui e’ stato concepito.

Ogni delirio di onnipotenza e’ falso.

L’uomo e’ sottomesso alla Natura e vive grazie alla benevolenza della Terra in cui alloggia.

L’uomo e’ soggetto all’ineluttabilita’ della morte e questo rende tragica la vita umana e darebbe un senso di vanita’ alle sue azioni se non ci fosse la speranza di un riscatto in una vita oltre la morte.

L’uomo non e’ fatto per vincere e dominare, non e’ fatto per forgiare e modellare a proprio piacere e utilita’, non e’ fatto per soddisfare la propria individualita’ e il proprio utile.

L’uomo e’ fatto per conoscere e contemplare, e’ fatto per riconoscere e rendere grazie.

  • Questa e’ la via da seguire.
  • Questa la finalita’ comune per gli esseri umani.
  • Questa la morale universale, l’etica del ringraziamento.

Riferimenti